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Ambiente Uguaglianza Tempo

venerdì 25 febbraio 2011

Frederic Martel, Mainstream (Flammarion/ Feltrinelli, 2010)

Purtroppo stasera non sono riuscito ad andare a vedere questo film che mi avevate consigliato, come mi ero ripromesso. Pero' ho terminato la lettura di un saggio davvero interessante.

Lo ha scritto Frederic Martel, che insegna all'Hec di Parigi e che tutte le domeniche anima una trasmissione d'informazione sull'industria culturale e i media intitolata Masse Critique, che va in onda su France Culture.

Mainstream esplora quelli che sono i contenuti, le provenienze, le dinamiche di mercato della cultura di massa. Che e', certamente, la cultura egemonica, standardizzata, valorialmente innocua e consenziente, pilotata grazie agli ingenti capitali promozionali delle major (musicali, cinematografiche, editoriali).

E pero' se ci fermiamo qui, alla critica, finiamo per non comprendere la realta' attorno a noi, per arroccarci nel nostro mondo di etichette indipendenti e cineforum. Arroccamento che ci fornisce una chiave di lettura della realta' che resta, in fondo, parziale.

Io sono invece sempre piu' convinto che, proprio per raccogliere elementi di comprensione del presente, sia necessario cercare di comprendere le ragioni per le quali certi contenuti, certe rappresentazioni del mondo, raccolgono un successo planetario.

Perche', ad esempio, svago e disimpegno sono i motivi dominanti della cultura di massa? Guardate che non e' una domanda banale, e che non e' affatto facile trovare una risposta valida e soddisfacente. Se siete qui in questo momento, su questo blog, e' probabile che siate tra coloro che ai fenomeni di massa preferiscono percorsi individuali, di ricerca e approfondimento.

Ma non vi e' mai capitato di domandarvi perche' siamo minoranza, e soprattutto per quale ragione parliamo esclusivamente tra di noi, senza riuscire a coinvolgere la grande maggioranza delle persone con le quali entriamo in contatto?

Il libro fornisce alcune risposte interessanti, soprattutto nella sua prima parte, che ripercorre la storia della cultura di massa. Ad esempio, come si e' giunti ai film il cui contenuto e' determinato da focus group, e che vengono proiettati in megaplex di oltre venti schermi, ospitati in centri commerciali (all'interno dei quali lo spettatore non si deve nemmeno preoccupare dell'orario di inizio del film, dato che lo stesso inizia a orari differenti in diverse sale: esattamente nel momento in cui hai finito di fare la spesa e ti sei rifornito di un secchio di pop-corn)? Come nascono i successi della pop music? E attraverso quali dinamiche di marketing un libro si trasforma in best seller?

Insomma, come funziona la macchina della cultura di massa?

Nella seconda parte invece Martel ci racconta l'ascesa delle industrie dell'entertainment nei Paesi emergenti (con speciale attenzione alla produzione di cultura di massa in Cina, India, America Latina, mondo arabo): come si mischiano culture dell'intrattenimento locali e globali.

E contemporaneamente ci racconta il declino della cultura europea, anti-mainstream per definizione: elitaria (sia che si tratti di cultura classica che di avanguardie) e frammentata da divisioni e particolarismi (che sono invece, per noi, ragioni di grande interesse).

La conclusione del saggio di Martel e' che stiamo vivendo cambiamenti epocali, che stanno determinando una nuova geopolitica della cultura e dell'informazione, basata su nuovi poli di aggregazione e una tecnologia, quella digitale, che permette una riproduzione infinita dei contenuti e costi mai cosi' bassi.

Come cambiera' il nostro modo di sentire musica, leggere, vedere film?

Martel non da' una risposta univoca, ma delinea scenari possibili:

1) uno che definisce ispirato a una certa continuita': continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, ma tutto sara' in digitale, passera' attraverso Internet e gli smart phones (i telefonini intelligenti che rincretiniscono chi li usa, come li ha definiti una mia collega della radio). In buona sostanza, assisteremo a un processo di smaterializzazione, che pero' lascera' sostanzialmente immutati i contenuti. (Io personalmente dissento abbastanza sull'assunzione che sentire un disco sia come suonare un MP3: a me sembrano proprio esperienze diverse, al di la' del contenuto che, certo, resta lo stesso)

2) altri pero' suggeriscono scenari di trasformazione piu' radicale. Pensate alle possibilita' di partecipazione, scomparsa di intermediazione, scambi peer to peer, ecc. offerti dalla rete. Tutto questo ha la capacita' di trasformare radicalmente il nostro modo di interagire con i contenuti culturali dei quali fruiamo e con quelli che generiamo e scambiamo. Resisteranno i concetti di radio, televisione, stampa che conosciamo (media dei quali siamo sostanzialmente fruitori passivi) alle possibilita' trasformative offerte, gia' ora, dai blog e dai siti di condivisione di contenuti, nei quali partecipiamo piu' attivamente?

