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Osservazioni e ascolti

sabato 30 ottobre 2010

Buongiorno, notte (Marco Bellocchio, 2003)

Davvero ottima la rassegna che l'Istituto Culturale Francese ha dedicato questa settimana ai film che hanno raccontato gli anni del terrorismo politico.

In particolare, se non l'avete ancora visto, consiglio di cercare il film di Marco Bellocchio ispirato dalla bella autobiografia Il prigioniero, di Anna Laura Braghetti, pubblicata qualche anno fa da Feltrinelli.

La Braghetti era una componente della colonna romana delle Brigate Rosse che rapi' Aldo Moro: a lei era intestato l'appartamento di via Montalcini nel quale il leader democristiano venne tenuto prigioniero e processato. Era lei che, insospettabile bibliotecaria, manteneva i contatti tra i brigatisti che tenevano prigioniero Moro e il mondo esterno.

Il film e' un racconto struggente, diverso dal libro al quale e' liberamente ispirato, ma non meno impressionante. Attraverso documenti d'epoca (interviste, telegiornali, suoni) riviviamo un momento terribile della nostra storia nazionale. E anche della nostra biografia personale: quando Moro fu rapito avevo 12 anni, e l'Italia di allora me la ricordo proprio come quella ricostruita con dovizia di particolari da Bellocchio.

Ripercorriamo i passi di un'illusione romantica, utopica, rivoluzionaria, e il violento ritorno alla realta' che consegui' da quel progetto irrazionale, che di una stagione segno' l'epilogo.

Di quel progetto, Bellocchio e' stato bravo a raccontare lo spirito improvvisativo. Ma a colpire, piu' di ogni altro elemento, e' l'umanita' fragile di quel prigioniero abbandonato. E la sua curiosita', il suo desiderio di capire, le sue domande, che si fanno strada tra momenti di disperazione. La consapevolezza che non lo abbandona, e che viene ribadita nelle lettere sempre piu' sconsolate alle quali affida una speranza di liberazione.

Magistrale l'uso della musica, dei Pink Floyd: Shine on you crazy diamond (la scena immaginaria di Moro che lascia la prigione e cammina libero) e The great gig in the sky (la scena piu' bella del film, nella quale la Braghetti legge una lettera di Moro alla moglie e associa il suo sacrificio a quello dei condannati a morte della Resistenza).

Un racconto bellissimo, vivo, dall'interno: drammatico e partecipato. Storia di sogni finiti male e di trasformazioni dalle quali non vi e' ritorno.

martedì 26 ottobre 2010

The social network (David Fincher, 2010)

Il film del quale tutti parlano, e quel che e' peggio non riusciro' a dire nulla che non sia gia' stato scritto da qualcun altro.

Pero' e' inevitabile farci i conti, per provare a far luce su uno dei piu' incomprensibili fenomeni contemporanei. Come molti di noi, da un paio di anni cerco di comprendere la ragione per la quale molte persone che quando le incontri sembrano normali sentono poi quando vedono un computer, o addirittura col telefonino, un irresistibile bisogno di inserire in Internet foto in costume da bagno, alle riunioni natalizie di famiglia, il giorno della laurea, con il fidanzato, con il vestito della festa. Una esibizione di facce, scollature, pettinature, abbronzature, abbracci, sorrisi, bicchieri, interni di case, bar, localita' marine, descrizioni del cibo mangiato e del tempo che fa, proteste contro il governo, esposizioni di stati d'animo semplificati e battute che sembra non avere mai fine, e che abbiamo finito per considerare normale.

Il film non entra nel merito, preferendo raccontare (in modo un po' prolisso e da telefilm) la storia del fondatore del mezzo.

