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giovedì 31 marzo 2011

Kazuo Ishiguro, Notturni (Einaudi, 2009)

Per consolarmi del fatto di non essere ancora riuscito a vedere al cinema Never let me go, durante il mio ultimo ritorno in Italia ho comperato e letto questa raccolta di racconti di Ishiguro, sottotitolata Cinque storie di musica e crepuscolo, trovandola solo in parte riuscita.

Direi che tre racconti sono piuttosto buoni, e due abbastanza trascurabili. Almeno per i miei gusti di lettore. Quelli che mi sono piaciuti sono il primo, il terzo e l'ultimo.

Il primo, intitolato Crooner, racconta, la malinconica storia di un cantante decaduto, che cerca di salvare il proprio matrimonio che volge al tramonto, esattamente come la sua carriera.

Il terzo, intitolato Malvern Hills, e' un'altrettanto crepuscolare storia di una crisi coniugale, ambientata su colline alle quali sono molto legato (molti anni fa frequentai una scuola proprio nelle Malvern Hills, e sto pensando di tornare da quelle parti quest'estate, anche per rivisitare l'abazia di Worcester dopo tutto questo tempo).

Il quinto, che e' forse il piu' toccante, intitolato Violoncellisti, racconta l'amore platonico tra un violoncellista dell'Est Europa e una ricca signora americana, che si finge musicista virtuosa per uscire dalla sua solitudine. Bello il finale, del quale ovviamente non vi dico nulla.

Quelli meno interessanti, il secondo e il quarto, sono anche i piu' surreali, fino al punto di risultare completamente incredibili, mettendo in discussione la qualita' complessiva di questa raccolta a fasi alterne.

Questo trailer animato del libro ha una musica che mi piace molto, malinconica proprio come l'atmosfera della raccolta (anche se non ho la piu' pallida idea di chi l'abbia composta e la suoni).

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martedì 29 marzo 2011

Radiohead, OK computer (Parlophone, 1997)

The king of limbs mi ha fatto tornare il desiderio di riascoltare l'incubo orwelliano OK computer, un lavoro cosi' visionario che sembra ancora oggi, a quattordici anni dalla sua pubblicazione, arrivare dal futuro, come succede con i racconti di Ballard, i cut-ups di Burroughs, la macchina dei sogni di Gysin.

OK computer non e' il disco dei Radiohead che preferisco, non possiede la genialita' in stile libero di Kid A e Amnesiac ad esempio. Della generazione di quei dischi e' pero' pre-condizione necessaria, per la sua capacita' di condensare il passato della musica inglese (unendo finalmente complessita' prog e minimalismo post-punk, lampi Pink Floyd e oscurita' Joy Division) e prefigurarne un futuro possibile.

OK computer nasce nel bel mezzo di una stagione di autocmpiacimento stagnazione della musica britannica, e quella stagione supera di slancio, mettendone in discussione le auto-celebratorie premesse.

Per realizzare OK computer, i Radiohead compirono una complessa operazione fatta di estremo isolamento (fu registrato in una vecchia casa nella campagna inglese, con pochi contatti con l'esterno, in un'atmosfera di ricerca interiore) e contemporaneamente di immersione totale nelle contraddizioni del mondo (del quale denunciano conservatorismo valoriale e politico, accettazione e conformismo, claustrofobia e incapacita' di reagire per imprimere trasformazioni).

Il suono e' magniloquente, pinkfloydiano, eppure ritmicamente futuribile: chitarristico ma di chitarre che si fanno liquide, immateriali, inafferrabili.

Si possono citare le singole canzoni che lo compongono, il viaggio intestellare progressivo di Paranoid android, la poesia esangue di Exit music (for a film), l'invocazione che compie cerchi concentrici Karma police, le ballate piu' tradizionali eppure in qualche modo spettrali No surprises e The tourist.

Ma ha poco senso perche' OK computer e' un disco da ascoltare, possibilmente concentrati e leggendosi le splendide liriche, tutto d'un fiato, come fosse un concept album di altri tempi. L'agilita' ritmica e l'obliquita' melodica di The king of limbs erano gia' tutte, in nuce, presenti in questi solchi che immaginarono il futuro della musica britannica ed ebbero il coraggio di generare un'onda ancora oggi capace di stupire e sedurre.