E che cosa accadra' alla cultura mainstream, e per converso alle controculture, alle avanguardie, alle culture profondamente locali?

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giovedì 24 febbraio 2011

Lansine' Kouyate' - David Neerman, Kangaba (No Format!, 2008)

Sono giorni grigi e piovosi qui a Londra. Da quando sono tornato credo di non avere ancora visto un raggio di sole.

Per limitare l'impatto di questo grigiore che entra nell'anima, sto ascoltando molta musica africana. In particolare sto sentendo la collaborazione (per il momento unica), invero non recentissima, del suonatore di balafon Lansine' Kouyate', dal Mali, con il vibrafonista francese David Neerman.

Potremmo definirlo un disco di afro-fusion, se trovate questa etichetta non troppo disturbante. Il punto di partenza e' la musica del Mali, pensate soprattutto a Ali Farka Toure', alla quale si sovrappongono di volta in volta elementi di jazz, funk, psichedelia, musica ambientale.

Alcune tracce sono davvero silenziose, altre piuttosto distorte (vengono in mente addirittura certe atmosfere Miles Davis/ Herbie Hancock/ Weather Report di meta' anni '70). In tutte pero' si ha l'impressione che i due musicisti prestino molto ascolto reciproco, attenti a non sovrapporsi inutilmente. I loro strumenti, dalle sonorita' in fondo piuttosto simili, seguono linee melodiche distinte, senza arrivare mai a saturare lo spazio sonoro.

Molto bella la traccia conclusiva: i due musicisti suonano, con grande rispetto, su una registrazione realizzata nel 1969 dai genitori di Kouyate (il cui padre era suonatore di balafon, mentre la madre era una cantante di musica tradizionale).

A pubblicare il disco e' la ottima No Format!, sussidiaria francese della major Universal, molto attiva nel fare incontrare musicisti provenienti da ambiti geografici e musicali differenti.

Ho trovato in rete un frammento di un concerto che il gruppo di Kouyate e Neerman hanno tenuto nell'ambito del festival jazz di Francoforte, lo scorso mese di ottobre. Sentirete che si tratta di musica che dona molta energia positiva, e fa stare davvero bene. Impossibile abbandonarsi alla malinconia con questa musica. La voglia di vivere si fa strada e ha la meglio anche su questo inverno senza luce.

La musica africana si conferma, ancora una volta, una riserva di energie senza fine.

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lunedì 21 febbraio 2011

François Truffaut, Domicile conjugal (1970) e Emmanuel Laurent, Deux de la vague (2009)

Nel fine settimana sono riuscito a vedere un paio di film della rassegna su Truffaut della quale vi dicevo qui.

Domicile conjugal e' il quarto dei cinque lungometraggi del ciclo di Antoine Doinel, l'alter ego di Truffaut interpretato da Jean-Pierre Leaud, ed e' un film davvero godibile, soprattutto nella sua seconda parte.

Dopo avere rappresentato Doinel (e quindi se stesso) adolescente (in Les quatre cents coups), ventenne (in L'amour a vingt ans), giovane adulto (in Baisers voles), in questa quarta puntata della saga Truffaut ci presenta un Doinel giovane padre, al quale i ruoli adulti stanno decisamente stretti.

Domicile conjugal racconta in modo tutto sommato leggero e ricco di humour una crisi coniugale. La contraddizione tra serieta' del tema e leggerezza del tono (con tocchi surreali) non disturba mai, anzi alla fine risulta funzionale alla comprensione dello stato d'animo dei personaggi.

Truffaut concepi' Domicile conjugal in un periodo nel quale era molto influenzato dal cinema di Lubitsch, regista al quale sostiene di essersi ispirato soprattutto nei momenti topici del film (l'improvviso sbocciare dei fiori che rivela a Christine, la moglie di Doinel, l'infatuazione dello stesso per la giovane giapponese; l'immagine di Christine abbigliata come una geisha al ritorno a casa di Doinel).

Sabato invece ho visto un bel documentario sul rapporto travagliato tra Truffaut e Godard: un'amicizia che terminera' in recriminazioni di carattere (almeno esplicitamente) politico, quando Godard rinfaccera' a Truffaut di essere autore di cinema non sufficientemente impegnato, e Truffaut rispondera' con una lettera di venti pagine dal tono risentito.

