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Ambiente Uguaglianza Tempo

mercoledì 30 luglio 2008

An added touch

[Clerkenwell, Luglio 2008]



Finalmente ieri sono riuscito a trovare il tempo per vedere con calma Standard operating procedure di Errol Morris. Molto piu' difficile scriverne, ma desidero almeno provare.

Presentato al festival di Edinburgo di quest'anno, Standard operating procedure racconta ancora una volta le torture e gli abusi perpetrati nel carcere di Abu Ghraib, questa volta andando a intervistare i militari americani responsabili degli abusi.

Morris non giudica. Piuttosto sembra dare cosi' tanta corda ai militari carcerieri, che alla fine non possono che strangolarsi da soli, nei loro vani tentativi di difesa contraddetti da quelle impietose foto ricordo proposte e riproposte in continuazione. Prigionieri denudati, torturati, ammucchiati, incappucciati, costretti a masturbarsi, e carcerieri che sorridono come se fossero in vacanza e si trattasse di un gioco.

La forza del film credo che stia nella rappresentazione dei militari americani coinvolti, molti all'epoca dei fatti solo ventenni, come vittime di un gioco molto piu' grande di loro. E pero' anche gli unici a pagare: nessuno sopra il grado di sergente e' mai stato processato. Viene in mente Masters of war: You that build the big guns/ You that build the death planes/ You that build all the bombs/ You that hide behind walls/ You that hide behind desks.

Ad Abu Ghraib si e' verificata esattamente la dinamica descritta nel celebre esperimento di Philip Zimbardo a Stanford, 1971, che e' poi quella stessa dinamica che si e' generata a Bolzaneto in occasione del G8. Per citare le parole di Zimbardo, our planned two-week investigation into the psychology of prison life had to be ended prematurely after only six days because of what the situation was doing to the college students who participated. In only a few days, our guards became sadistic and our prisoners became depressed and showed signs of extreme stress. Qui sotto trovate un link al sito di Zimbardo, se siete interessati ad approfondire.

Ad Abu Ghraib e a Bolzaneto, invece, l'esperimento non e' stato sospeso da nessuno. In entrambi i casi, il giudizio e' stato incredibilmente clemente, e molte delle pratiche che considereremmo torture, sono state invece incluse nell'ambito della cosiddetta procedura operativa standard. Ricorderete sicuramente la famosa fotografia del prigioniero incappucciato, tenuto per molte ore in piedi con le dita collegate a fili elettrici e la convinzione che se si fosse mosso anche di pochissimo avrebbe ricevuto una scossa elettrica letale. Una moderna, crudele crocifissione.

Ebbene, pensate che per quell'atto nessuno ha mai dovuto rispondere: i giudici del tribunale militare che ha emesso la sentenza lo hanno considerato, appunto, una procedura operativa standard, volta a facilitare l'interrogatorio che avrebbe fatto seguito. Il tormento, si legge nella sentenza, fu solo psicologico, e il cappuccio an added touch.

Un peccato, ma molto indicativo, che a Morris le autorita' militari non abbiano concesso di intervistare Charles Graner, il baffo col basco che si vede in tante foto, piu' vecchio di tutti gli altri e regista dell'intera operazione Abu Ghraib.

Straordinaria, e posta strategicamente all'inizio del film, la sequenza nella quale si vede Donald Rumsfeld che anziche' visitare il carcere come nei piani, decide di dedicare il suo tempo a farsi fotografare con i militari della base. Anche in quelle foto tutti sorridono felici.

[Standard operating procedure]

[Masters of war]

[Stanford Prison Experiment]


Michele Serra in stato di particolare grazia su Repubblica di ieri, in caso a qualcuno di voi fosse sfuggito.

Sul linguaggio dei bambini di oggi:

Peraltro la sera prima su Italia 1 avevo seguito, di scorcio e per pura documentazione antropologica, un film d'azione americano, in prime-time, nel quale gli organi maschile e femminile, ivi compresi i loro modi d'uso, le loro possibili collocazioni anatomiche, il loro stato di servizio, venivano evocati ogni cinque secondi da una sceneggiatura fatta al massimo di una decina di parole, la piu' elegante delle quali era culo. E dunque, perche' mai gli imberbi urlatori dovrebbero ricorrere a petrarchismi, o rivolgersi al compagno di giochi come in un romanzo di Calvino o anche solo come in una conduzione di Baudo (un gentiluomo, avercene...) quando la fonte alla quale si abbeverano non prevede variante alcuna?

Sull'iniziativa soldati nelle strade:

Vedere qualche uniforme in più in giro per le strade, se non si è nei paraggi di Bolzaneto, può servire a dare qualche vaga certezza in più sulla permanenza di qualche comfort di carattere pubblico in un'epoca storica nella quale l'occupazione principale (di tutti) è consumare cose e denari, e la preoccupazione principale è il suo contrario: non avere abbastanza cose e denari da consumare. Il resto in fondo, Stato compreso, è diventato un optional.

Le forze di polizia, per bocca dei loro sindacati, hanno già fatto sapere che avrebbero gradito, piuttosto che aggiungere ai loro tanti doveri quello di dover scortare i giovani militari, inesperti di ordine pubblico, qualche taglio in meno ai loro bilanci dissestati. Un pieno di benzina in più, quando la guardie devono inseguire i ladri, farebbe più comodo di un bersagliere a piedi, per quanto forte corra e suoni la tromba.

Domanda: ma voi vi sareste mai immaginati di provare, un giorno, nostalgia per Pippo Baudo, Amintore Fanfani e tutta la DC?

[Se il soldato torna in strada]


Stamattina mi sono alzato presto e mi sono concesso una buona colazione a Borough con quello che considero il miglior caffelatte di tutta Londra. (Barbieri inusualmente in a twitter stylee today).

[Monmouth coffee]

lunedì 28 luglio 2008

Movement and the experience of scents are important, but so is contemplation: just looking and breathing

[Hayward Gallery, Luglio 2008]

Poi prometto che per un po' evitero' di tediarvi con altre foto della Hayward gallery, ma permettetemi di celebrare come si deve il quarantennale di questa gloriosa istituzione londinese.

