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Ambiente Uguaglianza Tempo

martedì 13 aprile 2010

Che ci porta sulle strade della gente che sapeva amare

E' da settimana scorsa che ho un pensiero fisso. Da quando ho finito di leggere (e l'ho letto tutto d'un fiato) il volume che il mio collega di Radio Popolare Luca Trambusti ha dedicato agli Area.

Si intitola Consapevolezza, ed e' molto piu' di un libro sul magnifico gruppo di Demetrio Stratos. Anzi, raccontare la storia degli Area mi e' sembrato quasi un pretesto per rievocare il contesto culturale nel quale gli Area sono potuti esistere.

Il libro di Luca, infatti, racconta un decennio di sperimentazioni (artistiche, culturali, sociali) forse irripetibili. Un anno, negli anni Settanta, era un tempo enorme scrive Luca. Pagina dopo pagina ci rendiamo sempre maggiormente conto di quanto centrali in quegli anni siano stati una coraggiosa creativita' che non intendeva riconoscere limiti, il desiderio di cambiare e scombinare ordini costituiti, soprattutto una concezione della musica come momento di aggregazione e scambio culturale.

Con gli Area il desiderio di rinnovamento musicale va di pari passo con il discorso politico, a generare un binomio inscindibile. I loro concerti si concludevano invariabilmente con una versione free dell'Internazionale seguito dai musicisti che prima di lasciare il palco salutavano con il pugno chiuso (del resto, ricordo che il principale festival musicale italiano di quegli anni, che si teneva ogni anno al Parco Lambro, portava il nome di Festival del Proletariato Giovanile).

Poi qualcosa e' successo. Sono finite le ideologie mi spiegava qualche giorno fa un noto giornalista di Repubblica che ho fermato per chiedergli un parere sulla contro-rivoluzione culturale in atto nel nostro Paese.

Mi domando (e' questo il pensiero fisso) se si verra' ancora a generare quella combinazione di culture ed energie che ha portato alla temperie artistica a tutto campo degli anni Settanta. Non credo saremo piu' su questa Terra, purtroppo.

E allora consoliamoci cercando ispirazione ascoltando ancora una volta nell'ascolto di Gioia e rivoluzione.

Nei tuoi occhi c'e' una luce che rischiara la mia mente.

Il mio mitra e' un contrabbasso che ti spara sulla faccia cio' che penso della vita.

Rido per te che non sai sognare, canto per te che non mi vuoi capire.

Indispensabili, oggi come allora, gli Area.

42 Comments:

Blogger Myriamba said...

"contro-rivoluzione culturale in atto nel nostro Paese"..io so di non avere piu' Paese..

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
OpenID aldezabal said...

mi sembra improprio chiamarla contro-rivoluzione.
la mia sensazione è che la contro-cultura in Italia sia esistita sì, anche se in modo frammentato e decisamente provinciale.
però è sempre stata vissuta e sperimentata da pochi che magari negli anni '70 erano un po' meno pochi ma pur sempre certo non la maggioranza.
e lo stesso mi sembra di poter dire rispetto agli altri paesi.
ora semplicemente quei pochi sono diventati vecchi e hanno perso lo slancio creativo oppure sono morti.
e tutti gli altri si sono presi tutto lo spazio facendo dilagare ciò che già esisteva ed è sempre esistito parallelamente.
cioè una specie di sottocultura razzista, sessista, piccolo borghese e sostanzialmente fascistoide.
il mercato poi ha fatto il resto, fagocitando entrambi i campi, trasformandoli in brand culturali, banalizzandoli all'estremo.
tuttavia non sono così pessimista come te.
le esperienze creative continuano ad esistere, magari iper-minoritarie, basta cercarle.
e tu stesso, in parte, contribuisci, qui e in radio, a diffonderne alcune.
occorre solo imparare a vivere nelle nicchie o nelle crepe del mercato culturale.
e, per il pubblico, aver voglia qualche volta di addentrarvisi da solo rinunciando alla comodità di avere qualcuno che ti dice già cosa ascoltare, cosa leggere, cosa vedere.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Myriamba -

Tutto so che so e' che non e' certo l'Inghilterra, sul resto resto possibilista :)

Aldezabal -

Il tuo commento e' molto condivisibile. Dissento parzialmente solo sul ruolo del mercato, che io interpreto come piu' centrale rispetto a te nel generare il cambiamento (la riduzione della contro-cultura in un angolino non illuminato dai riflettori).

Io credo che il danno causato dalle televisioni commerciali (per forza di cose mosse da logiche mercatiste, quindi anti-liberali e anti-artistiche, per definizione) sia stato incalcolabile (e non solo in Italia, certo).

Ne parlavo a Radio Popolare con la collega che Domenica scorsa ha letto il GR e che poi molto gentilmente si e' offerta di darmi un passaggio fino a casa. La sua generazione, quella dei trentenni (quindi solo quella immediatamente dopo di noi), non ha conosciuto il mondo, libero, che esisteva prima che tutto lo spazio se lo prendesse il mercato.

Le conseguenze sono davanti a noi. Un caro amico, insegnante, che ha provato a portare avanti valori di solidarieta'/ armonia/ comunitarismo e condivisione, ha dovuto battere in ritirata di fronte alle nuove parole d'ordine dei giovani (la massa dei, quanto meno): consumo, disuguaglianza, menefreghismo.

A me, i giovani di oggi non piacciono neanche un po', ma non li accuserei di nulla. E' il mercato che ha plasmato questa generazione secondo i valori funzionali al consumo.

Sono vittime inconsapevoli, e questa sacrificazione dell'umanita' ai disvalori del consumo, se posso dirlo, a quelli come noi che hanno intravisto un mondo diverso, di espressione libera, fa male al cuore.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
OpenID unaltradonna said...

Uscendo un po' dal campo strettamente musicale, parlavo l'altro giorno con Lorella Zanardo (autrice del documentario Il corpo delle donne) di come per chi ha l'età per ricordarlo il 1980 sia sentito come l'anno-spartiacque.
Tuttavia si facevano considerazioni più aperte alla speranza di un'inversione di tendenza (tutto scorre, no?), forse anche perché eravamo coinvolte in una serie di begli eventi che hanno avuto luogo a Firenze e che ci hanno fatto respirare aria nuova, come puoi leggere qui...

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
OpenID unaltradonna said...

leggendo ora il tuo commento, Fabio, aggiungo che anche tra i "giovani d'oggi" si trova voglia di capire e di migliorare - a patto di considerarli non un'astrazione ma persone con cui discutere. Nell'ultimo di questi incontri che abbiamo tenuto a Fi una coppia di ragazzi, lui 16 lei 15, sono intervenuti con una tale lucidità da fare invidia a molti adulti...certo loro stessi dicevano di non rappresentare la maggioranza dei "giovani", ma voglio dire, non buttiamoci giù...

