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martedì 30 novembre 2010

Giorgio Federico Ghedini, Concerto all'aperto (Stradivarius, 2010)

L'aereo e' partito da Milano e arrivato a Londra con oltre un'ora di ritardo, ma e' stato lo stesso un viaggio particolarmente piacevole. Mentre sorvolavamo le Alpi, il cielo si e' magicamente aperto e da quel momento sotto di noi abbiamo visto trascorrere l'Europa innevata.

Passata la manica, ci siamo accorti che anche la Gran Bretagna era ricoperta da una coltre candida che, come ho avuto modo di constatare dopo l'atterraggio, rallentava piacevolmente il traffico verso il centro di Londra.

La musica ascoltata durante il viaggio si e' scelta da sola, come spesso accade. Un volume intitolato Concerto all'aperto, che raccoglie in realta' ben due concerti e una sonata per flauto e orchestra, composti tra il 1947 e il 1958 da Giorgio Federico Ghedini (Cuneo, 1892 - Genova Nervi, 1965).

Ghedini e' ricordato dai piu' per essere stato insegnante (al Conservatorio di Milano) di Berio e Abbado, ma la sua musica non e' apprezzata come dovrebbe essere. E' un errore secondo me, perche' queste composizioni da un lato sanno restare ancorate alla tradizione (rendendo omaggio alla musica barocca, tanto amata qui in Engadina) e dall'altro segnalano una tensione e un'apertura a dissonanze anche stridenti che le rendono, almeno a tratti, moderne (alcuni tra i passaggi piu' vivaci ad esempio possono far tornare alla mente la Sagra della primavera di Stravinskij).

Abbandonarsi a questa musica contemplando il mondo che scorre e' un piccolo piacere che ci viene concesso in quella capsula spazio temporale ancora in parte incontaminata che e' l'esperienza del volo (spesso, tempo ideale per immergersi in musica non necessariamente semplice).

Questi sono il terzo e il quarto movimento (un allegro moderato e un andante) del concerto detto L'Alderina.

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domenica 28 novembre 2010

Prospettive Musicali del 28 novembre 2010

Puntata speciale, interamente dedicata a Captain Beefheart e alla Magic Band:

1) Frownland
da Trout mask replica
(Straight, 1969)

2) The dust blows forward 'n the dust blows back
da Trout mask replica
(Straight, 1969)

3) Dachau blues
da Trout mask replica
(Straight, 1969)

4) Hair pie: bake 1
da Trout mask replica
(Straight, 1969)

5) Safe as milk
da Strictly personal
(Liberty, 1968)

6) Lick my decals off, baby
da Lick my decals off, baby
(Straight, 1970)

7) I'm gonna booglarize you baby
da The spotlight kid
(Reprise, 1972)

8) When it blows its stacks
da The spotlight kid
(Reprise, 1972)

9) Hot head
da Doc at the radar station
(Virgin, 1980)

10) Diddy wah diddy
da The dust blows forward
(Rhino, 1999)

11) Pachuco cadaver
da Trout mask replica
(Straight, 1969)

12) Sweet sweet bulbs
da Trout mask replica
(Straight, 1969).

Ascolta.

Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle 22.35 su Radio Popolare di Milano, FM 107.6.

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domenica 21 novembre 2010

Prospettive Musicali del 21 novembre 2010

Dopo sei settimane trascorse senza uscire da Londra, ieri pomeriggio mi sono ritrovato nel silenzio di un cascinale ristrutturato, nell'Oltrepò Pavese. Unici rumori, lo sfrigolio della legna in una piccola vecchia stufa di ghisa e il ticchettio della pioggia sui vetri.

Il cielo che si faceva sempre più nero, le colline fuori dalla finestra che scomparivano avvolte dalle nuvole. In un angolo i vecchi attrezzi con i quali il nonno si prendeva cura dei suoi campi. Il cane che ogni tanto appoggiava il muso sulla mia gamba, chiedendo carezze e grattatine di testa.

Un po' di castagne e di nocciole da sgranocchiare. Una tazza di tè verde.

La musica che usciva dallo stereo a volume basso e si spandeva silenziosa nella grande stanza dal soffitto altissimo, ben oltre al cono di calda luce che illuminava gli appunti e i ritagli sparsi sul tavolo irregolare di legno grezzo.

Non c'è nulla di più prossimo all'Engadina (la felicità, nel linguaggio di questo blog), per me.