Bella non e' vista da fuori la Hayward, cosi' come belli non sono la Queen Elizabeth Hall, il National Theatre, il Barbican, massimi esempi di quell'architettura brutalista, che prende il nome dal beton brut che tanto piaceva al maestro Le Corbusier e che ha ispirato la costruzione degli spazi pubblici qui a Londra nei decenni '60 e '70. Pero' trovo che il Southbank, del quale la Hayward e' parte, e quel canyon urbano che e' il Barbican abbiano una loro notevole personalita'. Fossero delle persone, sarebbero dei tipi interessanti.

La galleria fu pensata per ospitare 2 o 3 mostre contemporaneamente, con il suo percorso che e' tutto un sali-scendi: rampe e scale che permettono prospettive interessanti sull'arte in mostra. Gli architetti che la progettarono pensarono anche a tre spazi esterni, grandi terrazzi affacciati sul fiume, ideati per ospitare sculture di notevoli dimensioni.

La galleria apri' nel Luglio 1968 con una mostra dedicata a Matisse. Io ricordo ancora bene la prima volta che ci andai, non tanto tempo fa. Era il 2002, e l'occasione fu una mostra su Paul Klee. Mi colpi' molto l'incontro scontro tra geometrie. Pensai che a Klee vedere le sue opere disposte in quello spazio avrebbe fatto piacere: concetti spaziali che dialogavano tra di loro in armonia, scambiandosi idee.

Da allora mi capita spesso di tornarci. Ricordo ad esempio in questi anni una mostra di fotografie e video di Sam Taylor-Wood, un'altra dedicata all'arte africana contemporanea, una retrospettiva sul lavoro di Dan Flavin, a proposito di dialogo tra concetti spaziali, una grande mostra dedicata a Roy Lichtenstein.

Il venerdi' sera la galleria resta aperta fino alle 10, e spesso diventa un luogo di grande tranquillita', con i custodi cosi' concentrati sulla lancetta dei secondi dei loro orologi da polso che se fotografate nessuno si preoccupa di dirvi nulla.

Il quarantesimo compleanno e' un momento delicato e alla Hayward hanno pensato di festeggiare davvero in grande stile, con una mostra che fa parlare tra di loro artisti visuali e architetti. Francamente, non mi aspettavo nulla di cosi' emozionante.

I vari livelli interni ed esterni della galleria sono stati divisi in undici installazioni, selezionate davvero molto bene. Capita raramente di imbattersi in una mostra collettiva di qualita' costantemente cosi' elevata.

Subito entrando, la prima sala e' occupata da una scultura walk-in, o life experience come definisce i suoi lavopri il brasiliano Ernesto Neto. Si tratta di una struttura in tessuto, un grande fragilissimo teepee trasparente, nella quale sono sospesi sacchetti di chiodi di garofano. Movement and the experience of scents are important, but so is contemplation: just looking and breathing sostiene Ernesto Neto. Un lavoro magico, che invita a sospendere il tempo e a fare quieta esperienza di contemplazione.

Alcune delle installazioni in mostra sono cataclismatiche, come la stella cadente di Do Ho Su, che esplora la distanza culturale della sua infanzia in Corea e della sua vita adulta negli Stati Uniti rappresentandola con la collisione di due edifici: la semplice e fragile casetta nella quale e' cresciuto, piombata come un meteorite su un apartments block newyorkese. Efficace teatro della memoria, che non lascera' indifferente chi vive in un contesto culturale diverso rispetto a quello nel quale ha trascorso la prima parte della propria vita.

Altrettanto cataclismatica l'installazione dei cubani Carpinteros: una casa che esplode, con mobili e suppellettili che volano dappertutto. Ferma il tempo come fosse una fotografia in tre dimensioni scattata in una delle tante zone del pianeta travagliate da guerre che sembrano non dovere finire mai.

E poi, subito dopo siamo invece accolti da un paesaggio di indefinibile pace. Uno spazio buio nel quale Rachel Whiteread ha disposto duecento case di bambola di costruzione artigianale, illuminate dall'interno con piccole luci. L'effetto e' quello di muoversi all'interno di un presepe di grandi dimensioni. Dopo cataclismi ed esplosioni torna a farsi strada dentro di noi un piacevole sereno silenzio.

Il piano superiore della galleria e' davvero indescrivibile. E' come provare a descrivere gli scivoli pensati da Carsten Holler per la Tate qualche anno fa: sono ideati per farne esperienza. Almeno due delle installazioni sono a quello stesso livello di genialita'.

La prima che si incontra e' quella di un collettivo austriaco chiamato Gelitin. Come ingentilire l'architettura brutalista della Hayward, si devono essere domandati. La risposta e' stata: con il simbolo femminile per eccellenza, l'acqua. Cosi', hanno fatto riempire d'acqua uno dei terrazzi della galleria, trasformandolo in un piccolo lago, con piattaforme mobili costruite con oggetti di scarto, sul quale puoi gironzolare a bordo di piccole barche fatte di leggero legno compensato. Con un po' di vento, come quando ci sono stato io, l'esperienza e' fantastica. Le barchette ondeggiano, e non mancano spruzzi d'acqua rinfrescanti. Attorno a noi alcuni dei landmarks di questa citta', dal palazzo del parlamento al London Eye. Da tempo non mi sentivo cosi' turista nella mia citta'.

E l'altra installazione irresistibile e' l'osservatorio installato su un'altra terrazza da un giovane artista argentino del quale si fa un gran parlare sulle riviste d'arte contemporanea di questi tempi, Tomas Saraceno. L'idea e' quella di costruire uno spazio nel quale volare, come sospesi su una nuvola. Sopra di noi una cupola trasparente, sotto uno spazio riflettente, con osservatori comodamente sdraiati. Solo due persone possono volare contemporaneamente, con parecchio spazio di volo a disposizione. Non voglio aggiungere altro per non rovinare magia e sorpresa: le foto di questa installazione le ho pubblicate come accompagnamento dei post di settimana scorsa.

La mostra Psychobuildings resta aperta alla Hayward fino al 25 Agosto, e io mi sento come se avessi appena preparato un pezzo per Zoe. A proposito, qualche tempo fa mi ha scritto Marina per chiedermi di partecipare come corrispondente da Londra anche alla prossima stagione, e ho accettato con grande piacere. Quindi alla fine dell'estate si riprende a scrivere anche per loro.