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Laura -

Diciamo che la svolta e' avvenuta per due sciagure lontane 6 anni una dall'altra: il lancio delle televisioni commerciali in Italia e quello di MTV nel mondo. Quest'ultimo lo cito perche', al pari di Simon Reynolds, considero quell'istante come la fine di una concezione della musica come momento di scambio culturale, libero dai condizionamenti del mercato.

Da quel momento, la musica diventa un prodotto come tutti gli altri: da vendere in grandi numeri, o da utilizzare per vendere qualcos'altro.

Il danno delle televisioni commerciali e' incalcolabile.

Pero'. Pero', guardando l'Italia da qui e immergendomi completamente nella cultura e nella societa' italiana quando mi capita di tornare a Milano, io sono convinto che esistano da noi degli anticorpi forti, piu' forti di ogni attacco.

Qualche giorno fa riflettevo sul fatto che, in fondo, se uno vuole (e lo deve volere, e deve possedere gli strumenti culturali necessari: quindi non e' facile) puo' in qualche modo evitare la cultura dominante. Devi fare uno slalom non da poco, ma non mancano pubblicazioni, programmi radiofonici (da Alaska a Fahrenheit, per esempio, e lasciami mettere nell'elenco anche Prospettive Musicali), luoghi d'incontro e scambio, luoghi semplicemente paesaggisticamente molto belli, nei quali ritrovare emozioni e ispirazioni.

Una vita diversa e' possibile in Italia. Richiede tempo, risorse culturali e materiali, ma e' possibile.

Il tuo lavoro e quello di Lorella Zanardo svegliano le coscienze e sono immensamente importanti.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

Non discuto dell'importanza degli Area, anche se forse fu poco incisiva: mi chiedo infatti come mai chi ascoltava altri gruppi di "rock sperimentale" (o come vogliamo chiamarlo) continuò in maggioranza a farlo -- magari trovandone via via di nuovi -- mentre la gran parte degli ascoltatori degli Area parrebbe aver perduto interesse per qualsiasi tipo di avanguardia musicale dopo gli Area; anzi, ricordo bene che moltissimi di quei fan non ascoltavano già allora altri gruppi d'avanguardia.
Allora può darsi che a catturare quella fetta di pubblico non fosse "il desiderio di rinnovamento musicale" ma solamente "il discorso politico": cioè, evidentemente, quel "binomio" non era così "inscindibile".
Bertoncelli ha scritto un ricordo personale degli Area (in http://tinyurl.com/y43hrsv ci sono la prima parte e il link alla seconda). Si può essere d'accordo con lui o in disaccordo ma quello che ha di buono è che non tace delle perplessità, mentre per il resto della critica italiana sembra che sia impossibile scrivere un articolo o un libro su un gruppo come quello senza cadere nella celebrazione agiografica.
Nel caso specifico degli Area, per esempio, io continuo a pensare che non esagerasse, non pretendesse troppo né cercasse affatto il pelo nell'uovo chi provava fastidio per "certi happening in scena e 'L'Internazionale' che scattava come una sveglia a richiamare all'ordine, quando magari il concerto languiva" o per "lo sventolio di bandiere e i gesti, e le parole che a molti puzzano di slogan posticci per fare accettare i suoni".
E non mi risulta -- parlando da loro contemporaneo -- che "le frange più estreme della sinistra" rimproverassero gli Area "di opportunismo" perché "non bastava incidere per una indie, era comunque 'il mercato del disco'": semmai c'era chi si accorgeva che uno slogan rozzo resta uno slogan rozzo anche se innestato su una musica jazz-rock-prog-cageana.
La politica nella musica degli Area era semplicistica, ruffiana, demagogicamente truce, situazionista per sentito dire (può darsi che Gianni Emilio Simonetti e Sassi e compagnia lo fossero in maniera ben più "profonda" ma quando scrivevano i testi degli Area l'effetto era quello), mentre già all'epoca il livello di consapevolezza politica anche di molti "compagni di base" era di gran lunga più avanzato di quello espresso dai testi degli Area.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

Un classico esempio di "musica politica" degli Area è "Luglio agosto settembre nero": com'è ormai noto, neanche quel riff di era farina del loro sacco, provenendo invece da una canzone popolare greca della Macedonia, Yerakina, che in realtà parla di una ragazza vissuta intorno al 1860 a Nigrita di Serres. Dunque né la musica né il testo originale (che, a quanto dice Daniele Sepe, sarebbe la storia di una bella ragazza che continua a chiedere al pozzo d'acqua del suo villaggio chi sia la più bella, finché gli abitanti del villaggio, stufi, non la spingono giù) c'entrano un bel nulla con la Palestina. Probabilmente la musica fu usata perché a orecchio aveva un suono "un po' arabo". E il testo fu tranquillamente gettato e sostituito da quello scritto da Frankenstein (cioè Gianni Sassi).
Se volete una vaga idea della musica originale: http://tinyurl.com/y7bsbd8
Per una prospettiva più dettagliata sulla Cramps potete scaricare http://tinyurl.com/y6uoddo (è un pdf).
Infine, la risposta "Sono finite le ideologie" che ti ha dato quel noto giornalista credo che sia a pagina 2 del manualetto consegnato a ogni giornalista della Repubblica sulle risposte da dare a quel tipo di domande. E non vuol dire nulla, oltre a non essere vera: forse che il liberismo e l'ultraliberismo non sono ideologie? E la "governabilità"? E il berlusconismo? E il "moderatismo" stile Pd, l'asservimento al Vaticano e ai poteri economici? Le leggi dell'economia come incontrovertibili e superiori a ogni altra? Ecc. ecc.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

La risposta alle tue domande non la conosco, ma mi pare di poter dire che la semplicita' della proposta degli Area (anche e forse soprattutto a livello di discorso politico), rispetto a quella dei gruppi di rock sperimentale e d'avanguardia che arrivavano dalla Germania e dall'Inghilterra, sia la chiave di lettura per comprendere perche' gli Area si' e i Faust e i Soft Machine no (sto semplificando anch'io molto: anche Faust e Soft Machine avevano parecchi estimatori da noi in quegli anni, ma probabilmente meno rispetto agli Area).

Il fatto che cantassero in italiano, anche quello deponeva a loro vantaggio, cosi' come l'immediatezza degli slogan (che tu definisci rozzi, ma tu non sei certo un ascoltatore tipico, e hai qualche anno in piu' rispetto ai ventenni arrabbiati di allora, che non dovevano andare troppo per il sottile).

L'altra cosa sulla quale non sono d'accordissimo con te e' la premessa del tuo ragionamento, perche', se non capisco male, tu sei abbastanza critico nei confronti del fatto che "la gran parte degli ascoltatori degli Area parrebbe aver perduto interesse per qualsiasi tipo di avanguardia musicale dopo gli Area; anzi, ricordo bene che moltissimi di quei fan non ascoltavano già allora altri gruppi d'avanguardia".

