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Osservazioni e ascolti

mercoledì 31 marzo 2010

Somebody up there likes you

Con il post numero 1000 di Engadina Calling vi segnalo un film davvero strepitoso. Anche se parlare di questo Lourdes della regista austriaca Jessica Hausner (ex-assistente di Haneke) senza raccontarvi il finale e' terribilmente difficile.

Perche' il film si comprende in quei due minuti finali, senza una parola, mentre nell'aria attorno alla protagonista rimbombano le note della canzone di Al Bano e Romina Felicita', interpretata da un anziano cantante da balera, resa dal confronto con le immagini piu' lugubre dell'opera omnia dei Joy Division.

Lourdes e' la storia di Christine, bloccata su una carrozzina dalla sclerosi multipla. Christine, per la quale i pellegrinaggi sono semplicemente un'occasione per fuggire la solitudine, rompere la monotonia del quotidiano, provare la sensazione del viaggio che a causa della sua condizione le e' negata.

A un certo punto, Christine viene miracolata. Si alza dalla carrozzina, cammina, inizia a mangiare senza dover essere imboccata. Per lei la vita ricomincia. Perche' proprio Christine, si domandano pero' tutti gli altri pellegrini. E mentre Christine scopre l'amore, le nuvole dell'invidia iniziano a farsi molto cupe attorno a lei...

Film bellissimo, misterioso, cupo come la notte, girato con incredibile maestria (spesso con cinepresa fissa, come si usava nel cinema tedesco degli anni '70). Film sul fato, al quale siamo tutti appesi da un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi in ogni momento.

Of course, you can influence your attitude towards your fate and learn to accept it and find the good in it. But this is a gift that not every human being has, dichiara Jessica Hausner in un'intervista alla rivistina dei cinema Curzon.

I lettori di Londra, lo trovano al Renoir.


[Avviso ai naviganti: tocchera' a me condurre Prospettive Musicali delle prossime due domeniche, su Radio Popolare, alle 22.35. Fino ad allora il blog non verra' aggiornato, per cui auguro a tutti voi buona Pasqua. Ci sentiamo tra qualche giorno, alla radio e qui].

lunedì 29 marzo 2010

Vampire weekend

Questo fine settimana, come da tempo preannunciato, hanno definitivamente chiuso le salette per cinefili al quarto piano del Barbican. Lo so, ne sto parlando da molto, vi sto probabilmente annoiando con le mie lamentele, ma essendo il Barbican il mio sostituto della televisione (come da questo post vintage che scrissi nel 2005, dieci giorni dopo essermi trasferito nel piccolo appartamento dal quale sto scrivendo), e' come se mi avessero oscurato un paio di canali, e guarda caso proprio i miei preferiti.

L'ultimo mese e' stato pero' eccellente, con la retrospettiva dedicata alle collaborazioni tra Roman Polanski e Krzysztof Komeda, della quale vi ho gia raccontato in questo post e in questo.

Dance of the vampires (1967), che ha concluso la rassegna, pur essendo un film certamente minore nella filmografia del regista polacco, e' pero' una pellicola piuttosto divertente. E' la storia, ambientata in una Transilvania ricostruita qui a Londra, di un professore e del suo assistente (interpretato da Polanski) che per salvare la figlia (interpretata da Sharon Tate) del gestore di una taverna, finiscono prigionieri nel castello di un conte vampiro.

Visione interessante soprattutto per fare la conoscenza di un frammento di anni '60 ancora molto ingenuo, che avrebbe pero' anticipato di poco la fine dell'innocenza.

Uscendo dal mio cinemino locale per l'ultima volta, scatto qualche foto. Chiudono le librerie, i negozi di dischi, i cinema indipendenti. Questa citta' sta diventando sempre piu' grigia e uniforme.

domenica 28 marzo 2010

Brit pop

Nel catalogo della mostra attualmente alla Serpentine Gallery, dedicata a Richard Hamilton (catalogo la cui inclusione nella cartella stampa ha permesso a questo blogger di risparmiare un bel po' di sterline), si legge questa dichiarazione (che stra-condivido, essendo come sapete il fan numero 1 del designer tedesco):

My admiration for the work of Dieter Rams is intense and I have, for many years, been uniquely attracted towards his design sensibility, so much that his consumer products have come to occupy a place in my heart and consciousness that the Montagne Sainte-Victoire did in Cezanne's.