~

Segnalo a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare fino a qui un bel test che ho trovato nell'eccellente blog di una cara amica, Lophelia. Il blog e' Fotosensibile, il link lo trovate nella colonnina qui di fianco. Il test, basato sulla teoria junghiana dei tipi psicologici, a me sembra serio e piuttosto accurato. In sostanza vi dice in che ordine utilizzate quattro funzioni: pensiero, sentimento, intuizione, sensazione.

Io sono uscito cosi':

Orientamento: introverso
Funzione dominante: intuizione
Funzione d'appoggio: sentimento
Tendenza: percettiva.

E' una persona creativa e curiosa. Aperta ed interessata a fare nuove conoscenze ma anche a conoscere nuove idee, libri, iniziative. Ha frequentemente un amore spiccato per l'arte. Puo' essere un buon comunicatore che si esprime in maniera appassionata. Ha bisogno di periodi di solitudine o di isolamento. Puo' avere delle forti spinte religiose o interessi spirituali. Sul piano lavorativo puo' essere attratto da professioni che abbiano una componente umana, relazionale o basata sul linguaggio. E' forse il piu' intellettuale tra i tipi sentimento.

Se volete cimentarvi, qui sotto trovate il link. Fatemi sapere, se cosi' desiderate, nello spazio commenti.

~

Appena comprato un paio di Birkenstock nuove nuove, che vanno a sostituire il mio glorioso paio comprato quindici anni fa con il quale sono stato ovunque, aggiustato un numero indefinito di volte, e che non ne puo' proprio piu'.

Entrato nel loro negozio di Covent Garden ho visto uno splendido paio di sandali in saldo, da 54 a 29 sterline, blu, proprio come quelli storici. Pero' in cuoio. Un po' a malincuore li ho posati e ho chiesto al commesso se avessero sandali cruelty free. Lui mi ha fatto vedere alcuni modelli. Quello che mi piaceva non lo fanno blu, e costava decisamente di piu', non essendo in saldo.

Un po' confesso che ho pensato a quale tipo comprare: quello che mi piaceva di piu' e costava meno ma non cruelty free. Oppure quello cruelty free, piu' caro e non del colore preferito.

Alla fine ho scelto quelli cruelty free. Tutte le volte che li mettero' pensero' a quella scelta e ne saro' un po' orgoglioso. Questa e' la mia idea di vestiti che e' bello mettere. Ognuno ha la sua idea di moda.

[Hayward Gallery]
[Il test di Fotosensibile]
[Sandali vegan]

venerdì 25 luglio 2008

This is the moment to secure the peace of the world without nuclear weapons

[Waterloo Bridge, Febbraio 2003]

Per un pubblico pagante composto da nove persone compreso chi scrive, qualche sera fa e' stato proiettato in un improbabile cinema del centro il film diretto da Neil Young sul tour di reunion di Crosby Stills Nash & Young del 2006.

La reunion, forse qualcuno di voi ricordera', coincideva con le midterm elections. I quattro ex-hippies decisero di imbracciare ancora una volta le loro chitarre proprio per risvegliare l'America dall'incubo guerrafondaio neo-con. Con l'obiettivo principale di evidenziare che la guerra in Iraq fu un errore proprio come quella del Vietnam, contro la quale scrissero inni indimenticabili trentacinque anni prima. Su tutti, Ohio, una delle canzoni piu' belle scritte dal leone Neil Young.

Ohio che nel tour del 2006 riproponevano, cosi' come Alabama, Chicago e altri loro cavalli di battaglia dei primi '70. Insieme alla tirata anti-Bush Living with war, che Young scrisse e pubblico' con incredibile senso di urgenza proprio nel 2006.

Disco bellissimo, non me lo ricordavo cosi' efficace devo ammettere. E controverso oltre ogni misura. Addirittura, per una parte del pubblico, offensivo. Quando attaccavano Let's impeach the president, e dietro di loro si vedevano spezzoni di Bush che pronunciava incredibili bugie, parte del pubblico se ne andava stizzito.

Il film mostra tutto questo impietosamente. Durante la data di Atlanta, Georgia, stato del Sud ultra-conservatore, un operatore si mise a filmare le reazioni del pubblico. Dito medio alzato verso i quattro musicisti, insulti, grida. Quello che mi ha molto colpito, a parte i commenti che dimostravano un livello di ignoranza sulle questioni internazionali assolutamente impressionante, e' stato vedere che la prospettiva piu' conservatrice era quella espressa dai, pochissimi, ventenni che erano presenti al concerto. E' come se la generazione dei baby-boomers che e' stata protagonista del '68 e poi degli anni '70 fosse oggi in America circondata da generazioni che da quella stagione libertaria sono solo felici di prendere le distanze.

Il film e' tante cose insieme: pellicola musicale, road movie, documentario di denuncia politica. Questo essere tutto e niente e' la sua forza secondo me. Una tirata politica sarebbe stata indigesta, e un film esclusivamente musicale probabilmente inutile. La superficie resta ruvida, come grezzo era l'album Living with war. Il messaggio percio' finisce in primo piano.

Resta il fatto che vederli ancora sul palco, questi sessantenni con improbabili camicie hawaiane XXL e l'aria di divertirsi come dei matti, mette gioia e speranza.

La speranza in un'America che presto forse potremo riprendere ad amare, impersonata oggi da un giovane avvocato di colore di Chicago che ieri sera ha detto This is the moment to secure the peace of the world without nuclear weapons, scatenando l'incontenibile gioia di centinaia di migliaia di giovani tedeschi, e anche la mia.

[Crosby Stills Nash & Young]
[Living with war]
[Barack Obama]

giovedì 24 luglio 2008

Here she is, a heavenly singer with a voice like Gabriel's trumpet

[Hayward Gallery, Luglio 2008]


Il cielo e' blu e il sole splende sopra Londra. Una brezza estiva accarezza dolcemente la citta'. Stamattina appena sveglio mi sono messo a preparare una bozza di playlist da suonare stasera a un record club al quale sono stato invitato a mettere i dischi, dalle parti di Tower Bridge.

Ad aiutarmi nelle selezioni dei brani e' stato il vecchio zio Bob, ancora una volta. Dylan e' una presenza fissa nel mio piccolo appartamento londinese: dischi, articoli, foto, libri. E da qualche tempo le raccolte di Theme Time Radio Hour a girare regolarmente nel lettore.