Io vedo in questo pero' anche un aspetto positivo: gli Area sapevano parlare anche a coloro i quali non seguivano in genere esperienze sperimentali, e lo facevano attraverso una combinazione di "mezzo e messaggio" che rendeva entrambi digeribili (laddove presi a se stanti sarebbero stati piu' ostici).

Gli articoli di Bertoncelli non sono celebrazioni agiografiche, questo no, ma proprio per il tono piu' obiettivo di quello usato da altri mi sembrano importanti le sue chiusure, che riporto per coloro che non avessero voglia di leggersi gli articoli per intero:

1) Rileggo vecchi articoli in cui i primi tre dischi vengono definiti "non indegni". Be', insomma, erano molto di più; e il primo, soprattutto, grida ancora fortissimo oggi, anzi, più forte che allora.

2) Resta una grande ricchezza che sfugge all'abbraccio della banale nostalgia. Rock in quegli anni era parola ancora preziosa. Voleva dire ricerca, esperimento, "viaggio nell'ignoto", come annotava Demetrio nell'ultimo album citando Baudelaire: "in fondo all'ignoto, per trovare qualcosa di nuovo".

Per la ricerca degli articoli che segnali, ti ringrazio moltissimo.

Sul discorso "fine delle ideologie" sono molto d'accordo con te. E' stata sconfitta una ideologia, che aveva catalizzato la speranza di felicita' di tante persone.

Lo spazio lasciato vuoto e' stato occupato dall'ideologia totalizzante del consumo come illusione di felicita'

Consumo di oggetti, persone, ambiente: l'ideologia dominante oggi.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Anonymous Andre said...

Pensa che mio padre, all'epoca batterista e studente universitario in quel di Milano, doveva fare un provino per entra a suonare proprio negli Area.

Purtroppo ha scelto di fare l'architetto... :-)

Un abbraccio Fabio.

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Forse e' andata meglio cosi'...

Aggiungo solo una cosa, andando OT ma non molto su quello che si e' detto fino a qui.

Ho appena letto che in Italia e' passata l'orrenda legge sulla deregolamentazione della caccia: si sparera' a tutto, quando si vuole, dove si vuole.

Niente, lo dicevo cosi'. Immagino si tratti anche in questo caso di effetti collaterali.

Mi vengono in mente le parole di Jerry Casale, alla reunion dei Devo, meno di un anno fa: "Noi di de-evoluzione parlavamo nel 1976. Pensavate che stessimo scherzando?".

mercoledì, 14 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Evviva piu' cinghiale sulle nostre tavole :)!

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Anonymous artemisia said...

Siamo proprio sicuri che siano i giovani ad essere quelli che non capiscono?

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Arte -

Bentornata dalla Thailandia! Appena ho un minuto vado a guardarmi per bene le tue foto (che ho visto solo di sfuggita).

No, per nulla, non sono affatto sicuro. Il mio giudizio sui giovani di oggi e' quanto di piu' superficiale si possa concepire.

I giovani di oggi hanno l'eta' dei figli che non ho mai avuto, quindi accetto il tuo consiglio e sospendo il giudizio.

L'unica cosa che mi sento di dire e' che quelli della nostra generazione sono stati esposti (almeno di striscio) alla irripetibile (o meglio: irripetuta, siamo possibilisti) temperie culturale degli anni Settanta, che in alcuni di noi ha lasciato un segno indelebile. Nel 1970 avevo 5 anni, nel 1979 14. Li ho vissuti da bambino, rielaborandoli dopo.

Per i giovani di oggi, gli anni Settanta sono cosi' lontani che nel loro modo di pensare temo non abbiano lasciato traccia.

Pero' sarei felice di essere smentito.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

Quando uscì il primo disco degli Area, nel 1973, avevo sì e no 15 anni; quando uscì l'ultimo loro con Stratos non ne avevo ancora 22. Dunque quando si formavano i miei giudizi negativi sugli Area non avevo "qualche anno in piu' rispetto ai ventenni arrabbiati di allora": semmai ero uno di loro e come loro vidi gli Area al festival del Parco Lambro (tenendo in mano, a un certo punto, un filo elettrico che passando per le mani di tutti noi e terminando nel sint del gruppo doveva influenzarne suoni e fraseggi tramite le nostre onde alfa: una delle tante geniali cazzate di Sassi) e in varie altre occasioni.
Però, come dicevo, tra noi non cerano solamente quelli che non andavano troppo per il sottile: erano già tanti quelli che sapevano distinguere tra un testo politico di un certo spessore (Matching Mole, Wyatt, Henry Cow, Stormy Six, Phil Ochs ecc. ecc.) e testi che usavano la politica in modo semplicistico, ruffiano, demagogicamente truce, situazionista per sentito dire...
E' vero che gli Area furono capaci di "parlare anche a coloro i quali non seguivano in genere esperienze sperimentali": non è questo che io critico (ci mancherebbe) ma il modo in cui lo fecero, giacché la "combinazione di mezzo e messaggio che rendeva entrambi digeribili" consisteva nello "sventolio di bandiere e i gesti, e le parole che a molti puzzano di slogan posticci per fare accettare i suoni". E, se a breve termine certamente ci riuscirono, il fatto che quelle "esperienze sperimentali" fossero rese digeribili solamente da pugni chiusi, Internazionali, slogan ecc. ebbe come conseguenza il mancato apprezzamento di qualunque altra "esperienza sperimentale" da parte dei quegli stessi fan.
O meglio: c'era qualche altra "esperienza sperimentale" che almeno una parte di quei fan giungeva ad ascoltare e forse apprezzare, ed erano i tanti dischi "sperimentali" pubblicati allora dalla Cramps e venduti dal suo proprietario Gianni Sassi con autentico genio pubblicitario. In fatto di (diremmo oggi) marketing, Sassi era davvero diverse spanne più avanti degli altri, già prima di inventarsi (o contribuire a inventare) gli Area, che credo rimasero comunque il suo successo musicale più grande. Ma riuscì a rendere popolare persino John Cage (da cui li grande equivoco del famoso concerto al Lirico, con il pubblico che si aspettava una specie di rockstar) e a far almeno ronzare nelle orecchie di un bel po' di persone nomi come Derek Bailey, Juan Hidalgo, Robert Ashley, Walter Marchetti, Fernando Grillo, Paolo Castaldi, David Tudor...
Faust e Soft Machine ebbero i loro estimatori anche da noi ma soprattutto nei primi anni settanta, con un picco per i Faust intorno al '73 o '74, quando recensendo un loro disco Virgin o, in alternativa, Tubular Bells di Oldfield e inviando lo scritto a Ciao 2001 si poteva vincere un breve viaggio in Inghilterra con visita guidata al Manor (lo studio di registrazione Virgin nell'Oxfordshire): evidentemente anche Branson aveva i suoi Gianni Sassi...
Comunque, a me personalmente il Bertoncelli caustico dei giudizi a caldo di allora continua a piacere di più del Bertoncelli buono che rivaluta oggi chi aveva (a suo odierno avviso) sottovalutato allora: mi riferisco non tanto o non solo agli Area quanto per esempio a Jim Morrison, sul quale pure ha fatto ammenda in qualche suo libro (o introduzione) degli ultimi dieci anni o giù di lì. Però ha ancora ragione quando dice che allora nel rock trovavano casa anche ricerca, esperimento e viaggio nell'ignoto.
In seguito, più che un'ideologia, direi che è stata ricacciata nell'ombra una visione del mondo nella quale confluivano più d'una ideologia e anche altre idee, utopie, sogni, ideali, fantasticherie che non ebbero mai il tempo, il modo o la volontà di diventare ideologie.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