Invece di proporci interviste recenti ai protagonisti di allora, l'autore ha scelto di montare materiale d'epoca: spezzoni di film, frammenti di lettere e lettura di articoli pubblicati negli anni d'oro della nouvelle vague.

La rassegna, che mi sta prendendo parecchio, continua fino a fine marzo. Le prossime proiezioni alle quali penso di assistere nei prossimi giorni sono questa e questa. Ne parleremo ancora, qui in Engadina.

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venerdì 18 febbraio 2011

Laurie Anderson, The ugly one with the jewels and other stories (Warner, 1995)

Da quando sabato scorso, cercando Big science per trasmetterlo a Radio Popolare, mi e' capitato tra le mani questo disco di Laurie Anderson che non ricordavo nemmeno piu' di avere, l'ho ascoltato almeno una decina di volte.

The ugly one with the jewels e' la registrazione di un reading che Laurie Anderson esegui' nel 1994 qui a Islington (al Sadler's Wells Theatre, a cinque minuti a piedi da dove sto scrivendo), leggendo pagine del suo libro Stories from the nerve bible.

La lettura, cadenzata e scandita, e' accompagnata da un rarefatto sottofondo di musiche sia precedentemente inedite che tratte da Bright red, l'album pubblicato poco prima di questo reading. Per lo piu' Laurie Anderson e' sola sul palco, solo occasionalmente la accompagnano Brian Eno e musicisti del giro John Zorn/ Masada/ Tzadik (Cyro Baptista, Joey Baron, Greg Cohen).

Chi ha assistito ad altri monologhi teatrali della performer americana, conosce i temi trattati e soprattutto lo stile narrativo, quello humour tutto newyorkese con il quale la signora Anderson - Reed affronta temi importanti (religione, tecnologia, potere, controllo, difficolta' di comunicazione e di scambio tra diverse culture).

Il titolo del libro fa riferimento alla Bibbia, e alle interpretazioni letterali che ne danno i predicatori fondamentalisti americani. La prima delle letture (che abbiamo sentito insieme domenica scorsa a Prospettive Musicali) racconta la storia della nonna di Laurie Anderson, una missionaria che cercava di convertire al cristianesimo chiunque le capitasse di incontrare.

Quando le viene diagnosticata una malattia, dapprima reagisce dichiarando di prepararsi con trepidante e gioiosa attesa al momento del suo incontro con il Signore. Pochi istanti prima di chiudere gli occhi, pero', entra in un improvviso stato di panico. Nessuno, infatti, nemmeno chi ha vissuto una vita di preghiera, e' in grado di sapere cosa ci succedera' dopo che avremo esalato l'ultimo respiro.

Molto interessanti anche le riflessioni di Laurie Anderson sulla tecnologia (della quale peraltro fa largo uso), capace addirittura di trasformare anche la guerra e i bombardamenti in uno spettacolo, distanziandoci dalla realta' e dagli altri, rendendo piu' difficile la comprensione e la comunicazione con tutto cio' che ci circonda.

Un interessante viaggio tra i paradossi del nostro quotidiano, e un disco bellissimo, da riscoprire.

Questo e' un frammento intitolato The geographic North pole.

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giovedì 17 febbraio 2011

François Truffaut, Les mistons (1957) e Les quatre cents coups (1959)

Martedi' mattina ben prima dell'alba, quando l'unico rumore in via Casale addormentata era quello delle ruotine della mia valigia, e ancora con gli occhi semichiusi cercavo una ragione valida per andare a prendere un aereo che mi avrebbe portato lontano, mi e' venuto in mente che al British Film Institute e' in corso una bella retrospettiva su Truffaut, due mesi fitti di proiezioni. Un utile ripasso per lo piu', ma non solo.

Per esempio, un paio di sere prima di partire per l'Italia sono riuscito a vedere su grande schermo Les mistons, il secondo cortometraggio girato dal regista francese (con musiche originali di Maurice Le Roux, allievo di Olivier Messiaen), nel quale Truffaut pone le basi del suo stile cinematografico cosi' riconoscibile e naturale. Les mistons racconta in modo quasi impressionistico l'infatuazione di un gruppo di monelli per una giovane donna. I pestiferi ragazzini faranno davvero di tutto per disturbare gli incontri della giovane con il suo fidanzato.