Preferibili a quella ufficiale uscita su Ace, sono i 4 volumi curati da una piccola etichetta del Surrey chiamata Chrome Dreams. Dei primi due dischi abbiamo parlato nel blog il 21 Gennaio di quest'anno. Ora la Chrome Dreams ci riprova e il risultato e' forse ancora migliore. E pare, leggendo le note di copertina, che si tratti di un ongoing journey, quindi non resta che aspettare altre meraviglie simili.

Del resto, nel corso delle 50 puntate del programma, andate in onda tra il Maggio 2006 e l'Aprile 2007, Dylan ha suonato ben 828 tracce. 416 arrivano davvero dalla preistoria del rock, profondi anni '50 e ancora prima. Ogni programma era ispirato a un tema, seguendo uno schema messo a punto da due tra i suoi idoli, Alan Lomax e Woody Guthrie nel 1940.

Nella veste di conduttore radiofonico, Dylan dimostro' una cultura musicale enciclopedica, unita a una notevole abilita' di intrattenitore. Tra un brano e l'altro Dylan raccontava: ricordi, brevi storie, commenti a notizie, addirittura suggeriva ricette.

La musica scelta era la voce dell'altra America, e non solo. Tra i nomi piu' trasmessi troviamo Hank Williams, Johnny Cash, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, Howlin' Wolf, Dinah Washington, ma anche Van Morrison ed Elvis Costello.

E pero' le raccolte Chrome Dreams danno particolare risalto a formazioni e cantautori minori, dimenticati, perdenti. Gente che per sbarcare il lunario di giorno vendeva enciclopedie porta a porta, come Roy Brown, che nel 1947 letteralmente invento' il rock'n'roll.

Oppure carcerati, come i Prisonaires, quale nome piu' appropriato. Il loro cantante doveva scontare sei ergastoli, pur essendosi sempre proclamato innocente. Soggiornavano alla Tennessee State Prison, e quando Sam Phillips della Sun chiese loro di incidere per lui, a Memphis arrivarono con una scorta di polizia che non li perdeva mai di vista.

Poi c'e', pensate, Louis Farrakhan, proprio lui, il controverso leader della Nation of Islam, che negli anni '50 era un cantante di calypso.

Irresistibili, se siete familiari con l'inglese, le liriche di Louis Jordan. Dove le prendeva rime come Nothing beats a/ piece of pizza, At the laguna/ I get my tuna, I drive to Montana/ to get a banana, ecc. lo sa solo lui. Musica che strappa sorrisi, a suo modo commovente. Ridevano con poco, ma sono sicuro che ridevano di gusto in quegli anni.

E ascoltate, vi prego, la voce di una cantante R'n'B strepitosa, chiamata Lula Reed. Mai sentito niente di simile. Dylan la presento' in questo modo: Here she is, a heavenly singer with a voice like Gabriel's trumpet. La sua I'll drown in my own tears fa davvero piangere per la passione che questa giovane cantante metteva con tutta se stessa nell'interpretazione.

Mi fermo qui, e lascio che siate voi a scoprire il resto, accompagnati dalle superlative note di copertina scritte anche questa volta da Derek Barker. Che e' l'editor di Isis, la splendida rivista inglese dedicata al culto dello zio Bob. E che ha curato personalmente la selezione di ogni traccia.

E se c'e' un Dio misericordioso lassu', che Dylan lo conservi per sempre. Abbiamo bisogno, e ne avremo sempre, della tua poesia, zio Bob.


[Bob Dylan's Theme Time Radio Hour]

lunedì 21 luglio 2008

We knew she was gonna be huge, though

[Hayward Gallery, Luglio 2008]


Yeah, it wakes you up - straight away, Debbie Harry in violet boots. You know - and you were eating your tea and you go - excuse me.


Ieri mattina cercavo di svegliarmi ascoltando una vecchia raccolta di A Certain Ratio uscita su Soul Jazz qualche anno fa, mentre facevo colazione con una dose supplementare di te'. Se non avete mai letto la lunga intervista, 32 pagine, contenuta nel libretto allegato al CD, fatelo assolutamente.

Non tanto e non solo per l'aspetto musicale. Non posso pensare a un'altrettanto dettagliata descrizione della cultura giovanile inglese dell'Inghilterra suburbana dopo il punk come quella raccontata in quella intervista. Ne emerge un'Inghilterra davvero insulare, quella che mi ricordo di quando da ragazzino passavo le estati da queste parti e mi sembrava di essere stato paracadutato su Marte. Negozi che chiudevano tassativamente alle 5 e che la domenica restavano rigorosamente chiusi, nessuna eccezione. La cena, che si chiamava paradossalmente te', servita non piu' tardi delle 6. Che era anche l'ora del telegiornale, quello che da noi va in onda alle 8.

A Manchester esisteva una televisione che si chiamava Granada Television. Non so se esista ancora oggi, in questa eta' globale di Sky e MTV. Granada era un canale locale. Se avete visto recentemente Control, il film di Anton Corbjin sui Joy Division, ricorderete lo stile approssimativo di conduzione della trasmissione musicale che andava in onda alle 6 e mezza, subito dopo il telegiornale, condotta da Tony Wilson. A quell'ora, in prima serata, Wilson ospitava nel suo programma Debbie Harry, Elvis Costello, Iggy Pop, i Sex Pistols, i Buzzcocks, i Joy Division, gli Human League.

Finito il programma, tutti gli ospiti si trasferivano in quello che era un circolo di guidatori di autobus, che originariamente si chiamava Russel Club, ma che Wilson ribattezzo' Factory.

A Certain Ratio furono una delle prime formazioni a pubblicare per la Factory, quando Wilson decise di fare seguito all'esperienza di quelle club nights con un'etichetta. La prima uscita su Factory fu A Factory sample, che conteneva brani di Joy Division, Durutti Column, John Dowey e Cabaret Voltaire. La seconda fu proprio un sette pollici di A Certain Ratio, All night party.

Titolo appropriato. A Certain Ratio furono i primi esponenti del post-punk inglese, insieme soltanto al Pop Group di Bristol, ad incorporare elementi di black music e dance culture nella loro musica. Wilson era molto rigido rispetto a due richieste che faceva ai gruppi Factory: collaborare con Martin Hannett e Peter Saville, per avere una matrice sonora e grafica unificante per l'etichetta.