Non mi e' chiaro per quale ragione la storia di Facebook dovrebbe differire da quella di qualsiasi altra start-up, quale sarebbe l'eccezionalita', la specificita' di quello che vediamo. Questo Zuckerberg sarebbe un classico nerd. E allora? Qualcuno di voi si sarebbe aspettato qualcosa di diverso? Cosi' come il fatto che nel momento dell'inaspettato successo tradisce l'amico che con lui ha condiviso i primi passi, per tenersi il malloppo: non mi sembra quel colpo di scena che uno non si sarebbe potuto aspettare, conoscendo le storie di altre start-up.

Cosi', tra dialoghi tirati un po' per le lunghe, un montaggio veloce che cerca di evitare gli sbadigli piu' sonori, qualche festa studentesca, qualche scena girata in ufficio, ci si trascina fino alla fine.

Si esce dal cinema ne' annoiati ne' divertiti, ne' con domande ne' con risposte.

Un film non brutto, ma innocuo: un'occasione persa per indagare un fenomeno sociale interessante, i suoi effetti, le sue implicazioni.

domenica 24 ottobre 2010

Nik Bartsch's Ronin, Llyria (ECM, 2010)

I Ronin del pianista Nik Bartsch (che vi ho proposto domenica scorsa a Prospettive Musicali) arrivano da Zurigo, e sono difficilmente definibili.

Suonano una sorta di jazz fusion piuttosto freddo, che puo' ricordare i tedeschi Colours, la formazione del contrabbassista Eberhard Weber attiva nella seconda meta' degli anni settanta.

Rispetto ai loro due lavori precedenti, questo Llyria e' decisamente meno ritmico e funk. La musica tende a fluttuare nell'aria senza prendere una direzione precisa. I sapori d'oriente sono piu' marcati, soprattutto negli episodi sorretti da un ritmo appena suggerito.

Ritmo che quando e' presente e' spesso dispari, spezzato, tutt'altro che fluido, quasi contratto.

Il disco si suddivide in sette moduli, piuttosto articolati, di durata compresa tra i sei e i dieci minuti, difficilmente distinguibili, che vanno a costruire un album di musica non intrusiva, d'ambiente, adatta da tenere in sottofondo per leggere e scrivere.

Llyria e' un disco quieto e autunnale, un ascolto molto adatto a queste giornate che si vanno accorciando, ai colori che si fanno piu' spenti, alle temperature che iniziano a diventare piuttosto rigide.

Un album malinconico, pensoso, introverso e contemplativo, come ci capita di essere in questa stagione.

mercoledì 20 ottobre 2010

Robert Wyatt/ Gilad Atzmon/ Ros Stephen, ... For the ghosts within (Domino, 2010)

L'ultima volta che mi e' capitato di incontrare Robert Wyatt (con Alfie, qualche settimana fa, al mercato che c'e' una o due volte al mese dietro al Southbank), parlandomi di questo disco l'ha definito con sincero understatement britannico una piccola cosa.

Conoscendo ormai piuttosto a fondo i codici comunicativi e l'etichetta di questo Paese, mi sono permesso di non credergli. ... For the ghosts within e' di fatto il seguito di Comicopera, e prosegue il ben noto dialogo wyattiano tra pop e jazz che affonda le sue radici nel lavoro con i Soft Machine, e si e' poi sviluppato con straordinaria coerenza in un arco temporale di oltre quarant'anni.

E' un album abbastanza difficile da descrivere, un percorso non privo di acrobatici salti temporali, tenuto pero' insieme da un'atmosfera lirica, sognante, meditativa (purtroppo interrotta da una traccia troppo movimentata, messa a circa un terzo del disco, che interrompe un ascolto altrimenti fluido).

A fare da collante e' l'attitudine che percorre questa ora di musica, il desiderio di andare indietro guardando avanti. Interpretare personalmente, pur se con grande rispetto: la storia della musica cosi' come la propria. Rendendo omaggio ai musicisti jazz che hanno fatto ricorso a un'orchestrazione di impianto classico e riproponendo episodi del proprio passato con lo stesso spirito.