La scaletta che mi è stata ispirata da quell'atmosfera, è silenziosa e profumata di autunno:

1) JAN GARBAREK/ HILLIARD ENSEMBLE
Ov zarmanali
da Officium novum
(ECM New Series, 2010)

2) ERKKI-SVEN TUUR
Symphony no. 6 Strata
da Strata
(ECM New Series, 2010)

3) DINO SALUZZI/ GIDON KREMER/ ANDREI PUSHKAREV
Herio bichebo
da Giya Kancheli: Themes from the songbook
(ECM, 2010)

4) CHARLES LLOYD QUARTET
I fall in love too easily
da Mirror
(ECM, 2010)

5) RUTH PALMER
Fuga
da Hidden acoustics. Bartok. Bach
(Nimbus Alliance, 2010).

Ascolta.

Prospettive Musicali ritorna domenica prossima alle 22.35, sempre su Radio Popolare di Milano, FM 107.6, con uno speciale su Captain Beefheart.

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giovedì 18 novembre 2010

Captain Beefheart, The spotlight kid (Reprise, 1972)

E siamo cosi' arrivati al 1972, anno essenziale nella discografia di Captain Beefheart. Infatti quell'anno uscirono The spotlight kid e Clear spot, sesto e settimo album del Capitano.

Pur essendo lavori piuttosto diversi (The spotlight kid e' piu' lento e cupo, rispetto a Clear spot), entrambi marcano una svolta, in termini di accessibilita', rispetto ai dischi precedenti. Non mancano addirittura tracce decisamente piacevoli e di ascolto piuttosto agevole, piu' simmetriche, meno cubiste. Su tutte la celebre Click clack, tra i brani piu' conosciuti di Beefheart, che era inclusa sulla seconda facciata di The spotlight kid.

E' proprio The spotlight kid il mio preferito tra i due, per il suo andamento coerente e uniforme, ancorche' sostanzialmente tradizionale. Si tratta alla fine di un album di delta blues elettrificato, che si lascia alle spalle gli eccessi piu' traumatici di Trout mask replica e Lick my decals off, baby per ritornare alla semplicita' della musica delle radici. Tutto questo senza perdere davvero la cifra stilistica di Beefheart, refrattaria a regole e geometrie schematiche.

The spotlight kid e Clear spot verranno seguiti da anni di composizioni piu' convenzionali e dalla lenta disintegrazione della Magic Band, prima della rinascita, su nuove basi, post-77.

[Avviso ai naviganti: dopo una settimana di riposo, questa domenica torna Prospettive Musicali, che avro' il piacere di condurre per voi. Vi ricordo anche lo speciale su Captain Beefheart, che andra' in onda domenica 28. Prospettive Musicali e' un settimanale di altre musiche in onda la domenica alle 22.35, su Radio Popolare di Milano].

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martedì 16 novembre 2010

Captain Beefheart & the Magic Band, Lick my decals off, baby (Straight, 1970)

Lick my decals off, baby potrebbe essere di fatto il terzo volume di Trout mask replica. Stesso spirito visionario, stesso desiderio di superamento definitivo di canoni convenzionali.

Pensate che qui in Inghilterra, spinto dal solito John Peel attraverso le onde radio serali della BBC, questo manifesto di eccentrica ostilita' arrivo' nella top 20 dei dischi piu' venduti. Erano davvero anni completamente diversi da quelli che stiamo vivendo. Tanto e' vero che il disco si trova oggi con una certa difficolta' (per la precisione, si reperisce ancora il vinile ristampato dalla Scorpio, mentre per recuperare il compact disc l'unica soluzione credo sia ormai rivolgersi al mercato collezionistico), e non vi e' in progetto nessuna ristampa, almeno per quanto ne sappia.

Dal punto di vista delle liriche, il tema di Lick my decals off, baby e' un invito a guardare il mondo con occhi nuovi, con freschezza, strappandosi di dosso etichette e definizioni acquisite per pigrizia. Un'esplicitazione delle intenzioni di Trout mask replica, forse.

Per la nervosa brevita' e la estrema frammentazione di questo album, ancora una volta viene da pensare che il capitano abbia anticipato la new wave piu' coraggiosa (ascoltandolo mi vengono in mente soprattutto tutta la No New York, il Pop Group e i magnifici e ingiustamente semi-dimenticati Blurt).

Qualcuno di voi lettori di Engadina Calling ha per caso gia' intuito a chi sara' dedicato lo speciale Prospettive Musicali di novembre? (Ho in progetto di dedicare una puntata al mese a un disco o personaggio che mi hanno donato ispirazione, e sono tanti, forse non mi basteranno gli anni rimasti da vivere davanti a me per completare questo ambizioso progetto). Anticipo agli interessati che lo speciale Captain Beefheart andra' in onda domenica 28.