Martin Hannett, l'ho gia' scritto altre volte, lo considero un genio assoluto. Il suono profondo dei Joy Division lo invento' lui trafficando in studio. Quello stesso suono, pieno di echi e riverberi, lo applico' anche alle produzioni di A Certain Ratio. Se considerate anche che A Certain Ratio condividevano la sala prove con il gruppo di Ian Curtis e che Simon Topping aveva una voce con un'impostazione molto simile a quella di Ian, capite perche' le prime uscite di A Certain Ratio possono ricordare dei Joy Division che anziche' ispirarsi ai Velvet Underground si rifanno ai Funkadelic.

A Certain Ratio furono i precursori di un suono che metteva insieme la cupezza dei cieli grigi inglesi con ritmi profondamente black. Quel suono che si sarebbe evoluto in Massive Attack e Portishead.

Per registrare il loro primo disco, il memorabile e insuperato To each, A Certain Ratio se ne andarono a New York. Vivevano in un loft di Lower Manhattan, passavano le loro notti al Danceteria, diventarono amici degli ESG. Pensate che una sera una giovanissima Madonna apri' uno show per loro.

Then she wanted us to move all our fucking gear off the stage, because there was just her and two dancers, and backing tapes. We just said, fuck off, who do you think you are? It was a huge argument. She was full of attitude even then. We knew she was gonna be huge, though.

La Factory di allora era davvero un ambiente eclettico, basti pensare che dalla Factory presero le mosse anche Orchestral Manoeuvres in the Dark e Mick Hucknall dei Simply Red, e che nelle varie formazioni di A Certain Ratio passo' addirittura Andy Connell, che avrebbe avuto la sua parte di successo negli anni '80 con il suo gruppo Swing Out Sister.

Ma a onor del vero, tutta la scena dance di Manchester, quella legata all'Hacienda, parte proprio dal viaggio negli Stati Uniti di A Certain Ratio. Da New York gli A Certain Ratio tornarono con borsate di vinile mai ascoltato prima nel Nord Est Inghilterra: di tutto purche' nero o latino, da Airto Moreira a Afrika Bambaataa, da Art Blakey a Hermeto Pascoal. I New Order poco dopo li seguirono. E se ne tornarono con in testa Temptation, Blue Monday, Confusion. Capolavori, ma allora non potevamo capire.

Cosi' come non potevo capire, allora, l'accento cosi' ostentatamente nordico e working class di Simon Topping. Una rivoluzione che parti' dal basso quella della Factory.

L'Hacienda porto' al crollo finanziario dell'etichetta. Del resto, pare che quando cambiarono sede, Wilson decise di non badare a spese. Un tavolo dicono lo pago' qualcosa come 15 mila sterline di vent'anni fa. La Factory fu costretta a chiudere. Il catalogo fu venduto alla Warner. A Certain Ratio firmarono per la A&M, e poi incisero ancora qualcosa per la Rob's di Rob Gretton, ex manager dei Joy Division.

Che io sappia passando attraverso una miriade di formazioni diverse non si sono mai ufficialmente sciolti, anche se l'ultimo concerto londinese del quale sono a conoscenza risale al 2002 - all'Elektrowerkz, locale dalla vita breve, che stava vicino a dove vivo adesso.

Qualche sera fa, mentre ero a Milano, a casa di Alessandro Achilli mi e' capitato di sfogliare un volume di fotografie di Hoppy Hopkins e di aver sentito un senso di enorme frustrazione, guardando quella Londra di edifici scrostati e vecchie Austin e Morris e inevitabilmente confrontandola con quella che mi circonda oggi. Lo stesso senso di vuoto mi ha preso ieri guardando le foto del libretto allegato alla raccolta degli A Certain Ratio su Soul Jazz, Early. Parlano di un'Inghilterra povera e bellissima, a suo modo unica e rivoluzionaria, di circoli per guidatori di autobus e negozietti che chiudono presto e vendono cibi semplici ed esclusivamente locali. Un'Inghilterra che esiste oggi solo in vecchie foto sempre piu' ingiallite e che mi manca infinitamente.

[A Certain Ratio]

venerdì 18 luglio 2008

If it's worth having it's worth giving

[San Rocco, Luglio 2008]

I don’t know why everybody doesn’t live at the beach, on the ocean. It makes no sense to me, hanging around the dirty city. That’s why I always loved and was proud to be a Beach Boy; I always loved the image. On the beach you can live in bliss.

Dennis Wilson, il piu' soulful dei Beach Boys. L'avevano messo dietro alla batteria e gli impedivano di cantare per quella sua voce umana e poco angelica. Fino a quando di quel ruolo si stanco'. Era il 1977, l'anno di Pacific ocean blue.

Ascoltato dopo trent'anni dalla sua pubblicazione, Pacific ocean blue, resta un disco di un'onesta' impressionante, con liriche bellissime e un suono che piu' rock anni '70 di cosi' e' davvero impossibile. Anche per questo resta un album classico.

The greatest success in life is to feel I’m something for someone; the feeling of falling in love, the newness of love.

Le liriche di Pacific ocean Blue sono pura incontaminata poesia. Dalla ricerca di un contatto profondo con la natura nell'inizale River song, fino all'amara riflessione End of the show che conclude il disco con i suoi sogni che volano verso il cielo. Esiste un lato spirituale, trascendente, in Pacific ocean blue. E infatti oltre a essere un appassionato surfer, l'unico surfer dei Beach Boys, Dennis introdusse il resto del gruppo alla meditazione trascendentale.

Pacific ocean blue con i Beach Boys c'entra davvero poco. Una serie di canzoni, piu' che un album: alcune arrangiate finemente con stratificazioni di cori e fiati, altre volutamente lasciate in una forma piuttosto essenziale, come fossero semplici intermezzi. La sensazione e' che ogni traccia sia stata pensata a se' stante, senza un disegno complessivo.

L'effetto e' quello di un flusso di pensieri che si inseguono nella mente con un'ordine totalmente libero. Proprio come la travagliata vita sentimentale di Dennis, un perenne susseguirsi di innamoramenti, momenti malinconici, ripensamenti, nuovi innamoramenti.

E pero', miracolosamente, dopo ripetuti ascolti Pacific ocean blue rivela un elemento di coesione proprio nell'atmosfera oceanica, nella rilassata brezza marina che attraversa l'album dalla prima all'ultima nota.