Mischiando Duchamp e Warhol, a partire dagli anni '60 Hamilton ha elaborato una versione personale, molto britannica nello spirito, della pop art, con una forte propensione per tematiche agit-prop. La piccola retrospettiva della Serpentine e' incentrata proprio sui suoi lavori piu' politici.

A partire dal mostruoso ritratto del leader del partito laburista Hugh Gaitskell (che in un famoso discorso del 1964 decise di abbandonare la linea pacifista fino ad allora tra i principi guida del partito), fino alla rappresentazione di Tony Blair vestito da pistolero, Hamilton racconta il tradimento degli ideali collettivisti e pacifisti da parte dell'ex partito dei lavoratori.

E se molto efficaci sono l'installazione Treatment room (ispirata dal taglio della spesa sanitaria da parte di Margaret Thatcher, del quale stiamo ancora pagando le conseguenze) e The state e The citizen, commenti alla questione nord-irlandese, a lasciare davvero sgomenti per l'attualita' del soggetto e' Maps of Palestine: un accostamento del territorio palestinese com'era stato concepito dalle Nazioni Unite nel 1948 e qual e' oggi, quasi scomparso.

Hamilton non sara' l'artista piu' subtle della sua generazione, pero' sono uscito dalla mostra pensando che, rispetto a un David Hockney che oggi dipinge pressoche' solo paesaggi, a un Gerhard Richter sempre piu' sentimentale e auto-compiacente (pensate ai ritratti, pur molto belli, dei suoi famigliari), a Gilbert & George sempre piu' ripetitivi e in fondo noiosi, preferisco il suo sguardo arrabbiato e deluso sulla realta'.

E mi rimane dentro un'immagine molto bella vista alla mostra. Una giovane mamma che di fronte a Kent state, racconta alla sua bambina che la guarda assorta di quando negli anni '60 e '70 i giovani scendevano nelle strade in gran numero, rischiando in prima persona, per fermare una guerra in un Paese lontano.

Fino al 25 Aprile.

giovedì 25 marzo 2010

He must be in a good place now

Saw a butterfly and I named it after you
Your name has such a pleasant sound
Love is all around and all I see is you
I must be in a good place now.


L'ascolto di musica mi e' sempre apparso come un fenomeno stagionale. Ascoltare i Godspeed You Black Emperor in una fredda notte invernale di pioggia e Lee Perry in un assolato pomeriggio estivo sono esperienze fantastiche, ma provate a fare il contrario.

La primavera e' la stagione giusta per tirare fuori dagli scaffali questo immenso classico dimenticato, l'esordio di Bobby Charles, anno di grazia 1972.

Bobby Charles, che nell'indifferenza generale e' partito pure lui per l'Engadina a Gennaio di quest'anno, era un cantautore originario della Louisiana. Se non l'avete mai sentito, immaginate tipo un incrocio tra John Martyn e Randy Newman, addolcito da un tocco di Gram Parsons.

Il suo primo album si trova tra i forati che non vuole proprio piu' nessuno, a 3 sterline e 99. L'etichetta che l'ha ristampato qualche anno fa e' la Rhino. Ed e' un capolavoro assoluto.

Su tutto l'album brilla come un diamante una delle piu' commoventi e ispirate canzoni d'amore mai scritte, la toccante I must in a good place now, ripresa un qualche anno fa in modo magistrale dai magnifici Vetiver.

I must be in a good place now e' una di quelle canzoni che ti mettono in pace con te stesso, con il mondo, con la vita. L'ascolti, ti commuovi, e pensi a quanto amore bisogna avere dentro per scrivere una canzone cosi' infinitamente emozionante.

Ringrazi il cielo per averti fatto incontrare un disco cosi' armonico sulla tua strada, e pensi al vecchio Bobby che sicuramente suona la sua chitarra in un buon posto ora, circondato da angeli che gli sorridono, rapiti dalla sua deliziosa musica.

lunedì 22 marzo 2010

E a proposito di Glenn Jones

Visto ieri pomeriggio al Barbican, nel corso della retrospettiva dedicata a Roman Polanski.

Cul-de-sac, vincitore dell'Orso d'oro al festival di Berlino nel 1966, e' un film originale e contemporaneamente ricchissimo di rimandi classici. A me sono venuti in mente soprattutto Bergman, per l'ambientazione e i tempi, Welles per le situazioni e i personaggi (il cattivo sembra un incrocio tra Orson Welles e Tom Waits), il teatro di Beckett per l'assurdo che domina tutta la storia dal primo all'ultimo fotogramma.