Da Lick my decals off, baby, questa e' la coppia dell'eta' spaziale.

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domenica 14 novembre 2010

Captain Beefheart & His Magic Band, Strictly personal (Liberty, 1968)

A preparare il terreno per Trout mask replica fu questo Strictly personal, magistrale album di blues psichedelico, acido e intossicante come latte lasciato a cagliare per anni.

Anche per via della durata, meno di 40 minuti, affrontare Strictly personal e' un'impresa meno titanica rispetto all'ascolto del leggendario e intricatissimo doppio album di Beefheart uscito un anno dopo.

Il disco si apre con una traccia tutto sommato addirittura tradizionale, se non fosse per il cantato sempre sopra le righe del capitano, un blues sostenuto da foot stomping e armonica a bocca. Prosegue poi con un brano che, e' stato osservato, suggerisce l'immagine di un disco collocato sul giradischi fuori centro.

L'anticipazione di Trout mask replica arriva pero' solo in occasione della terza traccia, quando il mixaggio degli strumenti si fa completamente eccentrico e un ritmo geometrico e' arduo da individuare. Il viaggio psichedelico eccede gli otto minuti, e sono presenti molti degli espedienti di studio resi popolari in particolare dai primi due album dei Pink Floyd.

E' poi la volta di un blues trattato con massicci effetti psichedelici, inclusi echi e nastri girati al contrario. L'armonica e' distorta fino a renderla un rumore modulato irriconoscibile e altamente corrosivo.

La seconda facciata e' dominata da un riferimento molto evidente ai Beatles di Sgt. Pepper's (ripreso anni dopo dai Fall in una Peel session) e da un bel blues (simile a Spoonful di Willie Dixon, che in quegli anni i Cream eseguivano regolarmente nei loro set dal vivo) che prepara al bagno acido finale (vera anticipazione di cio' che sarebbe arrivato un anno dopo).

Strictly personal, pur se lavoro preparatorio del capolavoro che lo avrebbe seguito, e' album che si ascolta ancora con grande interesse: manifesto di un'epoca gloriosa, immensamente creativa e sempre piu' lontana nel tempo.

Stamattina, mentre lo riascoltavo, mi e' capitata tra le mani una recente intervista rilasciata da Paul Auster, che dichiarava:

But we really need to figure out a better way to live - we're ruining our societies and something isn't working, capitalism isn't working, the way we're consuming energy isn't working.

We seem to be frozen politically and in that way this is a strange moment in human history. It's not even a particularly tragic moment, we're not facing Hitler or Stalin, it's not World War II with tens of millions of people being slaughtered every year.

We seem to be in wilful decline, unable to figure out how to improve our lives.

Credo che Auster sia riuscito a sintetizzare in poche efficaci parole la realta' di questi anni. Sono convinto che l'ascolto di dischi come Strictly personal (e di altri vinili realizzati nella stessa effervescente epoca) possa avere una funzione importante, di scossa da un torpore collettivo sempre piu' inquietante e pericoloso.

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mercoledì 10 novembre 2010

Captain Beefheart & His Magic Band, Trout mask replica (Straight, 1969)

Trout mask replica e' allo stesso momento punto di partenza e punto di arrivo definitivo della musica rock contemporanea.

Da qui inizia il rock come lo conosciamo. E pero' qui tutto finisce, perche' del rock Trout mask replica e' l'ultimo bastione, oltre il quale si varcano le colonne d'Ercole di cio' che nessuno dopo Captain Beefheart ha mai avuto il coraggio di esplorare.

Album nato in circostanze caratterizzate da costrizioni e abusi, il terzo lavoro del capitano, che solo Frank Zappa avrebbe potuto produrre, fa dialogare Howlin' Wolf con Albert Ayler, Robert Johnson con Cecil Taylor.

Trout mask replica e' puro flusso di coscienza, liberata da ogni convenzione. Mette in discussione ogni conoscenza pregressa. Inventa geometrie sonore inaudite prima di allora, e irripetibili in seguito.

E' psichedelia che si fa free jazz per necessita' spirituale. Un'esperienza di ascolto che, non ha importanza quante volte si ripete, desta sempre lo stesso immenso stupore. Comanda attenzione assoluta, nessuna distrazione tollera. Tentare di opporre pensiero e logica e' del tutto inutile quando le sue schegge impazzite iniziano a rimbalzare tutt'attorno.

Su Rolling Stone, Lester Bangs recensi' il disco concludendo what may well be the most unusual and challenging musical experience you'll have this year, senza sospettare che avrebbe dovuto sostituire anno con secoli.