Pacific ocean blue negli anni '70 ricevette un'accoglienza tiepida: vendette 300 mila copie. Ne' tante ne' poche. Abbastanza per pensare a un seguito. Che venne inciso, ma mai pubblicato. Per mancanza di fondi e per le continue distrazioni dovute ai progetti dei Beach Boys. Si intitola Bambu. Dennis in quell'album credeva parecchio. Nelle interviste inizio' addirittura a dichiarare che Pacific ocean blue era un disco con poca sostanza rispetto a Bambu.

Non e' cosi'. I due dischi si somigliano davvero molto, come potete verificare se cercate la versione doppia di Pacific ocean blue, che contiene anche Bambu. Forse Bambu e' leggermente piu' aggressivo e meno intensamente poetico, con piu' riferimenti al suono soul di New Orleans nei cori e nei fiati, riferimenti che in Pacific ocean blue si sentono decisamente meno.

Dennis viene descritto da chi l'ha conosciuto come un uomo di infinita generosita'. If it's worth having, it's worth giving diceva, e The smile you send out will return to you! Non e' sempre cosi'. Poco prima di morire, per un annegamento legato a substance abuse - cocaina, alcol, pillole, tutto quello che capitava - dichiaro' in un'intervista I'm lonesome. I'm lonesome all the time.

E pero' la sua musica resta una celebrazione della vita, il testamento di un sognatore. Cercate i suoi dischi questo fine settimana: l'estate e' la stagione migliore per comprendere la sua poesia.

giovedì 17 luglio 2008

The stars could only get brighter


Giornata iniziata bene. Trovati stalls per Antony al Barbican, con la London Symphony Orchestra, a fine Ottobre. E' un caso: di solito i concerti che davvero mi interessano li annunciano mentre sono in Italia e vanno sold out in un paio d'ore.

Antony che e' letteralmente impossibile evitare qui a Londra, dove Hercules & Love Affair li ascolti ovunque da mesi, Blind specialmente. A qualsiasi festa, in qualsiasi negozio e locale, dai finestrini aperti delle macchine. Apprezzo molto: non mi era mai successo che la canzone ufficiale dell'estate fosse cosi' tanto di mio gradimento. Da' un senso di inclusione, piacevole.

Questo revival della prima disco music mi piace parecchio. Per me e' musica nuovissima e allo stesso tempo carica di ricordi. Inevitabile allora, nel senso che anche volendo schivarla ti ci trovavi in mezzo se proprio non volevi isolarti dal mondo. A casa potevo pure ascoltare i Clash e gli XTC, ma appena fuori era tutto un Sylvester, Donna Summer, Chic, KC & the Sunshine Band e McFadden & Whitehead, quelli di Ain't no stoppin' us now. Qualche mese fa a Prospettive Musicali la trasmisi in tutti i suoi 11 minuti e ricordo che Vito entro' in studio ballando come un matto.

Era musica, diciamolo una volta per tutte, bellissima. Sapeva combinare melodia e ritmo come prima era successo miracolosamente solo nel Brasile degli anni '60 e come non sarebbe mai piu' accaduto dopo. Ed era musica semplice, per tutti. Metteva di buon umore e faceva muovere. Se la riascolti adesso, ti vengono in mente i tuoi compagni, e compagne, di scuola, e quelle estati che non finivano mai. Le radio libere, la partenza per le vacanze al mare, i vestiti leggeri, il sole.

As a child I knew that the stars could only get brighter canta oggi Antony. Non e' stato magari proprio cosi', ma e' bello provare a vivere ancora con quell'attitudine. E This moment is yours and you can give it to someone else. Condividere, perche' solo la condivisione moltiplica la gioia.

[Stamattina, appena arrivato, mi sono trovato questo messaggio di una mia collega nella posta:

http://www.guardian.co.uk/world/2008/jul/17/italy.g8

It’s the first time I’ve seen this story as a coherent whole. I’ve seen bits of it but not in one place. Desperate.

Mi sto ripromettendo, e non so fino a quando riusciro' a trattenermi, di astenermi da commenti socio-politici. La blogosfera e' piena di blog indignati che commentano current affairs, non ne serve uno in piu'. Piu' ci penso e piu' credo che un blog che parla di arte, musica, cinema di qualita' e' un segnale di resistenza a questo mondo di stupidita' e volgarita' gratuita che ci circonda. Per cui non commento l'articolo del Guardian. Pero' stampatelo e leggetelo. Sono undici pagine in formato A4, ma scritte benissimo e una volta letto il primo paragrafo arrivate di sicuro fino alla fine.

Io a Genova c'ero, ricordo tutto, e trovo molto difficile capire la sentenza del processo].

martedì 15 luglio 2008

Only life

[Luglio 2008]

E cosi' e' stato: passeggiate in collina, bagni in mare, giri in bici per strade di campagna. Contemplazione e condivisione. Il paradiso che e' la casa di Paolo a Vizzola: risveglio ascoltando i Vetiver con le finestre aperte, tuffo in piscina per svegliarmi, colazione con marmellate squisite fatte con la frutta degli alberi attorno a casa, passeggiate sulle colline decorate di ginestre, e poi convivialita' che mi sembrava di essere nella scena finale di La meglio gioventu', con Enrico che non smetteva di ripetere ma questo e' un film, e amici che continuavano ad arrivare e a portare allegria, e a tavola c'era posto per tutti.

La convinzione che nella vita non serve altro: amici sinceri, tanto verde e silenzio, cibo buono e genuino. Che, come scriveva la mia amica Fra stamattina, le cose importanti sono i rapporti, le passioni, la creativita', la pazienza, l'equilibrio...insomma tutte le cose che vanno coltivate nella vita perche' la vita ne sia nutrita.

E il silenzio e la lentezza e la profondita'. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di vivere in quel film, e quei suoni, colori, parole, riflessioni, risate voglio portarli dentro di me per molto tempo ancora.

Londra e' qui fuori e mi sembra lontanissima, cosi' come mi sembra remota da qui la qualita' che rende la vita meritevole di essere vissuta. Mi ci vorra' tempo per capire dove sono e provare ancora una volta a sopravvivere.

