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Osservazioni e ascolti

lunedì 27 settembre 2010

Metropolis (Fritz Lang, 1927)

Avrete letto che quest'anno e' stata pubblicata una nuova versione di Metropolis, a seguito del ritrovamento, un paio d'anni fa in un magazzino di Buenos Aires, di 25 minuti che erano stati tagliati dopo la prima berlinese del 1927, e si pensavano perduti per sempre.

Qui a Londra, questa versione integrale di circa due ore e mezza, la stanno proiettando in questi giorni all'Istituto di Arti Contemporanee (fino a giovedi'), e sarebbe stato un delitto farsela sfuggire. A me serviva proprio un ripasso, avendo visto il capolavoro di Lang solo una volta e qualcosa come una ventina di anni fa.

Metropolis racconta il presente. Ovviamente enfatizzandolo distopicamente, come accade spesso nei film e nei libri di fantascienza. Ma, se ci pensate, le caratteristiche principali della realta' nella quale viviamo non sono troppo diverse da quelle della megalopoli futurista descritta dal regista tedesco: la separazione fisica tra classi sociali (che e' oggi quella tra Nord e Sud del mondo), e la dipendenza degli uomini dalle macchine, che ne diventano estensioni, caratterizzano in modo fondante lo spazio sociale nel quale si stanno svolgendo la vostra e la mia esistenza.

Lang, intervistato da Peter Bogdanovich sul finire degli anni '60, ebbe a dichiarare: I was not so politically minded in those days as I am now. You cannot make a social-conscious picture in which you say that the intermediary between the hand and the brain is the heart. I mean, that's a fairy tale — definitely.

E infatti il finale del film, con la ricomposizione della lotta di classe grazie all'intervento del mediatore illuminato, non convince proprio. Non e' vero, nella realta', che il mediatore tra le mani e il cervello e' il cuore. Thea von Harbou, moglie di Lang, alla quale si deve la semplicistica conclusione, sarebbe diventata di li' a poco un'ardente sostenitrice di Hitler: sai che mediatore...

Ma tutto il resto, dalla scoperta del mondo sotterraneo da parte del privilegiato Freder, e dal suo desiderio di fare esperienza diretta della dimensione alienante del lavoro alla catena di montaggio, fino allo scoppio della luddista sollevazione di massa, e' realizzato con una tale cura dei dettagli simbolici (addirittura la crocifissione di Freder alla macchina...), da lasciare estasiati.

Impossibile chiudere il post senza un riferimento alla fascinosa Brigitte Helm e alla sua capacita' di interpretare due ruoli antitetici con la stessa, magistrale, espressivita'.

E uno alla wagneriana colonna sonora, che enfatizza la forza drammatica delle scene d'azione del film.

Un film essenziale alla comprensione del mondo nel quale siamo capitati, e delle sue regole non immutabili.

domenica 26 settembre 2010

Larry Polansky, The world's longest melody (New World, 2010)

Credo che il fascino che la musica colta americana (da John Cage a Christian Wolff, passando per Morton Feldman e Lou Harrison) esercita su noi europei, dipenda molto dalla sua apertura e inclusivita': una naturale capacita' di combinare esperienze accademiche europee con elementi di musiche popolari quali jazz, rock e musiche del mondo (raga, gamelan...).

E' uno scambio abbastanza alla pari, se pensate che il migliore rock americano, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, ha ricambiato il favore, incorporando in modo piuttosto evidente riferimenti all'avanguardia colta. Come ebbe a dire una volta Igor Stravinsky, Whatever interests me, whatever I love, I wish to make my own. Mi sembra un atteggiamento positivamente aperto e curioso.

Allievo di Wolff (del quale ha rilevato la cattedra al Dartmouth College) e Harrison, Larry Polansky, sembra aver fatto propria questa filosofia. L'ottima New World di New York ha da poco pubblicato un volume antologico che comprende sue composizioni scritte tra il 1978 e il 2009, decisamente eclettiche e difficili da categorizzare.

Il disco si apre con quella che e' probabilmente la composizione piu' famosa (si fa per dire, naturalmente) di Polansky, l'indefinibile Ensembles of note, dalle infinite possibilita' interpretative.

Si tratta di una melodia che puo' essere eseguita da un numero imprecisato di strumenti (sul disco, da un quartetto di fiati, un quartetto di chitarre e un percussionista) e che si costruisce poco a poco, con un procedimento che implica che ogni musicista ricordi le note suonate prima del suo turno, le ripeta e ne aggiunga una.