Il tema della confusione che accompagna l'adolescenza sara' sviluppato con grande sensibilita' un paio di anni dopo, in Les quatre cents coups (che immagino molti di voi ricorderanno bene, soprattutto per la magistrale sequenza finale).

Come ebbe a dire lo stesso Truffaut, l'adolescenza lascia memorie piacevoli solo agli adulti che non la ricordano. Quando avevo 13 anni, ero estremamente impaziente di diventare adulto per poter commettere ogni tipo di errori con impunita'. Mi sembrava che la vita di un bambino fosse fatta solo di "crimini" e quella di un adulto di "incidenti".

E poi cita Cocteau: poiche' la pena di morte nelle scuole non esiste, Dargelos fu mandato a casa.

Nel fine settimana che per nostra fortuna si sta avvicinando a grandi passi sto progettando di andare a vedere questo e questo film della rassegna. Li avete visti? Li consigliate?

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martedì 15 febbraio 2011

Colin Vallon Trio, Rruga (ECM, 2011)

Quest'oggi, al mio ritorno a Londra, ho ripreso l'ascolto di un disco che era arrivato nella posta appena prima del mio viaggio in Italia. Sto parlando dell'esordio di un trio svizzero, guidato dal giovane pianista di Losanna Colin Vallon, accompagnato al contrabbasso da Patrice Moret (collaboratore in passato di Uri Caine e Ellery Eskelin) e alla batteria da Samuel Rohrer (qualcuno di voi lo ricordera' sul magnifico April di Susanne Abbuehl, che esplorammo insieme a Prospettive Musicali quando usci', una decina di anni fa).

Questo Rruga (che vuol dire sentiero, in albanese) mi sembra un lavoro abbastanza originale. Ad un ascolto superficiale e distratto, puo' ricordare il distensivo jazz nordico di Tord Gustavsen e Christian Wallumrod. E pero', ascoltando con attenzione rivela pieghe impreviste, che affondano le radici in musiche dell'Est, balcaniche e caucasiche (si trova, circa a meta', persino un riferimento a Le Mystère Des Voix Bulgares).

Rruga e' un disco scorrevole, ben bilanciato tra momenti ritmici (alcuni dei quali si costruiscono per iterazioni progressive, come accade nell'iniziale e bellissima Telepathy) e altri piu' ipnotici, impliciti e meditativi (un bell'esempio dei quali e' la traccia che da' il titolo all'album). Ascolto ideale in quest'atmosfera ancora profondamente invernale, nella quale il ritorno a Nord mi ha riprecipitato.

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domenica 13 febbraio 2011

Prospettive Musicali del 13 febbraio 2011

1) JIMI HENDRIX EXPERIENCE
Have you ever been (to electric ladyland)
da Electric ladyland
(Reprise, 1968)

2) DAVID GRUBBS
Transom
da Rickets & scurvy
(Drag City, 2002)

3) RALPH STANLEY AND THE CLINCH MOUNTAIN BOYS
Don't wake me up
da 16 years
(River Tracks, 1985)

4) PAUL BARNES
The cafe
da Philip Glass: The Orphèe suite for piano
(Orange Mountain, 2003)

5) JIMI HENDRIX EXPERIENCE
Crosstown traffic
da Electric ladyland
(Reprise, 1968)

6) LAURIE ANDERSON
The end of the world
da The ugly one with the jewels and other stories
(Warner, 1995)

7) BRIAN ENO
From the same hill
da Music for films
(EG, 1978)

8) VOCES8
Singet dem Herrn ein neues lied
da Bach motets
(Signum Classic, 2010)

9) ERKKI-SVEN TUUR
Symphony no. 6 Strata
da Strata
(ECM New Series, 2010).

Purtroppo, per un inconveniente tecnico, sono riuscito a salvare solo gli ultimi 38 minuti di programma (dalla traccia dell'Orfeo di Philip Glass eseguita da Paul Barnes alla fine), che potete ascoltare cliccando qui.

Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle22.35 sui 107.6 in modulazione di frequenza di Radio Popolare.