[Vorrei parlare di film e dischi e mostre e libri come si fa di solito in questo blog, ma ho davvero staccato la spina per una decina di giorni. Tornato qui ho trovato la solita pila di dischi che aspettavano. Per il momento ho provato ad ascoltare solo Pacific Ocean blue di Dennis Wilson, e neanche per intero. In Italia ho ascoltato per lo piu' vecchi vinili, pure The dark side of the moon, per dire, e comunque un po' di tutto. Di film ne ho visto uno solo, Il divo, e non ho capito se mi sia piaciuto, probabilmente no. Certamente lo considero molto al di sotto rispetto a Le conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia. Al dibattito su Grillo e Guzzanti si' o no non sono riuscito ad appassionarmi, forse sto invecchiando. Internet zero, e non mi e' mancato neanche un po'. Abbracci tanti invece, fino all'ultimo, fino a sentire il mio nome mentre sto per salire sul treno, vedere il mio amico Rocco che sta correndo, riuscire ad abbracciarlo e lo stesso salire mentre le porte si stanno chiudendo. E poi, arrivato a Milano, prima di andare in radio la ormai tradizionale cena a casa di Alessandro, che sempre contribuisce a curare il blues della partenza].

[Il divo - Paolo Sorrentino - Trailer - Cannes 2008]

domenica 13 luglio 2008

Prospettive Musicali del 13 Luglio 2008

1) ACCIDENTAL Wolves (da There were wolves, Full Time Hobby 2008)

2) ROY HARPER One man rock and roll band (da Stormcock, Harvest 1971, rist. Science Friction 2008)

3) PORTISHEAD Silence (da Third, Go! Discs 2008)

4) CINEMATIC ORCHESTRA All that you give (da Live at the Royal Albert Hall, Ninja Tune 2008)

5) MARIO BERTONCINI Istantanee I (da Arpe eolie, Die Schachtel 2007)

6) KASSO Brazilian dancer (da Brazilian Dancer, Magika 1982, rist. in VV. AA. Disco Italia, Strut 2008)

7) TRIO MARAYA Canto de ossanha (da Som mayor, RGE 1966, rist. in VV. AA. Nicola Conte presents viagem, Farout 2008)

8) BADEN POWELL VINICIUS DE MORAES Canto de ossanha (da Os afro sambas, Forma 1966, rist. in Os afro sambas a vontade, El 2008).

venerdì 4 luglio 2008

Wherever I lay my hat



Mi assento per qualche giorno. Voglio prendermi una pausa da questa macchina infernale. Non voglio vedere un computer per almeno 10 giorni e non lo vedro'. Niente mail, niente blog, niente acquisti in rete.

Il piano e' quello di starmene arroccato sulle mie colline: passeggiate, giri in bici, vita agreste. Qualche salto a Milano, per salutare gli amici, vedere qualche mostra e film. Una puntata, una sola di Prospettive Musicali, che andra' in onda Domenica 13 alle solite 22.35. Questa Domenica invece il programma salta per la diretta di un festival.

Mi aspetta qualche ora di viaggio. Arrivero' a casa stanotte. Apriro' le finestre per ascoltare il canto dei grilli e posero' sul piatto un vecchio vinile scricchiolante. Potrebbe essere Stormcock, Roy Harper, 1971.

Welcome home the war is over
Welcome back the coast is clear.

Casa.

mercoledì 2 luglio 2008

We were in a small cafe/ you could hear the guitars play/ it was very nice/ oh honey it was paradise

[Lou Reed - Curzon Mayfair e Royal Albert Hall, Giugno 2008]

Berlin e' la storia di un amore che finisce e non ci puoi fare niente, finisce e basta, e quando te ne accorgi e' sempre troppo tardi.

Inizia con un compleanno, candlelight e Dubonnet on ice, perche' tutti gli amori viene un momento che sono bellissimi da non crederci che capitano proprio a te e sei sicuro non finiranno mai, come fa a finire una cosa cosi'. Domenica Lou diceva che e' la gelosia a ucciderli gli amori e non ha mica torto. Poi diceva anche che la gelosia e' una cosa universale, non scappi dalla gelosia diceva Lou.

Berlin tutte le volte che lo ascolti lo fai per quelle due ultime canzoni, The bed e Sad song. Certo, prima incontri gioielli da Caroline says, la seconda versione soprattutto, a Man of good fortune, passando per How do you think it feels.

Ma quando inizia The bed il tempo si ferma e la tragedia ti piomba addosso con una forza ancora oggi impressionante. Prima di allora Lou Reed solista era quello di Transformer, il cantore glam prodotto dal trendsetter di quegli anni, David Bowie.

The bed e' tutta un'altra cosa. E' poesia che entra nelle vene e quando raggiunge il cuore e' troppo tardi per fermarla. Questo e' il luogo dove lei appoggiava la testa quando andava a letto la sera. E questo e' il luogo dove abbiamo concepito i nostri figli. Le candele illuminavano la stanza di notte. E questo e' il luogo dove lei si e' tagliata i polsi in quella notte che ha cambiato tutto.

Questo e' il luogo dove abbiamo vissuto, che ho pagato con amore e sangue. Amore e sangue. Oh what a feeling. Sei li' seduto nella Royal Albert Hall buia e ti arriva addosso quel sentimento. La London Metropolitan Orchestra, il London Children Choir, tutti a fartelo sentire addosso quel sentimento, fino a farlo entrare dentro la tua anima.

Non e' musica, non c'entra un cazzo. E' poesia. E' diverso. Lou Reed non e' un musicista, tanto meno un cantante che non ha mai cantato una nota Lou Reed, Lou Reed parla. Lou Reed e' un grande scrittore del ventesimo secolo, uno dei piu' grandi. Lui, Dylan e Cohen. Gli altri sono cantanti. E' diverso.

Se riesci ad arrivare in fondo a The bed, poi tutto diventa possibile. L'anima la senti come una cosa concreta e pulsante che puoi toccare. Ti chiede di uscire, sono troppo grande per stare chiusa qui dentro di te. E tu la fai uscire e ci giochi come fosse un palloncino colorato e leggero la tua anima.

Sad song. Sad song e' una di quelle cose che capitano una volta nella vita anche a uno come Lou Reed. Come Hey Jude gli e' venuta una volta sola a Lennon e McCartney e You can't always get what you want gli e' venuta una volta sola a Jagger e Richards.