Trout mask replica riscrive la storia fino a quel momento e quella che ne seguira' la realizzazione: senza questo gesto monumentale di insubordinazione, non sarebbero esistiti i Talking Heads, Tom Waits, i Fall, i Devo, i Sonic Youth. E' devastazione e purificazione assoluta. Peccato ed espiazione. Perdita di coscienza e definitiva acquisizione di consapevolezza. Discesa negli inferi e ascesa al cielo.

Ferisce e guarisce dal dolore. Resta avvolto nel mistero tanto piu' quanto si rivela. Precipita nel caos mentre si fa rappresentazione del surreale ordine che governa l'apparente entropia di tutte le cose.

E' dimostrazione dell'indimostrabile, fotografia dell'invisibile, pericoloso avvicinamento a cio' che non ci e' dato di esperire in questa vita.

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lunedì 8 novembre 2010

Charles Lloyd Quartet, Mirror (ECM, 2010)

E l'altra uscita ECM di quest'autunno che trovo assolutamente fantastica e' il nuovo lavoro del vecchio leone Charles Lloyd.

Music is a healing force, scrive Lloyd nella sua pagina web, it has the ability to transcend boundaries, it can touch the heart directly, it can speak to a depth of the spirit where no words are needed. It is a most powerful form of communication and expression of beauty.

Il saxofonista di Memphis, 72 anni portati assai bene, suonera' mercoledi' di settimana prossima qui al Barbican in occasione dell'imminente e da me molto atteso London Jazz Festival (da venerdi' 12 a domenica 21, in giro per Londra ma con gli eventi principali che si terranno al Barbican e al Southbank).

A partire dagli anni '50, Lloyd ha suonato con molti giganti del blues, del jazz e addirittura del rock e del pop: Howlin' Wolf, Cannonball Adderley, Herbie Hancock, Keith Jarrett, i Doors, Roger McGuinn, i Beach Boys di Surf's up.

Il suo stile, un crossover molto riuscito di post-bebop e soul-jazz con frequenti riferimenti free e improvvisativi, non si e' evoluto molto dagli anni '70, da quando cioe' scopri' la meditazione trascendentale, e la sua musica si fece particolarmente profonda e spirituale.

Riportato al centro delle scene da Michel Petrucciani all'inizio degli anni '80, ha in seguito inciso regolarmente per l'ECM. Questo e' il suo quattordicesimo lavoro pubblicato dall'etichetta di Monaco che qui in Engadina tanto amiamo.

Mirror, inciso con giovani musicisti tutti di colore (gli stessi con i quali incise un paio d'anni fa il pluripremiato Rabo de nube, sempre su ECM), e' un disco piuttosto vario, che alterna brani autografi a composizioni, tra gli altri, di Thelonius Monk e Brian Wilson (una versione di Caroline, no che fa accapponare la pelle). C'e' persino la recitazione di un frammento della Baghavad Gita, all'interno della traccia che chiude l'album.

Non ho ancora visto questo film, ma sono intenzionato a non perderlo quando passera' di qui. Intanto ascolto e riascolto questa musica che scalda il cuore. Come ebbe a dire Ornette Coleman, la musica di Charles Lloyd fornisce un contributo alla qualita' del vivere.

Che e' fatta anche di piccoli piaceri, come un sax ispirato che suona nel cuore della notte, mentre ci prepariamo a qualche ora di piacevole riposo.

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domenica 7 novembre 2010

Giya Kancheli, Themes from the songbook (ECM, 2010)

Capita a volte di incontrare dischi che riflettono come un'eco lo stato temporaneo del nostro paesaggio interiore.

La quiete di queste composizioni scritte per il cinema e il teatro da Giya Kancheli, all'inizio del suo percorso, e' la stessa di queste giornate che si accorciano sempre piu' e che anticipano l'imminente inverno.

A eseguirle e' un trio formato da un fisarmoniscista argentino del quale abbiamo parlato piu' volte in questo blog (qui e qui), Dino Saluzzi, insieme al vibrafonista ucraino Andrei Pushkarev e al violinista lettone Gidon Kremer.

Sono musiche di grande semplicita' e di poesia molto immediata, spesso lontane dalla complessita' delle composizioni sinfoniche e della musica da camera scritta in seguito da Kancheli (per le quali il compositore georgiano e' noto). Sono quasi delle miniature, frammenti nati per accompagnare scene di film e lavori teatrali, che ascoltate a se' stanti, in queste esecuzioni minimaliste, spesso solo abbozzate e sospese, rivelano tutta la loro contemplativa, astratta, sobria poesia.