Col passare dei minuti le parti suonate da ogni strumento si stratificano a formare una traccia che mi ha ricordato sia My life in the bush of ghosts che i Sonic Youth di Sister e EVOL ma con Bill Laswell al basso (o i Material con Thurston Moore alla chitarra, se preferite).

Come Christian Wolff, Polansky e' un compositore apertamente politico, che da' valore all'indipendenza dei musicisti dal compositore: suggerisce algoritmi da interpretare anziche' dare indicazioni da seguire alla lettera.

E in alcune tracce introduce elementi casuali che riportano a Cage e Feldman, come l'extended tuning: mentre un chitarrista suona, un assistente modifica l'accordatura, a caso. Il senso e' quello di liberare lo strumento da qualsiasi costrizione, enfatizzando un'idea di liberta' che e' anche filosofica ed extra-musicale.

In tutto questo non si perde mai pero' un senso melodico e una istintiva piacevolezza che sono cosa rara, in queste proporzioni, in un compositore contemporaneo. Le tracce della seconda parte del volume sono per lo piu' silenziose meditazioni che accostano alle chitarre un'arpa e lasciano spazio alla risonanza (in modo non tanto diverso dalle composizioni della tedesca Eva-Maria Houben, che vi ho trasmesso qualche settimana fa a Prospettive Musicali).

E non manca un brano cantato. Si tratta di un canto operaio, che commemora l'incendio di una fabbrica di camicie a New York, nel 1911, nel quale persero la vita quasi 150 operaie: le uscite e le scale di sicurezza erano state chiuse per impedire che le lavoratrici si concedessero una piccola pausa durante i loro massacranti turni.

A ricordarci che solo la socializzazione globale dei mezzi di produzione potra' consentire la fine di quella catena di sfruttamento dei componenti piu' deboli della societa', che con la sua musica Polansky contribuisce a denunciare e, generando consapevolezza, superare.

martedì 21 settembre 2010

Il gattopardo (Luchino Visconti, 1963)

Davvero meritevole di attenzione la rassegna che il British Film Institute sta dedicando alle colonne sonore di Nino Rota, con proiezione dei capolavori di Fellini e Visconti.

Uno dei miei film preferiti di tutti i tempi, Il gattopardo, viene proiettato giornalmente da quasi un mese, e quasi tutte le sere fa sold out. Domenica, quando mi sono deciso a rivederlo, ho dovuto fare una coda di mezz'ora per attendere un return.

Chissa' se nei licei fanno ancora leggere il bel classico di Tomasi di Lampedusa, e se proiettano ancora il film, come capitava quando eravamo studenti noi. E' probabile che con l'aria che tira venga considerato troppo progressista.

Peraltro pensavo, subito dopo averlo rivisto, a quante cose meravigliose si imparavano nelle ore di filosofia, lettere, storia dell'arte, in un'eta' nella quale non avevamo ancora la maturita' per comprenderle e gustarle, e finivamo per studiarle un po' controvoglia in vista dell'interrogazione. Qualcosa deve essere rimasto pero', se oggi, a quasi trent'anni di distanza, quelle cose abbiamo voglia di recuperarle e approfondirle, e siamo costretti a riconoscere che hanno lasciato una traccia indelebile di bellezza.

Il gattopardo e' di una preveggenza, e quindi di una attualita', sconcertanti. A un certo punto, al termine del colloquio con un messo di casa Savoia che gli offre un posto nel nuovo Senato italiano, il principe afferma:

Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli ...; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene.

Quanto questa previsione si e' realizzata, credo sia evidente a tutti.

L'edizione che ho visto e' quella da poco restaurata, di una bellezza fotografica e cromatica impossibile da descrivere. Sembra girato ieri. Il gattopardo, peraltro, e' un film che non appartiene a nessun periodo della storia cinematografica italiana. In quegli stessi anni, Pasolini girava Accattone, Antonioni L'eclisse, Fellini 8 1/2. Sperimentavano, innovavano.

Visconti per contrasto se ne usci' con un film che sarebbe potuto arrivare dall'Ottocento, se solo fossero esistite macchine da presa e pellicola in quel secolo. Totalmente anacronistico, e forse per questo un classico che non e' mai invecchiato.

