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sabato 2 ottobre 2010

Eadweard Muybridge, Tate Britain

Fuori piove incessantemente da ore. Radio 3 sta passando la quarta sinfonia di Arvo Part (in un'esecuzione che non riconosco, sto aspettando che la disannuncino per capire di chi sia). Direi che l'atmosfera e' ideale per aggiornare Engadina Calling, che sto un po' trascurando in questi tempi: mi scuso con chi passa di qui e trova lo stesso post per parecchi giorni. Ma preferisco scrivere solo quando ho qualcosa da raccontarvi, e tempo per farlo con calma.

Obiettivo che Engadina Calling e Prospettive Musicali si propongono e' mettere in comune esperienze di bellezza, siano musiche, letture, film, mostre, luoghi. Ma per farlo credo sia necessaria una bella selezione a monte, e tempo per lasciare sedimentare le esperienze. Altrimenti si scrivono grandi stupidaggini, come quelle delle quali le prime annate di questo blog sono piene.

Stagione d'oro per le mostre questa fine del 2010 qui a Londra, e ancora una volta e' la Tate a fare le proposte piu' interessanti. Stamattina sono stato alla Tate Modern a vedere la molto completa restrospettiva su Gauguin che ha aperto mercoledi', ma voglio rivederla con calma di sera, quando la galleria e' decisamente piu' vuota e silenziosa.

Mi ha invece molto sorpreso la mostra che la Tate Britain sta dedicando a Eadweard Muybridge, tra i padri fondatori della fotografia. Non pensavo mi entusiasmasse cosi' tanto. Non certo per gli stranoti studi sulla locomozione, lo zoopraxiscope e tutto il periodo di Palo Alto, gia' molto visto.

Piuttosto per le prime sale, che presentano una serie di fotografie seppiate scattate in California e sulla costa Pacifica, e nel Parco di Yosemite. A me sono tornati alla mente, oltre ai miei viaggi da quelle parti, tutta una serie di suggestioni musicali: l'antologia della musica folk americana di Harry Smith prima di tutto. Naturalmente il collettivo di Laurel Canyon (Love, Buffalo Springfield, Byrds, Doors, Joni Mitchell e Graham Nash...). Ma poi anche un certo post-rock da camera, a tinte seppia, dai Rachel's ai Sonora Pine.

Se capitate alla mostra, e' probabile che come e' successo anche a me vi resteranno impressi per molto tempo i cieli di Muybridge che, e' stato osservato, ricordano quelli dipinti dal suo connazionale Turner.

Le ultime sale si possono volare via, ma quelle nelle quali vi soffermerete, vedrete, sono le prime quattro, comprese quelle dedicate all'America Centrale e alla vita urbana di San Francisco sul finire dell'ottocento.

Come sempre, complimenti alla Tate: non una delle loro mostre presenta il pericolo di banalita' e deja' vu. Qualunque sia il soggetto, ti fanno conoscere un periodo o una prospettiva che ancora non conoscevi.

(La mostra su Muybridge resta aperta fino al 16 gennaio. L'esecuzione della quarta sinfonia di Part, che ha accompagnato la scrittura di questo post, ha detto l'annunciatrice di Radio 3, era quella dell'orchestra nazionale della BBC del Galles e la potete ascoltare qui. Mi piace cosi' tanto che sto pensando di trasmetterne un movimento in apertura di Prospettive Musicali di domenica 10 ottobre. Hear and Now invece sabato prossimo e' dedicato a Arne Nordheim, e perderlo sarebbe imperdonabile).

9 Comments:

Blogger elena quella di londra said...

ho ascoltato una bellissima esecuzione di Part (tabula rasa) eseguita dalla London Symphonietta per il meltdown di morrissey.

Grazie per la segnalazione di Muybridge. Visto che piove mi chiuderò dentro il bookshop della Tate.

domenica, 03 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Tabula rasa e' secondo me tra le sue composizioni migliori, insieme al Cantus in memoriam Benjamin Britten.

Hai visto che quest'ultimo lo eseguiranno alla Cadogan Hall di Chelsea, Sabato 30?

http://www.cadoganhall.com/showpage.php?pid=1260

Ma come mai il tuo blog appare cancellato? Che e' successo?

domenica, 03 ottobre, 2010

 
Blogger elena said...

grazie dell'indicazione.

per il blog, è un modo radicale per ritrovare silenzio e intimità. poi, chissà che succederà?

lunedì, 04 ottobre, 2010

 
Blogger Michael Olivia said...

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lunedì, 04 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Si', mi sembra davvero radicale.

Tenere un blog, sono giunto alla conclusione che, almeno per me, e' uno strumento per scongiurare l'angoscia del vivere. Quello che gli psicologi chiamano oggetto transizionale, sul quale i bambini investono ritualmente per esorcizzare la separazione dalla madre... La copertina di Linus, in pratica.

Scrivo e per un po' non penso ai miei problemi. Metto in comune esperienze che mi hanno dato piacere, intellettuale o emotivo o entrambi. E questo mi illude di ricongiungermi con il mondo la' fuori.

Non e' cosi', ma a volte le illusioni aiutano.

Non credo riuscirei a separarmene tanto facilmente, e quindi vedo il tuo gesto come estremamente coraggioso.

Forse presuppone un cambiamento: forse lo anticipa, forse lo segue.