Storia che e' molto semplice: due gangster in fuga trovano rifugio su un'isola, presso un castello i cui proprietari, una coppia bizzarra e incompatibile, vengono presi in ostaggio. In tutto questo non c'e' un reale dramma, piuttosto un senso di psicosi collettiva, decadenza, auto-distruzione, assenza di finalita', pressione psicologica, assurdita', senso dello humour nero come la notte.

Molto efficace l'interpretazione della fascinosa Francoise Dorleac, la sorella piu' grande di Catherine Deneuve, che ci lascio' solo venticinquenne, poco dopo aver terminato di girare questo film (stava correndo all'aeroporto, in ritardo per il suo volo, e perse il controllo della sua Renault 10, che usci' di strada e si incendio', intrappolandola tra le fiamme).

E ancora una volta emerge la bravura di Polanski nel rappresentare la stranezza del comportamento umano, tratto d'unione e interesse principale di tutta la sua cinematografia.

La rassegna si concludera' Sabato prossimo con Dance of the vampires e, la sera nell'auditorium, con un concerto di Tomasz Stanko che rileggera' le migliori pagine scritte da Krzysztof Komeda per Polanski.

domenica 21 marzo 2010

Luck in Engadina

La musica di questa assolata Domenica mattina, la prima di primavera, si e' scelta da sola.

L'ultimo (in tutti i sensi: il giovane chitarrista della Virginia nel Dicembre 2009 e' andato a deliziare con il suo fingerpicking gli angeli dell'Engadina) album di Jack Rose e' anche il suo migliore. Un disco davvero completo, una specie di distillato dell'antologia della musica folk americana di Harry Smith, interpretata in chiave straordinariamente personale. Musica di deliziosa naturalita', ramblers' music, ideale colonna sonora di una passeggiata in montagna.

Ardente appassionato di polverosi 78 giri di musica folk, Rose riusci' a coglierne l'essenza piu' profonda e bucolica, di relazione profonda con i cicli delle stagioni e con l'armonia della natura.

Molto piu' di un disco di fingerpicking, al pari di Fifth dimension dei Byrds e di If I could only remember my name di David Crosby, Luck in the valley e' assoluta celebrazione della vita, in tutte le sue manifestazioni, dall'espressione di purissima gioia di Lick mountain ramble ai meditativi, introspettivi raga blues Blues for Percy Danforth e Tree in the valley (a proposito dei quali Wire ha scritto resembling Brij Bhushan Kabra playing on a back porch in Mississippi).

Con collaborazioni che spaziano tra Glenn Jones, i Black Twig Pickers e Harmonica Dan, Luck in the valley e' un piccolo tesoro da archiviare tra i dischi di John Fahey e quelli di Robbie Basho e ascoltare negli anni a venire. Per me, gia' musica classica.

E adesso fuori di qui, il programma di questa Domenica mattina prevede Kensington Gardens e Serpentine Gallery.

mercoledì 17 marzo 2010

Next stop happiness (reprise)

Fela Kuti e' stato l'artefice di una rivoluzione musicale paragonabile a quelle provocate da Davis e Marley. Rivoluzioni dopo le quali la musica non e' mai piu' stata la stessa. Mischiando la highlife e la juju music con il funk e il jazz che arrivavano da occidente, diede vita all'afrobeat, forse il ritmo piu' contagioso della storia del mondo.

Se i suoi dischi sono ampiamente disponibili (la Knitting Factory ha quest'anno ristampato 9 essenziali volumi della sua discografia e pubblicato un best of, ad esempio), altrettanto non si puo' dire per l'infinita' di band ingiustamente considerate minori che negli anni '70 infuocavano strade e club di Lagos.

Molto attese da noi appassionati di musica africana sono, di conseguenza, le raccolte dedicate alla musica nigeriana che pazientemente la Soundway pubblica con regolarita' da qualche anno, con il titolo di Nigeria special: giunte in questi giorni al volume numero 5 (gia' il secondo pubblicato dall'inizio del 2010).

In particolare il quarto volume della serie, dedicato esclusivamente all'afrobeat, e' davvero straconsigliato. Si apre con la strepitosa (e piuttosto nota) Who're you di Fela, incisa con i suoi Africa 70, originariamente pubblicata su singolo e poi, nel 1970, all'interno dell'album Fela's London Scene. E poi prosegue con 10 carneadi, uno piu' bravo dell'altro.