Non voglio togliervi il piacere della scoperta, ma per quanto mi riguarda trovo davvero deliziose le prime due tracce (una cover di Laura, famosa soprattutto nella versione di Charlie Parker, e Lullaby for Irena, un originale di Wyatt con liriche di Alfie), con un cantato che puo' ricordare abbastanza Chet Baker (non solo in questi due brani a dire la verita') e voli di archi piacevolmente dissonanti.

E le ultime due: una cover di At last I am free degli Chic (dal loro magistrale C'est Chic del 1978), piu' astratta e meno letterale rispetto all'interpretazione wyattiana del 1980, e la mia traccia preferita dell'intero album. E una versione di grande lirismo dello standard di Louis Armstrong What a wonderful world (versione che mi ha ricordato molto l'indimenticabile grazia della Penguin Cafe Orchestra).

E in mezzo ci sono il bel tango che da' il titolo al disco, una cover di Round midnight e una di In a sentimental mood, una versione in verita' non eccelsa di Maryan (originariamente su Shleep), e altro ancora.

Ascolto autunnale, come camminare su un tappeto di foglie soffice e dalle mille sfumature di colore, immersi nei propri pensieri e ricordi.

martedì 19 ottobre 2010

Erkki-Sven Tuur, Strata (ECM New Series, 2010)

Spero che chi ha sentito Prospettive Musicali di un paio di sere fa abbia apprezzato gli ascolti di Arvo Part dei quali abbiamo fatto esperienza insieme.

A loro e' dedicato il post di oggi. Erkki-Sven Tuur e' un altro compositore estone che mi piace molto: appartiene peraltro alla generazione che da Part e' stata influenzata, specialmente dai chiaroscuri timbrici, armonici e percussivi che ne caratterizzano la inconfondibile calligrafia.

La musica di Tuur, pur se a un primo ascolto puo' risultare ostica, come una linea imprevedibilmente spezzata e sfuggente, dopo ripetute esposizioni rivela il suo carattere drammatico, organico e profondo: musica complessa, ma mai fine a se stessa. Piuttosto, in costante evoluzione e quindi da percorrere con attenzione per non inciampare su vetri aguzzi abbandonati qua e la'.

Le citazioni classiche abbondano: le pagine sinfoniche di Tuur traducono per noi moderni la forza drammatica delle sinfonie di Beethoven, unita allo spirito romantico di Sibelius e alla solennita' di Mahler.

Nel singolo movimento della sesta sinfonia (intitolata Strata, composta nel 2007) si susseguono momenti energici e percussivi e altri pastorali, di struggente abbandono, a costruire progressivamente un magistrale equilibrio cromatico di stati d'animo. L'adagio che la conclude, di bergmaniana staticita', e' come un'eco rimasta dentro di noi dopo l'ascolto attento della prima parte.

Eccellente l'esecuzione della Nordic Symphony Orchestra, diretta dalla elegante e fascinosa Anu Tali.

Musica che genera onde sulle quali galleggiare, lasciandoci trasportare dalle correnti. Concentrati, vigili, ma con fiducia e senza affanno.

Chiede tempo e concentrazione, dona con generosita' armonia e profondita'.

domenica 17 ottobre 2010

Prospettive Musicali del 17 ottobre 2010

Puntata piuttosto autunnale quella di questa notte. Sinesteticamente in armonia con l'atmosfera di questo fine settimana, trascorso leggendo e passeggiando su sentieri di campagna, a piedi e in bici, assaporando un silenzio ovattato e magico.