La malinconia del film, il senso progressivo di perdita ineluttabile e nostalgia sostanzialmente inutile, mi sono arrivati addosso intatti. La interminabile scena del ballo, e l'esplorazione del palazzo di Villafugata, mi erano rimaste dentro l'anima, e rivederle ha solo sollevato un sottile strato di polvere e ha permesso alle emozioni di fluire liberamente.

La musica di Rota e' stato come ascoltarla per la prima volta: meravigliosamente sopra le righe dall'inizio alla fine. Emozionante negli impetuosi riferimenti bandistici che accompagnano l'arrivo dei Garibaldini, romantica e commovente quando sottolinea la consonanza amorosa di Tancredi e Angelica.

Mi e' venuta nostalgia di tante cose, ho dovuto ricacciare giu' un senso di magone, ma ho anche sentito forte una appartenenza culturale che chiama alla lotta contro gli sciacalletti e le iene, i don Calogero al potere.

Un film che tra cent'anni sara' ancora attuale, e un libro da rileggere per comprendere questi strani giorni.

[Al British Film Institute fino al 29 settembre].

giovedì 16 settembre 2010

Islaja, Keraaminen paa (Fonal, 2010)

E a proposito di Cafe Oto, ieri sera ci ha suonato Islaja, concerto che ho purtroppo perso.

Mi consolo ascoltando il suo quarto album, uscito questa settimana su Fonal, che mi piace molto. Ci ritrovo tante cose diverse, ma in qualche modo collegate dalla comune origine nordica: le ritmiche improbabili dei primi Mum, la Bjork astratta e chiaroscurale di Vespertine, la grazia di Susanna Wallumrod, la complessita' delle produzioni Rune Grammofon.

E altre memorie. Lo spirito gotico di This Mortal Coil e Dead Can Dance. Il gusto per le giustapposizioni anti-melodiche degli Animal Collective, per l'occasione immersi in liquido amniotico. L'irriconoscibile folk dei Tunng sfigurato attraverso i circuiti di un vecchio calcolatore IBM. Una versione subacquea della collaborazione dell'anno scorso tra Broadcast e Focus Group. L'oriente futurista cantato da Tujiko Noriko, trasferito in Finlandia.

E' un ascolto non immediato, che richiede pazienza e tempo, la lettura delle liriche tradotte, la disponibilita' a entrare nel fascinoso mondo onirico appena accennato da queste torch songs sbilenche cantate in una lingua strana che sembra arrivare da un pianeta parallelo.

[La sua performance di ieri era inserita in una stagione di concerti organizzata dal Barbican, dedicata alla musica devozionale, sacra o in qualche modo evocativa di stati di trascendenza, che prosegue fino a domenica].

mercoledì 15 settembre 2010

Kath Bloom, Cafe Oto

E' una serata gia' un po' autunnale qui a Londra. Quale atmosfera migliore per andare a recuperare i malinconici dischi incisi da Kath Bloom insieme a Loren Connors a cavallo tra anni '70 e '80.

Kath Bloom che ho visto qualche sera fa al Cafe Oto di Dalston, in quello che e' stato un concerto che mi e' davvero rimasto nel cuore. Sapete quando tutto vi appare perfetto.

Il locale: il Cafe Oto e' un piccolo caffe' ubicato in una stradina di quartiere, piacevolmente lontano dal centro citta' chiassoso (e comunque per me molto comodo: da Clerkenwell passano ben due autobus che mi portano a Dalston in un quarto d'ora). Il piccolo palco e' illuminato da luci calde e soffuse, e circondato da seggioline che puoi spostare dove preferisci sederti.

Il pubblico: colto, competente, silenzioso, concentrato, in leggera prevalenza femminile, un po' tutto tra i 30 e i 40. In numero giusto per la dimensione del caffe'.

Il gruppo di supporto: i giovani newyorkesi (fratello e sorella) This Frontier Needs Heroes, interpreti di un folk - americana sospeso da qualche parte tra Bob Dylan e Joni Mitchell. Intensi musicalmente, ma freschi e simpatici nei loro coinvolgenti raccontini tra un brano e l'altro. Molto migliori dal vivo che su disco, tra l'altro.

La musica suonata mentre Kath Bloom si preparava a salire sul palco: l'album Bless the weather di John Martyn, suonato quasi integralmente).