Sad song e' la canzone piu' triste della storia della musica, neanche la morte di Mimi' nella Boheme puo' competere con Sad song. E pero' miracolosamente e' catarsi ed estasi. La senti e voli via. Nella versione di Berlin che Lou Reed porta in giro in questi giorni e', per dire, lunga quasi il doppio rispetto alla versione nel film di Julian Schnabel. Non finisce mai e quando finisce sei li' che preghi che sia solo un'illusione. E comunque non finisce davvero mai Sad song. Ce l'hai nell'anima per sempre. Resta dentro di te, ci puoi tornare tutte le volte che vuoi e tutte le volte ti commuovi e piangi.

E spiegatemi come fai a non commuoverti quando Lou si volta verso il coro dei bambini, io ero li' di fianco e ho visto benissimo, si inchina, mette la mano sul cuore, commosso che non sai coma fa a non piangere Lou Reed e forse piangeva pure, e dolcemente solleva la mano e manda a quel coro meraviglioso un bacio di ringraziamento, e loro gli sorridono.

E tu pensi ecco, il piu' bel concerto della mia vita, ho vissuto questi schifosi anni fino ad oggi per potere sentire Berlin in un teatro come questo, e ne e' valsa la fottuta pena ne e' valsa.

Ma il colpo di grazia deve ancora venire e questo non lo puoi sapere. Lou torna sul palco e con lui tutti gli altri. Attacca l'altro miracolo che gli e' riuscito nella sua vita, Satellite of love, che non e' nemmeno Sunday morning o Walk on the wild side, e' oltre Satellite of love.

Il coro dei bambini la rende leggera come l'aria, prima del finale, quello preceduto dalla schitarrata. Dopo Sad song, inizi a vedere la luce, ed e' la luce piu' luminosa dell'universo, come un milione di soli, roba cosi', non fatemi scrivere queste cose che poi un po' quando le rileggo domani mi vergogno. Che tanto e' inutile, un'emozione del genere non ci sono parole, la provi e basta.

Lou l'ho conosciuto Domenica. Sono entrato al Curzon di Mayfair un'ora prima del film di Schnabel e me lo sono trovato davanti, tranquillo, che parlava con Paul Morley, come fosse uno qualsiasi mica Lou Reed. Grumpy lo e' e non capisci se e' scena o cosa. Ma quando lo guardi firmare con calma una pila di dischi, e ogni tanto uno lo commenta pure, capisci che e' una persona in fondo tranquilla e non ti fa neanche tanta piu' paura Lou Reed.

E quando ci siamo stretti la mano e mi ha guardato negli occhi non sono riuscito a dirglielo, ma qui lo voglio scrivere e ridete pure se volete, non me ne puo' fregare un cazzo: ti amo Lou.

[Lou Reed & John Cale - Berlin - Bataclan '72]

martedì 1 luglio 2008

E quello dei palloncini, e quello delle infermiere...

[Tate Modern, St. James's Square, Kensington Gardens - Maggio/ Giugno 2008]

A Londra in questi giorni c'e' da diventare matti. Anche volendo evitarla l'arte contemporanea, che qualcuno magari per l'arte contemporanea prova gli stessi omicidi istinti che io provo per il calcio e i guidatori di Cayenne, non e' possibile, non puoi.

Dovunque ti giri ti piomba addosso, all'improvviso, a tradimento. Sei li' che cammini pensando alle tue robe e ti ci trovi preso in mezzo. Street art che urla dai muri della Tate, un lavoro nuovo di Jeff Koons, un fiore fatto con dei palloncini, che te lo trovi davanti in un giardinetto che incontri per andare dalla metropolitana all'ICA, passeggi a Kensington Gardens e vai a sbattere contro il cantiere del nuovo padiglione disegnato da Gehry.

Non la devi nemmeno cercare l'arte, e' lei che prende e viene da te. Se poi la cerchi anche, trovi cose francamente impossibili, dai nuovi plastici dei fratelli Chapman nel sotterraneo della White Cube, quella di Bond Street non quella vicina a casa mia, a una retrospettiva dedicata a Richard Prince alla Serpentine Gallery.

Se passate da Londra e avete tempo di vedere due cose, il mio consiglio e' quello di buttare un'occhio alla retrospettiva su Cy Twombly alla Tate e ai lavori di Prince alla Serpentine.

La prima e' una roba monumentale, dodici sale. Mi ha scritto Marina per chiedermi se mi ricordo ancora di quella volta che mi consiglio' la mostra di Twombly alla Serpentine. Era il 2003. Lo stesso anno che la Tate compro' le Quattro stagioni. Quando me le sono trovate davanti le Quattro stagioni sono rimasto li', immobile in quella sala vuota di mattina presto, per mezz'ora, facendomi colare addosso quei colori che da allora non sono piu' andati via. Come fa uno a dimenticarsele certe cose.

La seconda e' una cosa piccolina, verrebbe da dire intima. Richard Prince, lo sapete, e' quello che tra di noi e' famoso soprattutto per avere disegnato la copertina di Sonic nurse. Che alla Serpentine c'e', affiancata da un tamburello firmato Thurston Kim Lee Steve. Ce n'e' un altro po' di infermiere a dire il vero, due che si guardano nelle due ali della galleria di fianco all'ingresso.

Poi ci sono i cofani di auto. Uno si chiama What a wonderful man. Non lo voglio neanche conoscere quell'uomo, so gia' che e' meraviglioso se guida una macchina cosi'. E le foto, quelle della serie upstate. File interminabili di garage tutti uguali abbandonate in mezzo al nulla. Un cesto per la pallacanestro mangiato da wild weeds.

C'e' pure humor a volerlo proprio cercare. With all I've heard about A-bombs that'll destroy a city and H-bombs that'll detroy the world... you know I just don't have any incentive to buy a two parts suit.

Usciamo dalla galleria. Il cielo e' azzurro. Passeggiamo per i Kensington Gardens per un po', poi andiamo a mangiare dim sum. Mi rendo conto che se esiste un paradiso, li' le giornate sono proprio come Sabato scorso, tutte cosi'.

E non sapevo ancora che il giorno dopo avrei conosciuto Lou Reed. Ma questo ve lo racconto con calma domani. Prima ci facciamo un giretto a Rensselaerville, che se anche decidessi di andarci a vivere come ha fatto Richard Prince, un posto cosi' ci metterei un anno a ricordarmi come si chiama.