Abbiamo dedicato buona parte del tempo a nostra disposizione a festeggiare il settantacinquesimo compleanno di Arvo Part, ascoltando frammenti di sue recenti composizioni:

1) CARLY SIMON
The Carter family
da No secrets
(Elektra, 1972)

2) YOUNG SCAMELS
Tempest
da Tempest
(File 13, 2010)

3) JAMES BLACKSHAW
Part 2
da All is falling
(Young God, 2010)

4) LOS ANGELES PHILARMONIC
Con sublimità
da Arvo Part: Symphony no. 4
(ECM New Series, 2010)

5) ESTONIAN PHILARMONIC CHAMBER CHOIR/ ESTONIAN NATIONAL SYMPHONY ORCHESTRA
In principio erat Verbum
da Arvo Part: In principio
(ECM New Series, 2009)

6) ESTONIAN PHILARMONIC CHAMBER CHOIR
Salve regina
da Arvo Part: Da pacem
(Harmonia Mundi, 2006)

7) NIK BARTSCH'S RONIN
Modul 52
da Llyrìa
(ECM, 2010).

Ascolta.

[Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle 22.35, sui 107.6 in FM di Radio Popolare. Le prossime puntate curate da me verranno trasmesse il 21 e 28 novembre].

domenica 10 ottobre 2010

Prospettive Musicali del 10 ottobre 2010

Puntata monografica stanotte, dedicata agli anni d'oro della Elektra records. (Adesso che so che la preparazione di puntate monografiche dà tanta soddisfazione, aspettatene presto altre...).

1) JOSH WHITE
St. James infirmary
da Sings ballads and blues
(Elektra, 1957)

2) FRED NEIL
Bleecker & MacDougal
da Bleecker & MacDougal
(Elektra, 1965)

3) JUDY COLLINS
Masters of war
da 3
(Elektra, 1963)

4) LOVE
My little red book
da Love
(Elektra, 1966)

5) DOORS
Soul kitchen
da The Doors
(Elektra, 1967)

6) PAUL BUTTERFIELD BLUES BAND
I got my mojo working
da The Paul Butterfield Blues Band
(Elektra, 1965)

7) LOVE
A home is not a motel
da Forever changes
(Elektra, 1968)

8) TIM BUCKLEY
Strange feelin'
da Happy sad
(Elektra, 1969)

9) STOOGES
1969
da The Stooges
(Elektra, 1969)

10) DOORS
The changeling
da LA woman
(Elektra, 1971).

Ascolta.

Prospettive Musicali e Engadina Calling tornano tra 7 giorni. Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle 22.35 su Radio Popolare, 107.6.

martedì 5 ottobre 2010

Bonjour tristesse (Otto Preminger, 1958)

E' una serata tranquilla di meta' settimana. Sullo stereo qui in soggiorno gira un vecchio classico immortale e io mi prendo un po' di tempo per aggiornare il nostro taccuino engadinese. Tra la cena e la preparazione della scaletta di Prospettive Musicali di domenica prossima (puntata a tema, collector's edition, come non facciamo da un po', ma non voglio anticiparvi nulla).

In questi giorni sto seguendo, quando riesco, l'enciclopedica (un mese e mezzo con proiezioni giornaliere) retrospettiva che il British Film Institute sta dedicando alla fascinosa Deborah Kerr. Sabato scorso sono riuscito a recuperare Bonjour tristesse, adattamento del romanzo della Sagan, fino ad ora la pellicola che ho preferito della rassegna.

Film sostanzialmente fedele al libro, recitato a mio parere benissimo, con la magnifica Jean Seberg (sulla cui vita, vi prego, qualcuno giri al piu' presto un film) nella parte della figlia ribelle che la futura matrigna intende correggere. Notevole la naturalezza con la quale la Kerr interpreta il suo personaggio, dall'iniziale algida compostezza fino alla finale caduta di ogni difesa. Tragica, non melodrammatica.

Indimenticabili il tema del film, cantato da Juliette Greco, e un cameo di Walter Chiari, che recita in inglese: geniale, come sempre.

Pellicola di impeccabile grazia visuale ed eleganza, di gusto assai francese nonostante il cast internazionale: girato nella villa della direttrice di Elle, e i titoli di testa (disegnati da quel maestro di Saul Bass, cosi' come il manifesto) precisano che i vestiti di Deborah Kerr sono di Givenchy, i gioielli di Cartier, gli accessori di Hermes...