E poi naturalmente lei: leggenda di un folk crepuscolare, sincero e fragile fino alle sue estreme conseguenze. Poverissimo, come quello che suonava Dylan nel Village. Ascolto essenziale per la formazione compositiva delle nostre folk-singers preferite di adesso (Josephine Foster, Alela Diane, Joanna Newsom, Meg Baird...) ma non solo: anche di Bill Callahan, Mark Kozelek, Devendra Banhart.

Fuori dal tempo, eppure fondamentale per affrontare il nostro, di tempo, e ristabilire priorita'. Di sconcertante naturalita' Kath Bloom, con la chitarra a tracolla, che su di lei sembra enorme, l'armonica appesa al collo, e quella voce che sempra sempre sul punto di andare in mille pezzi.

Le sue canzoni sanno evocare nostalgia di luoghi e tempi: alcuni dei quali mai visitati ne' vissuti, ma profondamente vivi dentro di noi.

Un po' brusco il risveglio, purtroppo. Aspetto l'autobus con impazienza, tra la folla schiamazzante che passa in grandi gruppi davanti alla stazione dell'overground. Il sabato sera e' in pieno svolgimento, e mi accorgo che vorrei essere lontanissimo, in tempo e geografia.

domenica 12 settembre 2010

Arvo Part, Symphony no. 4 (ECM New Series, 2010)

Proprio ieri il mio compositore contemporaneo preferito ha compiuto 75 anni.

Per festeggiarlo, ECM New Series, che di Part ha in catalogo alcune delle migliori esecuzioni incluso il magnifico Tabula rasa che inauguro' l'intera serie nuova, ha appena pubblicato la prima esecuzione della sua quarta sinfonia, dedicata agli angeli.

Si tratta del primo lavoro sinfonico del compositore estone da quasi quarant'anni, ed e' di una bellezza da togliere il fiato. Vi dico solo che ascoltandolo non puo' non tornare alla mente quella che considero una delle sequenze cinematografiche piu' originali ed emozionanti di tutti i tempi, il piano sequenza della biblioteca in Il cielo sopra Berlino di Wenders.

L'esecuzione dell'orchestra filarmonica di Los Angeles, realizzata presso la magnifica Walt Disney Concert Hall disegnata da Frank Gehry, esalta i chiaroscuri drammatici dell'opera. Davvero emozionante in un modo che non posso nemmeno tentare di descrivere e' il terzo movimento, quello conclusivo: inizia come un adagio e si evolve con ritmiche dissonanze di archi che evocano onde e venti.

Come se tutto questo gia' non bastasse, il disco si conclude con frammenti del Kanon Pokajanen, composto nel 1997 e gia' pubblicato in versione integrale sempre da ECM New Series, eseguiti dal coro da camera dell'orchestra filarmonica estone (tra i massimi esecutori del repertorio corale di Part).

La musica di Part ha la capacita' di farci comprendere con immediatezza che la profondita' della ricerca spirituale e' del tutto inscindibile dall'essenza armonica della natura.

E' la bellezza di lavori come questo a rendere la vita un percorso emozionante di scoperta. Un ascolto fondamentale, e uno dei dischi piu' belli ascoltati quest'anno.

Auguri allora maestro, e un immenso grazie, di cuore.

[Segnalo ai lettori di Engadina Calling che hanno la fortuna di vivere non tanto lontano da Torino il programma di questo ciclo di incontri: mi piacerebbe molto prendervi parte].

mercoledì 8 settembre 2010

Copia conforme (Abbas Kiarostami, 2010)

Con Copia conforme, visto ieri sera al Barbican, Abbas Kiarostami si lascia almeno temporaneamente alle spalle (mi verrebbe da aggiungere: finalmente) la sua fase piu' videoartistica e sperimentale (Five, Ten, Shirin) e ritorna alla narrazione.

Una narrazione decontestualizzata, che quindi lascia parecchi gradi di liberta' a letture soggettive. Soprattutto, un gioco di rimandi lasciati volutamente sospesi, giocati sul tema della realta' e del verosimile, dell'originale e della copia. Della vita e della ripetizione dei suoi lati conflittuali, per cercare di interpretarli e risolverli (una dinamica che, peraltro, ricorda parecchio la compulsione alla ripetizione del trauma della quale parlava Sigmund Freud).