Ogni nota, in questo Nigeria afrobeat special: the new explosive sound in 1970s Nigeria, comunica una gioia di vivere sconfinata, che entra nell'anima e fa sembrare bellissima qualsiasi cosa attorno a noi. Da' ritmo alle giornate e le rende, se non sempre felici, decisamente sopportabili.

Ancora una volta, come da tradizione quando si parla di Soundway, bellissimo il volumetto che accompagna la raccolta. Riproduce le copertine originali e dedica a ogni traccia esaustive note.

L'ascolto di questi undici lunghi, articolati brani e' un'esperienza che allarga la coscienza, fa muovere, allontana le preoccupazioni e fa stare davvero bene.

martedì 16 marzo 2010

Sympathy for the Devil (reprise)

Non ho ancora capito cosa succedera' alle Directorspectives del Barbican (rassegne dedicate a un regista e lunghe un mese) adesso che, tra un paio di settimane, due delle tre sale cinematografiche del centro tanto amato da Engadina Calling chiuderanno. Probabilmente continueranno nella sala grande, dato che hanno appena annunciato quella di Aprile (dedicata a Jane Campion).

Non sara' la stessa cosa. I cinemini due e tre sono (stati) un'esperienza in se'. Da dove abito io li raggiung(ev)i dopo un impressionante saliscendi, percorrendo poi un corridoio che non finiva mai, collegato alla costruzione centrale del Barbican Centre da un passaggio trasparente sospeso su una serra. Mai ti saresti aspettato di trovare un cinema al termine di un percorso cosi' tortuoso. E infatti li chiudono per trasformarli in esclusivi appartamenti.

Nel frattempo, attendendo di capire se andra' avanti il progetto per riaprire i cinema in Whitecross Street, come dicono accadra', mi sto gustando la rassegna di questo mese, dedicata (come vi avevo anticipato) a Roman Polanski.

Rassegna eccellente soprattutto perche' incentrata sulla collaborazione tra Polanski e Krysztof Komeda, compositore e pianista polacco scomparso, ancora molto giovane, subito dopo aver curato le musiche del leggendario Rosemary's baby.

Rivisto Sabato scorso, Rosemary's baby, con una fantastica Mia Farrow e John Cassavettes nel ruolo dell'attore che vende l'anima al diavolo in cambio di un po' di successo, si conferma dopo quarant'anni dalla sua realizzazione un capolavoro assoluto. Film magistralmente disturbante dalla prima a (soprattutto) l'ultima sequenza, Rosemary's baby e' caratterizzato da performance stellari e da un uso delle musiche da manuale.

Imperdibili anche i prossimi appuntamenti: Cul-de-sac del 1966, questa Domenica, e Dance of the vampires del 1967, Sabato 27, che sara' anche l'ultimo film che vedro' in una saletta tristemente destinata a chiudere ma alla quale restero' sempre molto affezionato.

venerdì 12 marzo 2010

Next stop happiness

Che si tratti di disco music italiana, ritmi in levare giamaicani, no wave neyorkese, ethio-jazz o afro-beat, le raccolte Strut sono garanzia di assoluta eccellenza.

Non fa eccezione alla regola questa rassegna dedicata a uno dei patrimoni musicali piu' gioiosi del pianeta, la township music sudafricana, altresi' nota come mbaqanga.

Musica dalle origini rurali, la mbaqanga divenne nel corso degli anni '60 e '70 il suono del sottoproletariato urbano di colore di Johannesburg, alle prese con leggi razziali sempre piu' spietate.

Sembra impossibile che gli anni '60, che si aprirono con il massacro di Sharpeville e proseguirono con l'imprigionamento di Nelson Madela e la precipitosa fuga dal Paese di Miriam Makeba e Hugh Masekela (suonare dal vivo e danzare divenne molto problematico per la popolazione di colore), abbiano potuto dare vita a una musica che e' pura celebrazione e espressione di gioia di vivere.

E' la stessa musica che ispiro' a Paul Simon il capolavoro Graceland, che introdusse al mondo i magnifici Ladysmith Black Mambazo, che insieme a Mahlathini e alle Mahotella Queens (presenti in questa raccolta) sono le voci piu' popolari della mbaqanga.

Next stop... Soweto e' una raccolta importante per almeno due motivi. Il primo e' la qualita' straordinaria delle note di copertina (un lungo articolo firmato da David Coplan, antropologo e autore di In township tonight! Three centuries of South African black city music and theatre). Il secondo e' il fatto che finalmente ci si confronta con un patrimonio musicale che esula dai soliti territori (Nigeria e Ghana soprattutto) cosi' saccheggiati in questi ultimi anni.