mah..intanto sti giovani ereditano da noi, bambini degli anni 70, un mondo che stiamo rendendo proprio brutto.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
OpenID aldezabal said...

condivido molte delle cose dette da ale e tuttavia sull'argomento Area tutto sommato, vista la situazione odierna, sarei più morbido.
avercene oggi di gruppi che suonano e dicono quelle cose, sia pur veicolati da qualche astuto uomo-marketing nell'ombra.
il fatto è che oggi, 2010, al concerto del Primo Maggio a Roma l'ospite principale è Vinicio Capossela che ancora una volta ci riproporrà il suo stanco circo nichilista e cara grazia se qualche tempo fa ha concesso di sostenere Emergency e una causa anti-discarica in Irpinia; per il resto, stando alla sua musica e ai suoi testi, siamo sempre alla solita beguine o cha-cha-cha sovrapposte a citazioni bibliche a casaccio e storie di eterno disamore, naturalmente con la benedizione di Goffredo Fofi, Feltrinelli e compagnia bella.
altro che gioia e rivoluzione, piuttosto cinismo e disillussione, l'unica cosa che è restata è il contrabbasso e al posto del mitra c'è un giocoliere che fa cadere le palline.

quanto ai giovani, a me è capitato di conoscerne di ogni e anche di molto tosti.
per esempio bazzicando il forum (ora chiuso) dei fan di Ani DiFranco, alcuni dei quali anche conoscendoli di persona.
sono ragazzi e, sopratutto, ragazze con le idee molto chiare e allo stesso tempo magari un po' frastornati.
però hanno desideri, anche di trasformazione, sentimenti, idee.
e siano benedetti, almeno loro che seguono entusiasticamente una delle poche eredi della stagione della contro-cultura, anche lei riprendendo Phil Ochs e l'Internazionale, oltre che reinventando in un colpo solo il punk, il funk e il folk, un nuovo modo di suonare la chitarra e, almeno nel suo periodo d'oro con la sua straordinaria band dei primi anni zero, con arrangiamenti Zappian-jazz che la band di Capossela se li sogna.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

oops scusa Fabio ho eliminato dei miei commenti..un po' inconvenienti..
ma alla Ani di Franco aggiungerei una buona dose di Monotonix e Lighting Bolt cosi inizieranno a capire dove deve iniziare la contro-rivoluzione!
Lasciate i giovani arrabbiarsi!
Gli Area..vabbe se n'e' gia' scritto troppo, ora basta...siamo nel 2010!

giovedì, 15 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Ale -

Possiamo discutere a lungo sulla qualita' della proposta Area e sulla loro importanza storica: quello su cui, immagino, concordiamo e' che sono stati lo specchio di un'epoca, anche (o forse soprattutto) grazie allo sventolio di bandiere rosse, ai pugni chiusi, alla chiusura dei concerti con l'Internazionale. Tutte cose che forse saranno state anche usate quando i concerti languivano, ma che calate nel contesto storico di riferimento assumevano un significato di rito e conferma collettivi: rituale riconoscimento di appartenenza a un percorso politico preciso. Anche quello, io credo, aveva una sua rilevanza, legata ai tempi. Difficile parlare di cosa sono stati gli anni Settanta in Italia senza almeno una veloce citazione degli Area.

Su Sassi, riporto le parole di Tofani, a pagina 237 del libro di Luca: non esiste piu' il comunismo, per cui non penso esistano piu' persone cosi'.

Estenderei il giudizio all'esperienza Cramps: non esiste piu' il comunismo, per cui non penso esistano piu' etichette cosi'.

E guarda, pensandoci bene, ho laicamente concluso che non si possa parlare di marketing (termine senza cuore) per l'attitudine dell'epoca. Non in senso "calcolato". Poi puo' darsi che mi sbagli. Ma credo che l'etichetta sia piu' adatta a definire l'abbraccio mortale tra corporation (dei telefoni, delle mutande, della birra) e festival e venues nella squallida Londra odierna. Quello si' e' marketing, senza cuore e spietato.

La frase con la quale concludi il tuo commento e' molto precisa, e rende benissimo il senso di vitale confusione di un'epoca. Dovessi definire cosa sono stati gli anni Settanta, quale ne e' stata la cifra riconoscibile, parlerei proprio di sogni che non hanno fatto in tempo a diventare ideologia: troppo pericolosi, troppo intensi, troppo sogni.

Myriamba -

Lascerei che i giovani decidano da soli cosa ascoltare. Non mi e' nemmeno chiaro perche' un giovane che ascolta Ani di Franco (bravissima) debba essere gia' vecchio. Chi l'avrebbe deciso?

Aldezabal -

Capossela, personalmente, lo trovo insopportabile nella sua pesantissima prosopopea, ma sai, qui si entra nell'ambito di gusti e percorsi d'ascolto individuali. Molto piu' semplicemente, direi che la sua poetica a me non arriva.

Anche sul concerto del Primo Maggio poco so dire, dato che e' un evento che non ho mai seguito. Se serve a portare un po' di consapevolezza sui diritti delle classi lavoratrici tra i giovani, ben venga naturalmente.

Amerei essere smentito, e ripeto ancora una volta che parlo di un evento che poco conosco, ma mi sembra molto "calato dall'alto", oltre che pensato per compiacere grandi numeri e folta partecipazione popolare.

Su Ani di Franco concordo con te: artista non abbastanza considerata.

Sui giovani: e' chiaro che alla categoria appartengono persone specialissime. Collettivamente pero', come generazione, a me sembra che i giovani del 2010 esprimano pochissimo di loro, e siano vittime dello spietato marketing delle corporation (l'abbraccio mortale tra marketing e musica del quale si diceva qui sopra).

