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mercoledì 10 marzo 2010

Sentire colori

Quando qualche giorno fa nei commenti a questo post si parlava di esperienze sinestetiche, mi e' venuto in mente che in Engadina Calling non abbiamo forse mai citato i fantastici Colours, quartetto jazz fusion del contrabbassista tedesco Eberhard Weber, in attivita' tra il 1975 e il 1981.

I Colours sono stati la risposta tedesca al silenzioso jazz nordico del quartetto di Bobo Stenson e Jan Garbarek, insieme a loro fondatori dell'elegante estetica sonora e visuale dell'ECM (interpretazione europea e intellettuale dell'atmosferico jazz suonato all'inizio degli anni '70 da Miles Davis, Herbie Hancock, Weather Report).

Ascoltare i loro tre fondamentali album (Yellow fields del 1976, Silent feet del 1978, che personalmente considero il piu' riuscito e poetico dei tre, e Little movements del 1980: si trovano raccolti in un box set a prezzo davvero contenuto) e', davvero, vedere note e sentire colori. Viene in mente soprattutto Willem de Kooning, la sua colorata pittura, in parte astratta e in parte figurativa. Allo stesso modo, le lunghe tracce dei Colours restano in meraviglioso equilibrio tra composizione e misurata improvvisazione corale.

Classical training frees you to do this sosteneva de Kooning - osservazione che mi sentirei di estendere ai dischi dei Colours. Nel loro suono si percepisce anche un forte amore per la musica da camera e contemporanea europea (che peraltro mi verrebbe da dire non estraneo anche al jazz rock di Canterbury, che con i Colours ha diversi punti di contatto stilistico).

Davvero belle anche le copertine di tutti e tre i dischi, un po' simili al sereno stile pittorico di Henri Rousseau, dipinte dalla moglie di Weber.

Questa e' la deliziosa Seriously deep.

Musica da vedere: lasciate che queste note colorino la vostra vita.

2 Comments:

Anonymous Tania said...

Che belle sonorità, non li avevo mai sentiti, è un arrangiamento molto attento alle risonanze e il discorso talvolta è fraseggiato in un modo che ricorda le partiture classiche, come dici tu. Per il mio orecchio è molto piacevole la trasparenza di questo linguaggio, improvvisativo e compositivo insieme.

giovedì, 11 marzo, 2010

 
Blogger Fabio said...

Hai usato un sostantivo molto appropriato Tania, che e' trasparenza. Sta diventando una parola che uso spesso, specie parlando di musica che apprezzo.

Come dici tu, la trasparenza del suono (espressione sinestetica per altro, molto in tema con il post), e' un'esperienza di ascolto molto piacevole e armonica.

Caratterizza secondo me la musica che non ha bisogno di molta sovrastruttura per farsi apprezzare.

Fa pensare a musica che respira e per osmosi fa respirare la mente. Che alla fine e' la ragione perche' ascolto cosi' volentieri il jazz nordico e europeo.

venerdì, 12 marzo, 2010

 

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