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domenica 6 febbraio 2011

Prospettive Musicali del 6 febbraio 2011

1) ALEXANDER LONQUICH
Ausserst bewegt
da Robert Schumann/ Heinz Holliger
(ECM New Series, 2011)

2) TOMAS LUIS DE VICTORIA
Intonatio: Deus in adjutorium Responsio: Domine ad adjuvandum me/ Antiphona: suavi jugo tuo - In festo sacratissimis cordis Jesu
da Ad vesperas
(K617, 2008)

3) HESPERION XXI - MONTSERRAT FIGUERAS - JORDI SAVALL
Ay Luna que reluzes
da Invocation à la nuit - musica notturna
(Alia Vox, 2008)

4) JAN GARBAREK/ HILLIARD ENSEMBLE
Allting Finns
da Officium novum
(ECM New Series, 2010)

5) ALEXANDER LONQUICH
Sehrt aufgeregt - etwas langsamer - erstes tempo
da Robert Schumann/ Heinz Holliger
(ECM New Series, 2011)

6) TRYGVE SEIM/ ANDREAS UTNEM
Purcor
da Purcor - songs for saxophone and piano
(ECM, 2010)

7) MARKKU OUNASKARI/ SAMULI MIKKONEN/ PER JORGENSEN
Tuuin tuuin
da Kuara
(ECM, 2010)

8) GYORGY KURTAG
Die guten gehn im gleichen schritt.../ Wie ein weg im Herbst
da Kafka - fragmente
(ECM New Series, 2006)

9) AMADINDA PERCUSSION GROUP
Carlos Chàvez: Toccata
da Varèse, Chàvez, Cage & Harrison
(Hungaroton Classic, 1994)

10) ALEXANDER LONQUICH
Sehrt langsam - etwas bewegter - erstes tempo
da Robert Schumann/ Heinz Holliger
(ECM New Series, 2011).

Ascolta.

Prospettive Musicali torna domenica prossima alle 22.35, su Radio Popolare.

PS dell'8 febbraio, martedi': da lunedi' sarebbe stato possibile riascoltare la puntata se l'avessi salvata in formato MP3, come sempre. Avendola salvata in formato AIFF, per un errore mio (quando sei in studio e ti fai la regia devi controllare un bel po' di cose tutte insieme, dai livelli di uscita, alla posta, al server di SMS), ed essendo il file davvero enorme, il solito Sharebee dove carico il programma di solito non me lo prende. Mi consigliate un altro sito per caricare il file (che non sia Megaupload, per ragioni che sarebbe lungo spiegare)? Grazie in anticipo.

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giovedì 3 febbraio 2011

Asli Ozge, Men on the bridge (2009)

Da parecchio tempo non vedevo un film cosi' interessante e attuale.

L'ha girato una regista poco piu' che trentenne di Istanbul, che racconta la sua citta' con tono neorealista, non molto diverso da quello usato dal suo concittadino Nuri Bilge Ceylan (del quale in Engadina parlammo sia come regista che come fotografo: consigliatissimi se ancora non li avete visti sono i suoi film Uzak del 2002 e Climates del 2006).

Men on the bridge e' un progetto a meta' strada tra un film di impegno sociale e un documentario sulla precarieta' delle vite marginali in questi anni di recessione globale.

Racconta la storia di tre personaggi (due dei quali sono attori non professionisti che interpretano se stessi) che si incontrano solo occasionalmente tra il traffico lentissimo del ponte che unisce le due sponde opposte del Bosforo: elemento di congiunzione e contemporaneamente separazione tra Oriente e Occidente.

Murat e' un vigile che dirige il traffico sul ponte. Devoto musulmano, originario di un villaggio orientale, e' completamente fuori posto a Istanbul. Trascorre il tempo su Internet, chattando instancabilmente con sconosciute che incontra con la sua webcam e poi invita in un caffe', sempre quello, dove regolarmente la discussione langue.

Umut e' un taxista. La moglie desidera una vita agiata che Umut non puo' permetterle, e il loro matrimonio entra in crisi.

Fikret e' un giovane rom, che vende rose agli automobilisti che transitano sul ponte. Quando cerchera' un lavoro, lo accompagneremo in un'esperienza davvero frustrante di sfruttamento e razzismo. Straziante la scena nella quale lui e un amico vengono perquisiti con modi sommari in un negozio di elettronica, accusati di aver rubato solo in base al loro aspetto.

Lo stile cinematografico di Asli Ozge e' quello classico del neorealismo italiano. I suoi personaggi sono la rappresentazione del futuro incerto, della precarieta' di prospettive, dei sogni infranti cosi' caratteristici del pianeta globale nel quale viviamo, dove sempre piu' persone hanno perso una reale speranza di miglioramento e realizzazione.

Cinema di altissimo livello che affronta temi importanti, da vedere assolutamente se vi capita (sperando venga distribuito: qui a Londra l'ho visto in un cinema con 38 posti, meta' dei quali vuoti).


[Vi do appuntamento a domenica, alle 22.35, su Radio Popolare, per una nuova puntata di Prospettive Musicali].

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