Il disco e' nato come sorpresa di compleanno, e venne presentato al compositore in occasione del suo settantacinquesimo anniversario. Verrebbe da definirlo quale un nuovo lavoro di Saluzzi, essendo il contributo del fisarmonicista decisamente prevalente. Come in molti suoi dischi, l'equilibrio tra rigore e liberta' interpretativa tocca la perfezione.

In particolare, in questo frangente Saluzzi suona con una leggerezza che nelle sue ultime prove (sopratutto El encuentro) era un po' soffocata dalla complessita' della struttura compositiva.

E' forte il desiderio di vedere, un giorno, i film per i quali queste colonne sonore sono state generate. Fellini, che era un grande appassionato di cinema georgiano, sosteneva che i film che arrivavano dalla repubblica sovietica sapevano combinare sofisticazione e spunti filosofici con la purezza e l'innocenza dell'infanzia. Un'osservazione che, a ben vedere, potrebbe essere estesa a un disco come questo.

Tra le tracce incluse, mi e' piaciuta soprattutto la colonna sonora di Earth, this is your son, specie il frammento cantato dal cantante georgiano Jansug Kakhidze (gia' ascoltato su Rites di Jan Garbarek).

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giovedì 4 novembre 2010

Forbidden (Frank Capra, 1932)

Ho sempre pensato che autunno e inverno sono stagioni perfette per rifugiarsi (dalla pioggia, dal freddo, dalla malinconia, dai ricordi, dai luoghi comuni) in cinema che proiettano vecchi film in bianco e nero in lingua originale.

Questo Forbidden e' un melodrammone di maniera, interpretato dalla musa di Capra, Barbara Stanwyck (proprio negli anni durante i quali lei rifiuto' una di lui proposta di matrimonio).

Il film dopo la prima mezz'ora si perde un po' in meandri drammatici di dubbia credibilita' (o io ero un po' stanco, non saprei), ma la prima parte e' un'autentica delizia.

E' la storia di una bibliotecaria di paese, Lulu, che un giorno ritira tutti i suoi risparmi, compra un sontuoso guardaroba e si imbarca in una crociera di lusso, alla ricerca dell'amore della sua vita (o di un cambiamento di vita radicale, in ogni caso).

Un uomo lo incontrera', i due si innamoreranno, e per un po' sembrera' che il sogno di trasformazione di Lulu si stia per avverare. Al ritorno pero' scoprira' che la realta' e' diversa dalle aspettative. Da qui nasce un dramma un po' contorto e convoluto.

E invece sono le scene dell'incontro tra Lulu e il facoltoso avvocato (nella cabina di Lulu), la loro cena, il loro ballo, i loro dialoghi, che mi sono rimasti impressi per la loro fresca leggerezza. In un certo senso Forbidden e' un film che tende a essere memorabile proprio dove e' piu' di maniera.

La rassegna del British Film Institute su Capra prosegue per un bel po', fino al 30 dicembre, quindi altri rifugi dal freddo con film in bianco e nero non mancheranno, e ve li raccontero' ancora qui.

lunedì 1 novembre 2010

Carlos (Olivier Assayas, 2010)

Film di tono molto diverso rispetto a Buongiorno, notte. Il linguaggio di Assayas si avvicina in questa biografia del terrorista internazionale Carlos al cinema di Soderbergh (al suo ritratto di Che Guevara, soprattutto).

Meglio precisare che del film ho visto la versione breve, quella di tre ore, e non quella integrale di cinque ore e mezza. Quindi posso parlare di quella. Di Carlos seguiamo le vicende che si svolgono nell'arco di due decenni: lo vediamo muoversi tra Parigi, Londra, Beirut, Damasco, Berlino, Tripoli, Khartoum. La storia e' quasi epica, costellata di personaggi che degli anni del terrorismo sono assurti a simboli (su tutte la spietata Gabriele Kröcher-Tiedemann della RAF, che con Carlos partecipo' all'assalto alla riunione dell'OPEC del 1975).

Si comprendono molte cose vedendo questo film, ma soprattutto colpisce il fatto che l'adesione di Carlos alla causa palestinese avvenga, sembra di capire, sulla spinta del fascino romantico per la vita avventurosa e le armi piu' che di motivazioni ideologiche profonde.

Straordinario come sempre nei film di Assayas l'uso della musica (i Feelies di Crazy Rhythms, i New Order di Movement, gli Wire di The ideal copy e una delle mie dieci canzoni preferite di tutti i tempi).

Post (un po' veloce, lo so, ma sto uscendo, magari domani ne scrivo la versione 2.0) dedicato agli spettatori delusi.