Ripeto ancora una volta: amerei essere contraddetto dai fatti.

venerdì, 16 aprile, 2010

 
OpenID unaltradonna said...

ti porto un fatto: il blog di un giovanissimo pratese, scoperto e segnalato dalla Zanardo nella categoria "bloggers" :-)
(ok, è uno, ma secondo me cercando se ne trovano altri anche se certo non è la tendenza dominante)

venerdì, 16 aprile, 2010

 
OpenID unaltradonna said...

non so perché non mi ha preso il link, comunque è questo:
http://senorbabylon.blogspot.com/

venerdì, 16 aprile, 2010

 
Blogger Myriamba said...

Fabio, e' semplice: Ani di Franco appartiene alla mia generazione non alla loro. Se si parla di giovani che devono fara la contro-rivoluzione. Se poi si parla di contro-rivoluzione di "tutti", Ani di Franco ci sta dentro :)

venerdì, 16 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Laura -

Si', infatti direi che una rondine non fa primavera, e nemmeno due o tre.

Quello che non mi sembra di vedere e' un bel volo di rondini, quei voli di rondini che tu e io vedevamo passare duranta l'infanzia e che, quando venn il tempo di spiccare il volo, erano ormai scomparsi oltre l'orizzonte.

Bello il blog di Andrea, faccio solo solo notare che indica Pasolini e De Andre' come suoi autori di riferimento.

Alla fine l'humus creativo resta li', in quegli anni. Non c'e' niente da fare: ispirazione perenne, ma sempre piu' lontana nel tempo, ogni giorno un po' piu' impolverata (e quindi, per alcuni ricca di storia, per altri semplicemente vecchia, da soffitta della nonna).

Myriam -

Touche. Comunque non si tratta di fare la contro-rivoluzione, semplicemente di contrastare il lavaggio del cervello in atto a suon di celebrities e grandi capitali multinazionali.

Un esempio straordinario di come fare contro-informazione in questi tempi e' secondo me il blog e programma radiofonico della mia amica Marina Petrillo (http://mir.it/servizi/radiopopolare/blogs/alaska/), che invito a seguire quotidianamente.

Altra voce della nostra generazione, d'accordo, ma secondo me Marina interpreta come pochi altri, oggi, un'idea progressista e concreta di risveglio, che e' fresca e nuova.

venerdì, 16 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

In ritardo ma volevo aggiungere e precisare alcune cose (in due post successivi, perché altrimenti lo spazio non basta).
* Sui giovani: certo, se dovessi giudicare dai figli di papà del collegio San Carlo che vedo al baretto qui vicino nella pausa pranzo, mi strapperei anch'io i capelli (e non è proprio il caso). Ma per fortuna non ci sono solo quelli. Io non ne conosco molti -- avendo una figlia di sette anni conosco semmai giovanissimi/e -- ma mi avevano colpito (perché diversi dai luoghi comuni su di loro) quelli di cui ho letto nel libro di Umberto Fiori "Tutto bene, professore? Croci e delizie del corpo docente", che vi consiglio, anche perché forse gli insegnanti, se sanno fare il loro mestiere e non hanno preconcetti, sono in una delle posizioni migliori per raccontarci dei giovani.
* Sarà pure vero che degli Area s'è già scritto troppo (e troppo spesso per metterli su un altare, aggiungerei) ma credo che anche questo dimostri che evidentemente avevano di che farsi ricordare: secondo voi quanti discuteranno di Monotonix e Lighting Bolt fra 35 anni? E fra 35 mesi? O anche solo l'anno prossimo?
A me gli Area non piacevano e non piacciono (come avevate già capito) e non penso neppure che siano stati lo specchio di un'epoca, perché in quell'epoca loro erano già vecchi, da un punto di visto politico: mentre le femministe prima e il Movimento poi mettevano in discussione la militanza politica com'era stata intesa fino a quel momento e il leaderismo e la retorica politichese (anche quella di sinistra e di estrema sinistra), gli Area riproponevano esattamente quelle stesse cose. "Rito e conferma collettivi" erano proprio tra le cose cui non volevamo più che la musica fosse asservita: criticavamo cantautori e veri e finti "cantanti di lotta" anche per il loro ruolo consolatorio, oltre che per la pochezza musicale.
Gli Area non erano musicalmente altrettanto scarsi: al contrario. Però senza Sassi e soci sarebbero stati probabilmente un normale gruppo jazzrock. Cage, Lacy, Lytton non erano farina del loro sacco (e infatti nessuno degli ex Area ha proseguito in quella direzione).

mercoledì, 21 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

* "L'esperienza Cramps: non esiste piu' il comunismo, per cui non penso esistano piu' etichette cosi'". Per certi versi hai ragione ma parte della tua ragione deriva dal fatto che, non esistendo più il comunismo (che forse non è mai esistito ma questo è un altro discorso), i giovani comunisti non sono più una fascia di mercato cui vendere prodotti.
Cramps era un acronimo: stava per company, advertising, management, pubblicità, service.
La loro innovazione, nelle loro stesse parole, era "noi intorno ad un'artista curiamo tutto, dall'immagine alla produzione e promozione dei dischi, ai concerti".
Quindi vedi bene che non è che non si possa "parlare di marketing (termine senza cuore) per l'attitudine dell'epoca". Non era una questione di attitudine: marketing e pubblicità erano proprio il loro mestiere. Non metafore ma un mestiere che Sassi e soci sapevano fare molto bene e anche in modo innovativo ma che era precisamente quello.
E quindi farla in modo "calcolato" faceva esattamente parte della loro (altissima) professionalità: Sassi e Albergoni (che poi divenne il depositario Siae del nome Frankenstein, con il quale firmava i testi che scrivevano insieme lui, Sassi e a volte qualcuno dei musicisti) avevano fondato il loro studio pubblicitario, l’Al.Sa, già nel '63. Erano di una generazione precedente: Sassi aveva vent'anni più di me (vent'anni e un giorno, per l'esattezza).
Dieci anni dopo, quando fondarono la Cramps, avevano già fatto cose davvero nuove nel campo del marketing: per dirne una, per la Iris Ceramiche avevano organizzato una specie di happening in una piazza del centro storico di Bologna, piastrellandola completamente mentre si esibivano ventitré artisti e due gruppi musicali.
A portare loro gli Area (che all'inizio cantavano testi propri in inglese, cui la Cramps sostituì nuovi testi in italiano firmati appunto Frankenstein) fu Franco Mamone, cofondatore della Cramps e ben noto all'epoca come terzo vertice del famigerato triangolo di pescicani dell'industria musicale (settore concerti) Zard-Mamone-Sanavio.
C'era anche qualche slogan basato su una rima con Zard-Mamone-Sanavio. Fu la loro politica dei prezzi a scatenare le autoriduzioni e tutto quel che ne seguì.

mercoledì, 21 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Cerchero' il libro la prossima volta che torno in Italia e lo leggero' con piacere. La mia e' una sensazione superficiale, basata semplicemente sulla, almeno apparente, mancanza di elaborazione di una cultura autoctona, totalmente separata dalle precedenti. Come avvenne, per restare in tema, nel corso degli anni '70, quando anche i quarantenni - cinquantenni quali siamo noi non avrebbero potuto ignorare le culture giovanili emergenti. Pero' puo' darsi che mi sbagli, sarei felicissimo se fosse cosi'.