Forse, semplicemente l'investimento di tempo e energie che serve a tenere un blog vivo non porta da nessuna parte.

Se cosi' fosse, pero', vi prego, non ditemelo.

lunedì, 04 ottobre, 2010

 
Blogger elena said...

"A bird doesn't sing because it has an answer, it sings because it has a song." Maya Angelou

(and maybe because it has a voice?)

il blog era una canzone, forse, una voce, molte voci, ma anche un modo per dare struttura (berne?) al niente, alla noia, al dolore che la noia si porta insieme. banalmente, lo so, ma chi non si annoia? chi non si perde nella sua testa?

adesso non ce l'ho più la canzone perché ho messo la voce a servizio di una risposta, di una domanda, l'ho fatta diventare la canzone del pakistano che vende le rose. Mi si è rivoltata contro.

Ho anticipato l'abbandono? Niente transizione? Da mille a zero in un attimo?

Allora adesso sono silenziosa perché non posso cantare così. Posso scrivere solo quando so che non serve a niente. Se ha un fine, potrebbe non essere all'altezza di quel fine e allora hai voglia a perderti in delizie psicanalitiche!

lunedì, 04 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

Capisco quello che dici, anche se ti confesso che la noia non so davvero cosa sia. Nella vita ho provato tante sensazioni negative, ansia (quotidianamente), paure (tutte), senso di spaesamento, isolamento, desiderio di essere altrove...

Dinne una e l'ho provata.

La noia no, al punto che spesso mi sono domandato se le persone che hanno a che fare con me si annoiano, se io con i miei "discorsi seri e inopportuni" genero noia. Ne ho concluso che e' assai probabile, e ora cerco di limitarli il piu' possibile se non conosco bene chi ho davanti.

Se casomai inizio a percepirla, la noia, prendo un libro, metto un disco, esco, e passa subito.

Quindi no, per me il blog non ha a che fare con la noia. Ha a che fare con il piacere di condividere, di mettere in comune. Stessa cosa per il programma alla radio che faccio.

E' un modo per comunicare, uno dei tanti.

Ho provato anche con i social network, ma non sono adatti a me. Entrare in Facebook mi sembra come entrare in un locale affollato nel quale parlano tutti insieme. Tutto e' per ridere, o per contestare, ma la riflessione e' del tutto assente.

Me ne sono andato, tornato nella mia Engadina.

Sempre piu' silenziosa, con sempre meno lettori (ogni anno si dimezzano), sempre piu' solitaria, ma in un certo senso sempre piu' mia.

E mi fa piacere che tu sia passata di qui a condividere i tuoi pensieri, per i quali ti ringrazio.

Pero' non sono sicuro che si possa scrivere solo quando non serve a niente, come sostieni. Anzi, credo molto nel valore della scrittura: vorrei sapere scrivere molto meglio (e fotografare molto meglio, che e' un po' la stessa cosa), perche' per me scambiare opinioni e' molto piacevole, e la scrittura e la fotografia hanno un potere immenso, potenzialita' infinite.

martedì, 05 ottobre, 2010

 
Blogger elena said...

facciamo che per noia intendo assenza di struttura? non noia nel senso "che noia che barba e adesso cosa faccio".

e facciamo che per "liberare la scrittura da fini" intendo non strumentalizzarla.
Io non dico che scrivere non serve a niente ma per scrivere, io ho bisogno di non strumentalizzare la scrittura a un fine. Il gesto deve essere libero, pensiero che si fissa per un momento. Liberarsi di un pensiero, fissandolo.

Poi figurati, ognuno fa quello che vuole di quello che scrivo. Ma non lo prevedo né lo pre-metto.

Mo' però fai un altro post che se continuo a commentare qui, i lettori te li bruci tutti!

martedì, 05 ottobre, 2010

 
Blogger Fabio said...

No, perche' un nuovo post? Che bisogno c'e'?

A me piace da pazzi quando i post prendono una direzione propria, incontrollabile da me che li ho scritti, e diventano uno scambio. I commenti diventano la parte principale del post, quella che da' sostanza, e ha poca importanza se diventa uno scambio collettivo o tra due persone.

Se ci pensi e' un liberare la scrittura da fini come dici tu: meno strumentale e strumentalizzata di cosi', la scrittura non potrebbe essere.

E poi il discorso che fai e' interessante.

A me sembrava proprio che il tuo blog fosse questa cosa che dici, liberarsi di un pensiero fissandolo. Che fosse molto libero, pieno di vita vera.
Mi e' sembrato che la mancanza di struttura (di quello che scrivevi, della tua vita, ecc.) fosse un pregio, e non un difetto. Che scrivessi soprattutto per te, qualita' rara.

Mi riflettevo in molte delle cose che hai scritto, senza peraltro avere il coraggio di scriverle io stesso, e nemmeno commentarle. Un po' come quando leggi, non so, i testi di PJ Harvey e Cat Power: sono cosi' personali che cosa vuoi commentare? Leggi e pensi.

Quindi un po' mi manca, anche se lo avevo appena scoperto: soprattutto perche' mi ero ripromesso di leggere gli arretrati. Pero' capisco. Mi domando solo come si trova un lettore che ti leggeva tutti i giorni.

Come andare in edicola, chiedere Repubblica e sentirti dire che non esce piu', da un giorno all'altro. Uno ci rimane male.

martedì, 05 ottobre, 2010

 

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