Il rapporto tra i due protagonisti, uno scrittore inglese e una gallerista francese, resta indeterminato. Io l'ho interpretato come la disponibilita' (o la necessita' se preferite) da parte di entrambi di rivivere insieme, in un gioco di ruolo che diventa sempre piu' credibile, le dinamiche dolorose di un passato rapporto sentimentale naufragato, con l'intento di superarlo.

L'archiettura del film peraltro mi ha molto ricordato quella di Prima del tramonto di Linklater. Come in quella pellicola, i protagonisti si (ri-?)incontrano in occasione della presentazione di un libro, e anche il finale (che non vi racconto) e' praticamente identico (anche qui: con un po' di interpretazione personale, che si rende in questo caso necessaria).

Solo che invece che a Parigi, siamo in Toscana, e invece di rivivere un incontro giovanile i protagonisti ripetono le fasi di un fallimento sentimentale (differenze non da poco, in effetti...). Quello che mi ha colpito e', ci pensavo ieri sera dopo il film, che in entrambi i casi, paradossalmente, e' necessaria una forte chimica...

Brava come sempre Juliette Binoche, soprattutto nella scena del ristorante (dove invece William Shimell non mi e' sembrato all'altezza... o forse il suo improvviso cambiamento di registro e' voluto e sta a significare che l'amore puo' terminare assai improvvisamente?), nella quale replica il suo bisogno di essere notata e apprezzata come donna da chi invece, sotto questo aspetto, ha imparato nel tempo a ignorarla.

Mi ha riportato alla mente racconti che mi sono stati recentemente confidati, e mi ha aiutato a comprenderli. Un film solo apparentemente semplice, che sotto alla elegante superficie pone domande tutt'altro che aridamente intellettuali. Da vedere assolutamente non doppiato, perche' il cambiamento continuo di lingua (italiano, francese, inglese) contribuisce ad aggiungere complessita' e contemporaneamente a interpretarla.

lunedì 6 settembre 2010

Sweet crude (Sandy Cioffi, 2009)

Piu' che del film, questa volta, vorrei parlarvi dell'esperienza di partecipare a una proiezione come questa, parte dell'ottimo festival intitolato I will tell.

I will tell e' un'esperienza comunitaria e un forum di discussione politica, prima ancora che un festival cinematografico. Ed e' una straordinaria esperienza di autogestione, messa in piedi da un piccolo collettivo di studentesse di scienze politiche, tutte di colore, di Brixton.

I film vengono proiettati in luoghi comunitari. Sweet crude, per esempio, l'hanno dato nella saletta del consiglio comunale di Lambeth, nel cuore pulsante di Brixton. Il prezzo e' popolare, 5 sterline, e comprende un'accoglienza da re, con succo di frutta e biscotti.

E dopo il film, segue il dibattito, molto rilassato, al quale tutti sono invitati a partecipare. Non a caso, chi modera sollecita commenti, anziche' domande. Io ho un debole speciale per questo genere di esperienze, lo sapete. Il cinema e' questo, per me. L'esperienza raggelante del multisala, e quella solipsista dei DVD visti nella televisione, o ancor peggio nel computer, proprio non fanno per me.

Sweet crude e' un bel documentario militante che racconta i danni continui perpetrati dalla Shell e dalla Chevron nella regione del delta del Niger. L'attenzione alla salvaguardia ambientale e' inesistente, e nulla viene restituito alla comunita': che vive senza elettricita', assistenza sanitaria, scuole, nonostante tutte le ricchezze naturali della regione, tra le piu' ricche di giacimenti petroliferi del mondo.

Non e' un film particolarmente spettacolare, ma consente agli abitanti della regione di far sentire la propria voce, e a noi di conoscere le loro condizioni di vita. E ancora una volta fa luce sui danni ambientali e umani della scellerata cultura del petrolio nella quale viviamo.

Decisamente interessante anche il dibattito, moderato da un simpatico reverendo e da due attivisti per i diritti umani, tutti nigeriani.

Inutile, forse, sottolineare che la proiezione ha suscitato solo l'interesse della comunita' africana. In tutto ho contato, oltre a me, solo altri due bianchi (uno dei quali in compagnia della fidanzata di colore).

Dopo il film mi sono fermato a parlare con le simpatiche e molto variopinte organizzatrici. Che entusiasmo il loro, di quelli che scaldano il cuore. E con quanta gentilezza e, mi verrebbe da dire, spirito di fratellanza, mi hanno invitato alla loro festa di chiusura del festival, che si terra' giovedi' prossimo.