Bonjour tristesse venne del resto apprezzato soprattutto dal pubblico d'oltralpe, dopo essere stato accolto da critiche tiepide in America.

Un bel profilo di Deborah Kerr si trova sull'ultimo numero di Sight & Sound e lo potete leggere qui. Un articolo molto ben scritto su Otto Preminger lo potete trovare qui. Il programma della seconda parte della retrospettiva e' questo.

sabato 2 ottobre 2010

Eadweard Muybridge, Tate Britain

Fuori piove incessantemente da ore. Radio 3 sta passando la quarta sinfonia di Arvo Part (in un'esecuzione che non riconosco, sto aspettando che la disannuncino per capire di chi sia). Direi che l'atmosfera e' ideale per aggiornare Engadina Calling, che sto un po' trascurando in questi tempi: mi scuso con chi passa di qui e trova lo stesso post per parecchi giorni. Ma preferisco scrivere solo quando ho qualcosa da raccontarvi, e tempo per farlo con calma.

Obiettivo che Engadina Calling e Prospettive Musicali si propongono e' mettere in comune esperienze di bellezza, siano musiche, letture, film, mostre, luoghi. Ma per farlo credo sia necessaria una bella selezione a monte, e tempo per lasciare sedimentare le esperienze. Altrimenti si scrivono grandi stupidaggini, come quelle delle quali le prime annate di questo blog sono piene.

Stagione d'oro per le mostre questa fine del 2010 qui a Londra, e ancora una volta e' la Tate a fare le proposte piu' interessanti. Stamattina sono stato alla Tate Modern a vedere la molto completa restrospettiva su Gauguin che ha aperto mercoledi', ma voglio rivederla con calma di sera, quando la galleria e' decisamente piu' vuota e silenziosa.

Mi ha invece molto sorpreso la mostra che la Tate Britain sta dedicando a Eadweard Muybridge, tra i padri fondatori della fotografia. Non pensavo mi entusiasmasse cosi' tanto. Non certo per gli stranoti studi sulla locomozione, lo zoopraxiscope e tutto il periodo di Palo Alto, gia' molto visto.

Piuttosto per le prime sale, che presentano una serie di fotografie seppiate scattate in California e sulla costa Pacifica, e nel Parco di Yosemite. A me sono tornati alla mente, oltre ai miei viaggi da quelle parti, tutta una serie di suggestioni musicali: l'antologia della musica folk americana di Harry Smith prima di tutto. Naturalmente il collettivo di Laurel Canyon (Love, Buffalo Springfield, Byrds, Doors, Joni Mitchell e Graham Nash...). Ma poi anche un certo post-rock da camera, a tinte seppia, dai Rachel's ai Sonora Pine.

Se capitate alla mostra, e' probabile che come e' successo anche a me vi resteranno impressi per molto tempo i cieli di Muybridge che, e' stato osservato, ricordano quelli dipinti dal suo connazionale Turner.

Le ultime sale si possono volare via, ma quelle nelle quali vi soffermerete, vedrete, sono le prime quattro, comprese quelle dedicate all'America Centrale e alla vita urbana di San Francisco sul finire dell'ottocento.

Come sempre, complimenti alla Tate: non una delle loro mostre presenta il pericolo di banalita' e deja' vu. Qualunque sia il soggetto, ti fanno conoscere un periodo o una prospettiva che ancora non conoscevi.

(La mostra su Muybridge resta aperta fino al 16 gennaio. L'esecuzione della quarta sinfonia di Part, che ha accompagnato la scrittura di questo post, ha detto l'annunciatrice di Radio 3, era quella dell'orchestra nazionale della BBC del Galles e la potete ascoltare qui. Mi piace cosi' tanto che sto pensando di trasmetterne un movimento in apertura di Prospettive Musicali di domenica 10 ottobre. Hear and Now invece sabato prossimo e' dedicato a Arne Nordheim, e perderlo sarebbe imperdonabile).