Vorrei solo aggiungere che non soltanto fra i sancarlini e tra le classi abbienti mi sembra ci sia una scarsa elaborazione personale (rispetto a periodi precedenti). Non so se hai visto Videocracy, il documentario di Erik Gandini sui danni della televisione commerciale. In quel documentario si assiste a una selezione di veline, al centro commerciale Fiordaliso. Mi pare di poter concludere che anche le classi giovanili popolari non se la passino meglio. Altro che Festival del Proletariato Giovanile.

Su Lightning Bolt e Monotonix poco so dire. I primi mi sembra che tra l'altro siano in giro da un bel quindici anni se non mi confondo, dato che li trasmetteva Claudio Sorge a Radio Popolare, dove non trasmette piu' da almeno 3 lustri (andava in onda se non sbaglio proprio nell'orario nel quale trasmettiamo noi). I secondi, non e' che con un nome cosi' proprio mi viene voglia di correre a comprare un loro disco.

E no, non credo rimarranno nell'immaginario collettivo, nel quale non entreranno nemmeno, come il 99.9% dei gruppi considerati fondamentali da Wire.

Sul marketing e la Cramps, mi verrebbero da dire un paio di cose. La prima e' che credo che l'acronimo avesse una valenza in qualche modo situazionista. La seconda e' che il marketing era allora una disciplina emergente, cosa ben diversa rispetto a oggi.

Oggi e' un sistema ampiamente collaudato di controllo dei consumi attraverso costruzioni psicologiche simboliche raffinatissime (la brand identity ecc.). E' la vendita di soluzioni illusorie a bisogni collettivi e individuali veri. Pensa, esempio estremo ma reale, alla martellante campagna pubblicitaria della BMW, che non so se sia gia' arrivata in Italia, che associa le auto al concetto di gioia (aspirazione reale alla quale si da' una risposta illusoria). Allora, tutto questo era allo stato nascente: fluido, sperimentale, nuovo. Oggi e' in buona sostanza manipolazione brutale quanto raffinata.

Per finire da dove siamo partiti: i giovani di oggi, nonostante i prezzi dei concerti siano proibitivi, non si sognerebbero di avanzare proposte di auto-riduzione.

Non mi si venga a dire che scaricare la musica illegalmente e' autoriduzione: manca infatti qualsiasi consapevolezza e giustificazione ideologica, almeno cosi' mi sembra.

venerdì, 23 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

La reperibilità del libro è buona: è un Baldini Castoldi Dalai e si trova da tutti i vari siti tipo Ibs e compagnia, oltre che (spero) nelle librerie.
Comunque anche negli anni settanta c'erano giovani qualunquisti (a un certo punto, un po' rozzamente, la linea di demarcazione passava tra quelli che nei fine settimana andavano in discoteca e quelli che andavano nei circoli giovanili o seguivano le loro iniziative. Questo prima che, a fine decennio e soprattutto all'inizio del successivo, aprissero le "discoteche di sinistra" e -- assieme al calcio, alle nascenti telenovelas e a non so più quali altre stronzate -- la sinistra recuperasse anche il travoltismo).
Sul marketing hai ovviamente ragione ma se ci pensi non c'è proprio un abisso tra vendere "gioia & bmw" ai giovani (abbienti) di oggi e vendere "gioia & rivoluzione" a quelli (più poveri) di allora: sempre di "vendita di soluzioni illusorie a bisogni collettivi e individuali veri" si tratta. Cambiano "solo" i bisogni e i prodotti.
Nello scaricare la musica illegalmente non mancano solamente consapevolezza e giustificazione ideologica (spesso per le autoriduzioni era così anche allora) ma anche le manganellate, le cariche, i lacrimogeni: pensa che sulla rivista (mi pare) Gong la rubrica di recensioni di concerti si chiamava "Musica e candelotti"...

venerdì, 23 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Nello scaricare musica illegalmente manca qualsiasi tipo di consapevolezza ma anche di pensiero, critico e no.

Un artista che mi piace (quindi indipendente, spesso giovane e squatrinato, ecc.) si sbatte, ce la mette tutta, pubblica un disco che mi piace e io cosa faccio? Non lo compenso: gli metto le mani in tasca e gli porto via il suo lavoro.

A me, l'ho detto tante volte, pare un atteggiamento spregevole. La musica e' un bene importante, che va pagato.

Dopodiche', c'e' chi ne approfitta e sulla musica specula: ogni stagione ha i suoi Zard - Mamone - Sanavio. A quelli mi pare giusto, in casi estremi, far capire, anche con mezzi spicci se necessario, che devono piantarla.

In questo senso, il mio parere e': autoriduzioni ai concerti si' (fino a danneggiare gli impresari, mai gli artisti), scaricare illegalmente no.

Sul marketing un po' dissento Ale: c'e' differenza, e tanta tra vendere gioia & BMW e gioia & rivoluzione.

Per tanti motivi. Intanto perche' la BMW arriva dall'alto, la rivoluzione si fa dal basso.

E poi proprio per l'illusorieta' della risposta al bisogno di gioia. L'auto non da' gioia, e se anche la desse sarebbe una soddisfazione puramente individuale.

La rivoluzione, come la si intendeva allora, era una liberazione collettiva.

Sono proprio cose diverse, secondo me.

venerdì, 23 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

Sono cose diversissime quando sono appunto "cose": oggetti o azioni materiali, reali (nel caso della rivoluzione si parlava non a caso di "movimento reale" che cambia -- o trasforma, sovverte -- lo stato di cose esistente).
Ma quando sono "costruzioni psicologiche simboliche raffinatissime" sono solo proiezioni o intercettazioni di bisogni e desideri: certa musica degli anni settanta non poteva veramente vendere la rivoluzione (che non si compra: si fa. O tutt'al più si svende, dopo). Vendeva invece a chi avrebbe voluto farla una sua rappresentazione rituale e consolatoria.

venerdì, 23 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Ma secondo te, che quegli anni li hai vissuti meno di striscio di me, era davvero una rappresentazione rituale e consolatoria?

Guarda che tutto questo avveniva prima (o al piu' durante) gli anni di piombo.

Io mi sono fatto (magari sbagliando) leggendo il libro di Luca ma anche altri come per esempio Patria di Deaglio, l'idea che la rivoluzione fosse piuttosto prossima. Tieni presente che per fermarla hanno usato le bombe messe ad arte dai servizi segreti con buona collaborazione degli americani.