Questo e' il mio consiglio d'ascolto per questo fine settimana, a chi passa di qui. Preparatevi ad abbandonarvi a un suono fatto di fiati suonati in modo ritmico, chitarre cristalline, canti corali.

E siamo solo all'inizio: la Strut ha gia' annunciato altri due volumi.

Pura gioia di vivere espressa con freschezza e generosita'. Un disco fantastico.

mercoledì 10 marzo 2010

Sentire colori

Quando qualche giorno fa nei commenti a questo post si parlava di esperienze sinestetiche, mi e' venuto in mente che in Engadina Calling non abbiamo forse mai citato i fantastici Colours, quartetto jazz fusion del contrabbassista tedesco Eberhard Weber, in attivita' tra il 1975 e il 1981.

I Colours sono stati la risposta tedesca al silenzioso jazz nordico del quartetto di Bobo Stenson e Jan Garbarek, insieme a loro fondatori dell'elegante estetica sonora e visuale dell'ECM (interpretazione europea e intellettuale dell'atmosferico jazz suonato all'inizio degli anni '70 da Miles Davis, Herbie Hancock, Weather Report).

Ascoltare i loro tre fondamentali album (Yellow fields del 1976, Silent feet del 1978, che personalmente considero il piu' riuscito e poetico dei tre, e Little movements del 1980: si trovano raccolti in un box set a prezzo davvero contenuto) e', davvero, vedere note e sentire colori. Viene in mente soprattutto Willem de Kooning, la sua colorata pittura, in parte astratta e in parte figurativa. Allo stesso modo, le lunghe tracce dei Colours restano in meraviglioso equilibrio tra composizione e misurata improvvisazione corale.

Classical training frees you to do this sosteneva de Kooning - osservazione che mi sentirei di estendere ai dischi dei Colours. Nel loro suono si percepisce anche un forte amore per la musica da camera e contemporanea europea (che peraltro mi verrebbe da dire non estraneo anche al jazz rock di Canterbury, che con i Colours ha diversi punti di contatto stilistico).

Davvero belle anche le copertine di tutti e tre i dischi, un po' simili al sereno stile pittorico di Henri Rousseau, dipinte dalla moglie di Weber.

Questa e' la deliziosa Seriously deep.

Musica da vedere: lasciate che queste note colorino la vostra vita.

lunedì 8 marzo 2010

White light white hills

Vi segnalo che domani sera al Luminaire di Kilburn suoneranno i magnifici White Hills e, in loro supporto, gli ottimi Pontiak.

White Hills sono l'attuale sensazione promossa da Thrill Jockey, anche se sono in giro gia' da un paio d'anni. Il loro ultimo omonimo album e' davvero una bomba di moderno hard rock psychedelico. Punto di partenza della loro ispirazione e' la psychedelia cosmica di Amon Duul e Hawkwind, rivista alla luce di tante cose che sono successe prima e dopo: Velvet Underground, Black Sabbath, Blue Cheer, Stooges, Motorhead, Slayer, Spiritualized, Loop, Mudhoney, Sunn O))).

White Hills si sviluppa in cerchi concentrici di rumore bianco per quasi un'ora e sette lunghe tracce che sono luce abbagliante e elettricita' incandescente. La musica del giovane trio space noise newyorkese e' piena di riverberi che la rendono densa come magma. Un impenetrabile muro di suono che stordisce e lascia esausti.

White Hills si candidano a diventare esponenti di primo piano di quell'America altra e minore che ci ha in questi anni regalato Sunburned Hand of the Man, Brightblack Morning Light, Matt Valentine & Erika Elder e che magicamente non smette mai di stupire, con una vitalita' e una passione che sembrano non esaurirsi davvero mai.

domenica 7 marzo 2010

Lanzarote calling

E io chiedo agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero di individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro eccessivo, alla demoralizzazione, all’infanzia perenne, alla più abietta ignoranza, alla disgrazia ineluttabile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco.

(Almeida Garrett)


Straordinaria lettura il blog (non aggiornato con la regolarita' che vorremmo, purtroppo) di Jose' Saramago. L'edizione cartacea (i post pubblicati nel 2008 e 2009) e' pubblicata qui in Inghilterra da Verso e in Italia da Bollati Boringhieri (dopo il rifiuto di Einaudi, a seguito dei passionali attacchi di Saramago all'azionista di maggioranza della casa editrice torinese).