We hope to see you again soon Fabio, mi salutano con cordialita'. Esco dal decadente palazzo, e mentre cammino verso la metropolitana fendendo una folla chiassosa di ubriachi, junkies e spacciatori, mi rendo conto di avere fatto un'esperienza proprio bella, e che sotto la Londra mainstream, consumista e insignificante, ne esiste un'altra, viva e pulsante, fatta di vibrante, affettuosa e calda umanita'.

[Un po' di risorse che possono risultare utili: i siti delle campagne per il boicottaggio della Shell, della Chevron/ Texaco, della Esso e della BP].

venerdì 3 settembre 2010

Anat Fort Trio, And if (ECM, 2010)

Attendevo con trepidazione il disco di Anat Fort con la sua nuova formazione, e dopo solo pochi ascolti mi ha gia' conquistato.

Dopo il suo esordio, che vedeva alla batteria niente meno che il veterano Paul Motian, la pianista israeliana ha scelto di farsi accompagnare in questo nuovo lavoro da una sezione ritmica di musicisti giovani, il newyorkese Gary Wang al contrabbasso e il tedesco Roland Schneider alla batteria.

Il risultato e' un disco che mi ricorda molto il capolavoro, purtroppo sconosciuto, del trio di un'altra giovane pianista, Eri Yamamoto, intitolato Redwoods (pubblicato un paio di anni fa dalla Aum Fidelity di William Parker, e che vi invito vivamente a riascoltare o recuperare).

Come Eri Yamamoto, anche Anat Fort sembra prendere le mosse dai lavori classici del primo trio di Keith Jarrett (quello con Charlie Haden e Paul Motian), da Bill Evans e da Paul Bley, interpretando pero' quel riconoscibilissimo suono con una sensibilita' tutta femminile.

And if e' un lavoro crepuscolare, malinconico, nordico, di luci autunnali. Astratto come tutti i migliori lavori prodotti da Manfred Eicher, impalpabile come le nuvole citate nel titolo della seconda traccia. Decisamente minimale: i musicisti non suonano una nota piu' del necessario a delineare le loro mutevoli armonie e dispari ritmiche.

Il risultato e' musica morbida e gentile, di elegante e naturale grazia, molto evocativa, riflessiva, meditativa. Quasi accennata, suggerita, implicita.

Musica da camera che prepara ai caldi colori dell'autunno, che questa sera si sente gia' un po'.

Questo e' un frammento di un concerto tenuto recentemente ad Amburgo.

mercoledì 1 settembre 2010

Cecile Guerard, Piccola filosofia del mare (Guanda, 2010)

Qualche giorno fa, in quella ricorrente meta dei miei ritorni milanesi che e' la libreria Cortina, mi sono imbattuto in questo agile volume dalla copertina semplice ed emozionante. Leggerlo e' stata una scoperta, di quelle che risuonano di esperienza e riflessione, di vita e contemplazione, di presente e di ricordi vivissimi.

Sempre, il mare ci sa offrire una prospettiva diversa sulle cose dell'esistenza, ci riconcilia con lo scorrere del tempo, scombina e poi magicamente riporta armonia. Specie quando lo raggiungi dopo una bella passeggiata, lo contempli da distanza e poi lo senti avvicinare, nel silenzio interrotto solo dai tuoi passi. Lo osservi, ne fotografi i colori, cerchi un dialogo rispettoso, e poi lasci che ti consenta di diventarne parte.

Il libretto di Cecile Guerard (filosofa, scrittrice, pittrice e blogger francese) e' una gioia: un breve trattato filosofico che si legge come una poesia. Leggero come una brezza estiva, evoca Debussy e Satie, Delacroix e Courbet, Turner e Sisley, ci fa riflettere su quanti tipi di blu compongono la superficie e le profondita' del mare.

Parla di realizzare la nostra natura in accordo con la Natura, ci invita a sostituire il fracasso che tutto divora con l'ascolto dello sciabordio delle onde che tutto accarezza con grazia. E sottolinea il carattere sovversivo della contemplazione, che crea fratture di liberta' da percorsi obbligati e innaturali.

Ci invita al rispetto di quel Tutto del quale siamo parte. E a conservare dentro di noi le sensazioni libere e felici che proviamo di fronte a un bel tramonto sul mare, anche quando quei colori vivi e caldi sembrano lontanissimi.