Cioe' era una possibilita', o almeno mi sembra. Non e' piu' una possibilita' oggi, al punto che per me leggere il libro di Luca (e sentire gli Area) possono essere esperienze consolatorie.

Ma non possiamo proiettare il presente (cio' che sappiamo ora) sul passato, non ti pare?

venerdì, 23 aprile, 2010

 
OpenID aldezabal said...

questo dibattito è molto interessante anche se temo che ormai non lo segua più nessuno, forse varrebbe la pena farne un altro post.

mi limito a fare tre osservazioni:

1) parlare di rivoluzione imminente mi sembra grossa.
ricordo l'ultimo concerto degli Area con Stratos cui ho assistito, al Parco Ravizza, direi nell'estate del 1978.
era pochi mesi dopo il rapimento Moro e non c'era nessuna atmosfera rivoluzionaria, era estate, si stava bene, tante canne e neanche troppa gente, forse era già tutto finito allora (e infatti loro già non erano più con la Cramps anche se si ponevano ancora fra gli "arrabbiati che restano".

2) andrebbe però specificato che cosa è rivoluzionario e cosa no.
la musica? i testi? l'immagine? il contesto produttivo? l'indipendenza nella gestione? l'adesione a qualche partito o organizzazione politica?
da questo punto di vista possono essere fatti innumerevoli esempi in tutti i sensi e credo non se ne esca tanto fuori facilmente.
io personalmente trovo più interessante la musica degli Area che i loro testi e ritengo che Stratos sia, tutto sommato, ormai solamente un'icona anche troppo sopravvalutata sul piano della ricerca vocale che pare abbia fatto solo lui e prima di tutti e invece non è così.
tuttavia anch'io rimpiango quegli anni e in quel contesto vedo con benevolenza alla loro produzione discografica e non.

3) personalmente, pur essendo un autore iscritto alla famigerata SIAE, sono favorevole al peer to peer.
su questo ho scritto qualcosa sul blog, qui:

http://aldezabal.wordpress.com/2010/01/23/proud-to-be-nerd/

venerdì, 23 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

C'è modo e modo di fare anche il peer to peer: a me per esempio piacciono blog come Electric Jive, che mette online solamente registrazioni inedite o non più reperibili e, qualora siano poi pubblicate legalmente (cioè pagando i diritti agli autori), le toglie immediatamente.

Quanto al "proiettare il presente (cio' che sappiamo ora) sul passato", be', al di là del fatto che è forse l'unico modo per imparare qualcosa appunto dal passato, non è quello che ho fatto io nei miei interventi qui, dove ho sostanzialmente ripetuto (magari con altre parole ma neanche tutte: l'aggettivo "consolatorio" era per esempio un classico giudizio negativo di quegli anni) quel che allora dicevamo io e altri.
Le "bombe messe ad arte dai servizi segreti con buona collaborazione degli americani" precedettero (e contribuirono a scatenare) gli "anni di piombo", come vengono convenzionalmente definiti gli anni settanta non tenendo conto (volutamente o no) che quel piombo fu appannaggio dello stato e di una parte infinitesimale di coloro che pensavano che "la rivoluzione fosse piuttosto prossima". O almeno possibile, prima o poi.
Tutti gli altri "rivoluzionari" vissero anni belli e difficili, esaltanti, divertenti, tragici e tutto il resto ma senza piombo (almeno se ci si abbassava abbastanza al momento giusto, per esempio il 12 marzo 1977 a Roma: non furono così fortunati, tra gli altri, Francesco Lorusso il giorno prima a Bologna e Giorgiana Masi due mesi dopo a Roma).

sabato, 24 aprile, 2010

 
OpenID aldezabal said...

sì anch'io mi sono avvicinato allo scaricamento attraverso blog come quello (ce ne sono un'infinità e anch'io ne ho aperto uno).
però credo che in generale laddove c'è condivisione e scambio il problema dei diritti diventa secondario.
non è né più né meno quello che facevamo noi ai tempi con le cassette e a nessuno è mai venuto in mente che stavamo togliendo diritti ai musicisti.
semplicemente avviene in altro modo e su scala mondiale.
il che personalmente mi pare davvero entusiasmante.
in particolare quando sono riuscito ad ascoltare concerti di artisti che mai sono riuscito ad ascoltare dal vivo.
oppure riascoltando concerti cui ho assistito direttamente.
questo secondo caso di solito deludente, per un motivo o per l'altro.
due casi dell'epoca a cui ci siamo riferiti in questo post: Henry Cow al Lirico nel 1977, Art Bears all'Elfo un paio di anni dopo.
e c'era un blog dove erano postati decine di live degli Area, ora però li hanno tolti...

sabato, 24 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

Che gli scambi di cassette non fossero colpevolizzati non è del tutto vero: ricordi la campagna "Home taping is killing music (and it's illegal)", con tanto di logo con teschio-cassetta e tibie?
E anche allora lo scambio avveniva su scala mondiale (io per esempio facevo scambi con il fondatore della Cuneiform, nel Maryland), anche se era scomodo, costoso, si rischiava che i pacchetti andassero persi e ovviamente le registrazioni analogiche perdevano una fetta di qualità (e aumentavano il fruscio) a ogni successiva copia.
Tu dici che "laddove c'è condivisione e scambio il problema dei diritti diventa secondario" ma poi gli esempi che citi sono quelli di concerti inediti, cioè di registrazioni che neanche volendo si potrebbero acquisire pagando i diritti ai musicisti (a meno di non far loro un bonifico a titolo di risarcimento personale).
E su quelli sono d'accordo con te, se non per un problema di qualità, che proprio la registrazione degli Art Bears all'Elfo pone in modo netto: il più delle volte chi mette online una registrazione di epoca predigitale non è in possesso della cassetta di "prima generazione", cioè di quella da cui sono state fatte, a cascata (e perdendo appunto qualità a ogni tappa), tutte le successive, e quindi digitalizza una copia di settima o diciannovesima generazione di una registrazione che magari già in origine non era di grande qualità; come ricorderai, l'attrezzo più diffuso tra chi negli anni settanta registrava i concerti dalla platea era il Philips K7 (mono e con livello automatico di registrazione). Pochissimi avevano apparecchi come il bellissimo Sony TCD5 (comunque nato nel '78 e padre putativo del più modesto ma comunque glorioso Walkman Professional) o i più o meno economici Uher e Marantz, per non dire i raffinati Nakamichi. Praticamente nessuno (se non la Rai) aveva un Nagra portatile a bobine, comunque inutile pure quello se eri a metà sala, con il suono che rimbombava, il vicino che si soffiava il naso, quelli davanti che chiacchieravano (meno di adesso ma c'erano anche allora) e il microfono/i nella borsa (o variamente coperti) per non farli notare...