Ne emerge la voce di un testimone prezioso del presente, che interpreta i nostri tempi con grande lucidita' e uno spirito critico militante. Avvilito, come siamo tutti, da una sinistra che, malgrado quello che sta accadendo nel mondo, continua a non alzare la testa. Come se non avesse ragione.

Attento all'anomala situazione del nostro Paese...

Veltroni e' responsabile, certo non l'unico, ma nell'attuale congiuntura, il maggiore, dell'indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all'anima sua. [...]

Il piccolo partito di Antonio Di Pietro, l'ex magistrato di Mani Pulite, puo' diventare il revulsivo di cui l'Italia ha bisogno per arrivare a una catarsi collettiva che risvegli all'azione civica il meglio della societa' italiana. E' l'ora. Speriamo che lo sia. [...]

Non si può decidere che [Berlusconi] non sia un delinquente perché non ha ucciso nessuno o non ha fatto rapine a mano armata. Esistono molti altri modi di delinquere. [...] Deve essere l’Unione Europea ad alzare la voce. Deve dirgli che i suoi modi non sono forme di comportamento accettabili nella sfera pubblica e che casi come i suoi sono un discredito per la politica. Un cittadino europeo ha tutto il diritto di chiedersi che Europa sia questa in cui si applaude un signore che si comporta con tanta maleducazione nelle riunioni internazionali”.

... allo stato mondiale dell'economia che tanto dolore sta creando nei piu' poveri e indifesi, per i quali, da sempre, e' stato pronto ad alzare la voce...

Davos e' stata per trent'anni l'accademia neo-con per eccellenza e, per quanto posso ricordare, non una sola voce si e' levata nel paradisiaco hotel svizzero a segnalare i pericolosi cammini che il sistema finanziario e l'economia avevano imboccato. [...] E ora ci dicono che mancano le idee. Vediamo se emergeranno, quando il pensiero unico non avra' piu' menzogne da offrirci.

... al potere della Chiesa...

Ratzinger non ha mai riscosso le mie simpatie intellettuali. Lo vedo come uno che si sforza di mascherare e occultare cio' che pensa. [...]

Non sopporto di vedere i signori cardinali e i signori vescovi abbigliati con un lusso che scandalizzerebbe il povero Gesu' di Nazareth, mal coperto dalla sua tunica di misera stoffa per quanto inconsutile fosse - e certamente non lo era - senza ricordare la delirante sfilata di moda ecclesiastica che Fellini, genialmente, ha messo in Otto e mezzo per suo e nostro diletto. [...] Come persona, come intellettuale, come cittadino, mi offende la sufficienza con cui il papa e la sua gente trattano il governo di Rodriguez Zapatero, colui che il popolo spagnolo ha eletto in piena coscienza. A quanto pare, qualcuno dovra' tirare una scarpa contro uno di questi cardinali.

... alla questione palestinese...

Quello di cui Israele ha veramente bisogno e' una rivoluzione morale. Fermo in questa convinzione, non ho mai negato l'Olocausto, mi sono soltanto permesso di estendere questa nozione alle angherie, alle umiliazioni, alle violenze di ogni tipo a cui il popolo palestinese e' stato sottoposto. E' un mio diritto e i fatti si sono incaricati di darmi ragione.

... ai diritti degli animali.

Se potessi, chiuderei tutti i giardini zoologici del mondo. Se potessi, proibirei l'uso di animali negli spettacoli del circo. Non devo essere l'unico a pensarla cosi', ma rischio la protesta, l'indignazione, l'ira della maggioranza che s'incanta nel vedere animali dietro le grate o in spazi dove non possono muoversi come la loro natura vorrebbe. Piu' deprimenti di questi parchi , solo gli spettacoli del circo che riescono a rendere ridicoli i patetici cani vestiti con gonnelle, le foche che applaudono con le pinne, i cavalli impennacchiati, le scimmie in bicicletta, i leoni che saltano il cerchio, i muli addestrati a inseguire comparse vestite di nero, gli elefanti in bilico su sfere di metallo mobili. Il circo e' divertente, i bambini lo adorano, dicono i genitori, i quali, per completare l'educazione dei loro rampolli, dovrebbero portarli anche alle sedute di addestramento (o di tortura?) sopportate fino all'agonia dai poveri animali, vittime inermi della crudelta' umana.