domenica, 25 aprile, 2010

 
OpenID aldezabal said...

sì, ricordo il logo col teschietto giallo e tuttavia non mi sembra si possa paragonare a quello che succede oggi.
anche perché allora nessuno poteva venirti a cercare così facilmente come avviene oggi e dunque la cosa era accettata tranquillamente da tutti, case discografiche comprese che, allora come oggi, producono sia i dischi che gli strumenti per duplicarli.
poi, come ho già anche scritto sul blog, credo sia un problema solo di coloro, quei musicisti intendo, che stanno "nel mercato".
tutti gli altri, credo, sono ben contenti di essere ascoltati e scaricati e scambiati.
quanto ai concerti di cui abbiam parlato, beh, la mia delusione è stata anche nei riguardi della musica, almeno nel caso dell'Elfo - Art Bears.
Il che ha in qualche modo confermato il ricordo di una delusione anche di allora. La sensazione è che quel gruppo (e anche la sua reunion recente di Victoriaville registrata invece assai bene) funzionasse benissimo in studio e meno dal vivo.
Henry Cow al Lirico per contro è davvero inascoltabile e tuttavia musicalmente entusiasmante.

domenica, 25 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

E' vero: la campagna "home taping is killing music" fu nulla in confronto al polverone sollevato adesso. Dico polverone perché poi i processi e condanne di cui si sia saputo sono pochini.
Ed è verissimo che, allora come oggi, l'industria musicale produce sia i dischi sia gli strumenti per copiarli.
Non credo invece che le copie ilegali siano un problema solamente di quei musicisti che stanno "nel mercato". Vedi per esempio le posizioni di Chris Cutler () e Dave Stewart, che non nuotano certo nell'oro (per usare un eufemisimo) e anche per questo sono molto critici sull'argomento.
Il concerto degli Art Bears all'Elfo non mi deluse (forse perché partivo già dall'idea che fosse musica impossibile da suonare dal vivo), mentre la registrazione che circolava sì. Ed è vero che la reunion di Victoriaville è registrata bene; manca tuttavia di mordente (parlo della qualità audio) ma mi è comunque parsa abbastanza interessante da decidere di andare a sentirli a Cap'Découverte (Carmaux) il prossimo settembre.
Capisco anche la tua posizione sul leggendario concerto degli Henry Cow al Lirico ma temo che la musica che (non) si sente nell'inascoltabile registrazione possa entusiasmare solamente chi l'ascolta con l'orecchio della memoria. Ho anch'io almeno un paio di registrazioni così di concerti cui assistei e so come funzioni...
Ah, prima avevo dimenticato di dirti che concordo al 100% con quello che hai scritto sopra a proposito di Stratos.

domenica, 25 aprile, 2010

 
Anonymous ale said...

Caso mai vi foste domandati cosa diavolo fosse quel () dopo "Cutler", era un tentativo fallito di inserire un link a un suo intervento sul downloading illegale: sovrappensiero, avevo messo l'url tra i simboli matematici di minore e maggiore, come si fa nei forum yahoo. L'indirizzo è http://www.furious.com/perfect/indiedownloads.html (poi un giorno mi spiegherete come si fa a inserire veri link in questo blog).
Ciao

domenica, 25 aprile, 2010

 
Blogger Fabio said...

Allora, mi sembra che le questioni sollevate siano 3:

1) Se la rivoluzione fosse prossima, e se ci si credesse o si facesse finta e poi tutti a farsi le canne al Parco Ravizza e la rivoluzione la facciamo quando non fa cosi' caldo

2) Se Demetrio Stratos e gli Area meritino o meno la venerazione della quale sono stati e sono tuttora oggetto

3) Se il peer to peer sia pratica accettabile oppure no.

Fatemi esprimere le mie opinioni in proposito:

1) Non lo so, non c'ero. Quando voi andavate a sentire gli Area io facevo le elementari e, sul finire del fenomeno, le medie. Tutto quello che so sugli anni '70 nasce da testimonianze di chi c'era.

L'opinione che mi sono fatto e' che ci fossero tante persone che nel cambiamento credevano. Nella rivoluzione, forse, anche, ma meno. Chi ci credeva piu' degli altri si e' esposto in prima persona, probabilmente immaginando che le masse lo avrebbero seguito.

Questo, di fatto, non e' accaduto. A un certo punto, il vento e' cambiato, per tutta una serie di ragioni che qui e' difficile sintetizzare (personalmente credo che il lancio delle televisioni commerciali abbia avuto un ruolo chiave).

Ma c'e' stato un momento storico, quello del sorpasso del PCI sui voti della DC, nel quale la rivoluzione no, ma un deciso cambiamento di rotta sarebbe stato fattibile. Poi si e' tornati indietro. Oggi la contro-riforma e' proprio completa.

2) Qui si entra nel terreno delle valutazioni puramente soggettive. Io credo che gli Area siano riusciti a rendere digeribili le acrobazie vocali di Demetrio Stratos soprattutto grazie al messaggio collettivo portato avanti dal gruppo, e all'uso della lingua italiana, che tutti potevano comprendere immediatamente.

Si puo' discutere se gli esperimenti di Meredith Monk e Maja Ratkje siano piu' o meno innovativi, ma io credo che facendolo si manca il punto fondamentale. Credo che gli Area vadano presi nel loro complesso, senza scorporarne gli elementi e analizzandoli uno a uno.

Era l'insieme di musica, iconografia, messaggi, testi, presenza a funzionare (magari in funzione consolatoria per qualcuno, va bene).

3) Sul peer to peer mi sembra che non ci sia molto da discutere. Nel senso che oggi gli artisti hanno diversi canali per fare circolare la propria musica in rete. Un supporto fisico non e' piu' necessario.

Ora, io artista se voglio diffondere gratuitamente la mia musica lo posso fare: via streaming o attraverso Myspace per esempio.

Se non lo faccio, credo che il messaggio sia piuttosto univoco e chiaro: non mi fa piacere.

Poi sta alla valutazione individuale decidere cosa fare.

Io ho scelto di pagare per la musica e di non scaricare gratuitamente nulla. Lavoro, guadagno un salario e decido come spenderlo. Per me la musica e' importante e mi fa piacere fare la mia parte per promuoverla: comprandola, suonandola alla radio, parlandone qui a Engadina Calling.

Poi certo, ci possono essere le eccezioni che dite, ma io credo che si debba cercare di interpretare a volonta' dell'artista. Probabilmente, se un'artista non mette a disposizione un disco o concerto gratuitamente, non gli fa particolarmente piacere che circoli. Altrimenti li metterebbe in comune in rete: e' la cosa piu' facile del mondo.

lunedì, 26 aprile, 2010

 

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