Non c'e' solo il Saramago polemico e arrabbiato nel suo blog. A riportare il sorriso sono le pagine dedicate a Pessoa, Amado, Fuentes, Federigo Mayor, Chico Buarque de Hollanda: pagine finalmente ricche di affetto, garbo, sincera stima.

giovedì 4 marzo 2010

Harmonia mundi

Gli uomini accumulano conoscenze, ma io penso che il traguardo ultimo sia poter ascoltare il suono della valle e contemplare il colore della montagna. Insomma, non preoccuparsi degli uomini, ma della luna, degli alberi, dare ascolto alla voce dell'intero universo.

(Kodo Sawaki Roshi)


Tre dischi, oltre due ore di musica, eppure la prima cosa che colpisce di Have one on me e' la leggerezza. La grazia, che informa tutta l'opera e rende ognuna delle 18 nuove canzoni della poetessa e arpista californiana Joanna Newsom un piccolo miracolo di perfezione.

Have one on me rappresenta l'antitesi di Ys: dove quello indulgeva nella complessita' degli arrangiamenti orchestrali barocchi di Van Dyke Parks, questo e' un capolavoro di rarefatta essenzialita' e raffinatissimo senso della misura. E' proprio grazie alla maggiore parsimonia strumentale che i particolari decorativi emergono con trasparente nitidezza.

Lavoro concepito per essere suonato su un vecchio giradischi collegato ad un amplificatore valvolare (non vedo l'ora di ascoltarlo sul piatto Sansui del 1973 perfettamente funzionante che grazia la mia ex-cameretta, la prima volta che tornero' in Italia), pre-moderno e contemporaneamente proveniente da un futuro lontanissimo, Have one on me e', fino a oggi, l'opera d'arte fondamentale del ventunesimo secolo, non importa di quale linguaggio artistico stiamo parlando. Joanna Newsom coglie elementi diversissimi tra di loro (American folk music, ballate celtiche, la sacra triade Joni Mitchell/ Karen Dalton/ Linda Perhacs, musica da camera europea, Kate Bush e altro ancora) e li interpreta con un'originalita' che nasce da una sensibilita' assolutamente unica.

La sua voce, pura come il suono di una sorgente ascoltato sdraiati su un prato di montagna, galleggia con naturalezza infinita sugli arrangiamenti di immensa classe pensati per lei dall'ottimo Ryan Francesconi, capobanda del gruppo che abbiamo sentito un paio di anni fa accompagnare Joanna qui al Barbican, emettendo bagliori di luce abbagliante.

Tutto, in Have one on me, e' armonia e equilibrio che risuonano negli strati piu' profondi dell'anima. Musica che e' sempre esistita da qualche parte, e ci trascendera', musica che commuovera' uomini e donne sensibili ancora tra cinquecento anni.

In questa capacita' di scoprire l'armonia che e' dentro di noi, ma di farcela ascoltare come fosse la prima volta, risiede la grandezza della piu' profonda e importante artista vivente.

A un certo punto di Good intentions paving company Joanna canta Stars are just beginning to appear, and I have never, in my life, before been here.

C'e' da crederle. Ci sono magnifici luoghi nei quali solo la musica ci puo' trasportare e dove percepiamo unita' e bellezza assolute. E' per fare esperienze come queste, forse, che siamo qui.

Nel silenzio della notte ascolto ancora una volta Have one on me, commosso e incredulo.

martedì 2 marzo 2010

Ladies and gentlemen we are floating in space

La corrente retrospettiva dedicata a Theo Van Doesburg, fondatore di De Stijl e figura centrale dell'arte europea della prima meta' del Novecento, e' la mostra piu' interessante e emozionante vista alla Tate negli ultimi anni (direi dalla retrospettiva su Cy Twombly del 2008).

E' stata pensata e curata benissimo, con un percorso che spazia tra pittura, scultura, film, musica, poesia, caratteri tipografici, design e architettura.

Non e' certo una mostra facile e di ampio richiamo: Domenica mattina attorno alle 11, quando sono passato a ritirare la cartellina stampa, per ingannare il tempo i ragazzi alla biglietteria parlavano tra di loro. E durante la mia visita, in ogni sala ci saranno state altre quattro o cinque persone al massimo, concentrate e silenziose. Atmosfera del tutto inusuale per la mostra ammiraglia della Tate.

Il nostro viaggio inizia con i primi esperimenti pittorici astratti dell'artista olandese (del 1914 - 15), molto influenzati da Kandinsky, con il quale Van Doesburg condivideva l'interesse per la teosofia, e orientati verso la definizione di un linguaggio artistico metafisico, capace di rappresentare gli equilibri e le forze sottese al mondo visibile (di li' a poco peraltro Van Doesburg avrebbe preso le distanze da Kandinsky e si sarebbe dedicato a un'estetica ben piu' razionale, ordinata, geometrica, discendente dal cubismo).

Fin dalle prime sale, i curatori hanno scelto di dare ampio spazio alla narrazione dei contatti internazionali di Van Doesburg (il quale a partire dal 1921 inizio' a condurre una vita nomadica, sempre in movimento tra la Germania, la Russia, la Francia - e, di riflesso, tra Bauhaus, Costruttivismo, Dada). Lo aiutava, in questo peregrinare, il suo ruolo critico all'interno della rivista artistica De Stjil, che diresse tra il 1917 e il 1931 (anno della scomparsa di Van Doesburg). E nonostante i contatti tra De Stijl e Futurismo siano sempre stati piuttosto limitati, pure Severini fu tra i collaboratori (questo lo scrivo anche per sottolineare il ruolo di tratto di unione tra un po' tutte le avanguardie europee giocato dall'artista olandese e dalla sua rivista).

Tutta la prima parte della mostra e' dedicata soprattutto alla pittura, con lavori bellissimi di Van Doesburg, Mondrian, Huszar, astratte e metaforiche rappresentazioni dell'armonia e dell'equilibrio del mondo, ottenute attraverso linee geometriche e l'uso di pochi colori, sempre gli stessi: azzurro, rosso, giallo, bianco, nero e grigio. Interessante, nei titoli, il costante riferimento a oggetti concreti: i pittori di De Stjil rifiutavano per le loro opere un ruolo puramente decorativo.

Le tracce della presenza dell'artista si fanno col tempo sempre meno evidenti. La pittura di De Stijl si evolve progressivamente in senso strettamente bidimensionale e meccanico. Erano quelli gli anni nei quali gli artisti d'avanguardia (i Futuristi soprattutto, ma un po' tutti) subivano la fascinazione della macchina: irresistibile ideale di bellezza moderna.

La parte centrale e' quella piu' concettuale, che richiede piu' concentrazione e lettura delle didascalie, quindi anche quella dove sostiamo per piu' tempo. E' quella del dialogo col dadaismo: Van Doesburg inventera' pure un alias (IK Bonset) e pubblichera' una rivista (Mecano), alla ricerca di una sintesi tra De Stjil e Dada (un po' acrobatica, per la verita', se considerate la polarita' opposta ordine - disordine che caratterizza i due movimenti). Sono gli anni nei quali, in particolare, van Doesburg stringe amicizia con Kurt Schwitters.

E' anche la parte piu' multimediale: consiglio a qusto punto una pausa sui comodi puff collocati strategicamente a meta' del percorso, per ascoltare in cuffia musica contemporanea dell'epoca, riflettere su quello che abbiamo visto, prendere appunti, prepararci con calma alla seconda parte.

Seconda parte che si apre con la relazione tra de Stjil e Bauhaus. Rapporto difficile: innamoramento seguito da delusione, per via del fallimento di Van Doesburg nell'assicurarsi una cattedra alla scuola di Weimar dove insegnavano in quegli anni Kandinsky e Klee. Pretesto della contesa fu l'enfasi della Bauhaus sull'espressione individuale, alla quale De Stjil contrapponeva impersonalita', produzione meccanica, obiettivita', un vocabolario di forme e colori molto limitato (il minimalismo parte da qui).

Bella anche l'ultima delle sale multidisciplinari, la nona che incontriamo, dedicata al dialogo tra pittura e architettura all'interno di De Stijl: anche questo per nulla facile, quasi un corpo a corpo per stabilire a chi spettasse il ruolo principale. Con l'obiettivo comune, peraltro, di situare abitanti e fruitori occasionali all'interno di uno spazio caratterizzato dalla stessa sintassi di forme e colori molto contenuta.

La mostra si conclude con due sale ancora dedicate alla pittura, caratterizzate da tele visualmente ancora piu' energetiche e drammatiche di quelle viste fino a questo punto, con prevalenza di linee diagonali a donare dinamismo.

Se un pochino sono riuscito a incuriosirvi, oltre a visitare la mostra (aperta fino al 16 Maggio) potrete ascoltare il gestore di questo blog presentare la retrospettiva della Tate in conversazione con Marina Petrillo, Venerdi' a mezzogiorno su Radio Popolare all'interno di Alaska.

[Ascolta la puntata di Alaska]