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domenica 20 marzo 2011

Prospettive Musicali del 20 marzo 2011

Puntata monografica questa notte. Ascolteremo musiche dal Nord Europa, tratte da dischi pubblicati dalla ECM negli ultimi tre anni:

1) NILS OKLAND
Pas de deux
da Monograph
(ECM, 2009)

2) KETIL BJORNSTAD/ SVANTE HENRYSON
Visitor
da Night song
(ECM, 2011)

3) TRYGVE SEIM/ ANDREAS UTNEM
Responsorium
Purcor - songs for saxophone and piano
(ECM, 2010)

4) IRO HAARLA QUINTET
A port on a distant shore
da Vespers
(ECM, 2011)

5) NILS OKLAND
Horisont
da Monograph
(ECM, 2009)

6) MARKKU OUNASKARI/ SAMULI MIKKONEN/ PER JORGENSEN
Pitka pajo
da Kuàra
(ECM, 2010)

7) GIDON KREMER/ KREMERATA BALTICA
Piano quintet in f minor for piano, two violins, viola and violoncello molto moderato quasi lento. Allegro
da Hymns and prayers
(ECM New Series, 2010).

Ascolta.

[Prospettive Musicali va in onda la domenica alle 22.35 su Radio Popolare, FM 107.6.

Domenica 27 marzo il programma non andra' in onda. Prospettive Musicali tornera' domenica 3 aprile].

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mercoledì 16 marzo 2011

Trio Mediaeval, A Worcester ladymass (ECM New Series, 2011)

Stasera ho iniziato a scrivermi qualche idea per la musica che trasmettero' a Prospettive Musicali domenica prossima (come sempre alle 22.35, su Radio Popolare). E' molto probabile che sara' un programma monografico, dedicato ai volumi di musiche nordiche che sono stati per me la naturale colonna sonora di quest'inverno.

L'ultimo disco di musica nordica che e' entrato nel soggiorno dal quale sto scrivendo e' questa messa dedicata a Maria, madre di Gesu', interpretata da un trio di Oslo che ben conoscono gli ascoltatori di Prospettive Musicali e i lettori di Engadina Calling (anche perche' componenti del Trio Mediaeval compaiono su due dischi che ho amato molto: Diminuito di Rolf Lislevand e Cartography di Arve Henriksen).

Si tratta di una messa basata su manoscritti del XIII e XIV secolo ritrovati nell'abazia benedettina di Worcester, nei West Midlands (che vi consiglio di visitare se siete da queste parti, perche' e' davvero bellissima), completati nelle parti andate perdute (il Credo e il Benedicamus Domino, che conclude la celebrazione) da Gavin Bryars (altro nome molto familiare ai frequentatori di Prospettive e Engadina).

Davvero aggraziata l'interpretazione, che trasmette tutta la purezza che la musica corale puo' esprimere, e una tensione verso spazi altissimi.

Il Trio Mediaeval e' in tour per presentare questo disco: nei prossimi mesi saranno nella loro Norvegia, in Belgio, Germania, Lituania, Portogallo.

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lunedì 14 marzo 2011

Jose' Saramago, Tutti i nomi (Caminho/ Einaudi, 1997)

Tutti i nomi non e' tra i romanzi piu' noti di Saramago (scrittore del quale abbiamo gia' parlato un paio di volte, qui e qui). Io pero' lo trovo tra i suoi piu' riusciti, sia per lo stile narrativo molto armonico (specie se conoscete gia' lo scrittore portoghese, e lettura dopo lettura, avete iniziato ad apprezzare i suoi periodi infiniti), che per la molteplicita' di chiavi di lettura, che costringono a un lavoro di interpretazione costante.

E' un libro solo apparentemente semplice. Si racconta la storia del signor Jose', uno scritturale dell'anagrafe di una citta' senza nome, molto disciplinato e rispettoso delle gerarchie e delle regole burocratiche, oltre che metodico in tutto cio' che fa.

La sua vita si divide tra il lavoro e un unico hobby, una collezione di ritagli di giornali e foto di celebrita'.

La sua abitazione comunica con gli uffici dell'anagrafe attraverso una porta, che il signor Jose' varca di notte, per consultare i due archivi (quello dei vivi e quello dei morti), alla ricerca di informazioni sulle celebrita' delle quali tutto desidera sapere.

Un giorno, si imbatte per caso nella scheda anagrafica di una donna sconosciuta, e decide senza una ragione speciale (se non forse la solitudine endemica che pervade la sua vita) di andare alla sua ricerca. E da quella ricerca uscira' trasformato, per sempre...

Come in altri suoi libri (vengono in mente in particolare Cecita' e Il Vangelo secondo Gesu' Cristo), in Tutti i nomi Saramago esplora l'effetto della solitudine sull'animo umano, e il potere redentivo di iniziare a pensare in termini di noi.

Il tono e' pero' abbastanza diverso da quello di altri suoi volumi, in qualche modo piu' leggero (anche se non mancano tonalita' kafkiane, soprattutto nella descrizione del rapporto con la figura autoritaria e parentale del Conservatore), a tratti quasi cupamente umoristico.

Tra le tante chiavi di lettura possibili dell'enigmatico dialogo finale (che mi ha ricordato un po' anche l'Hesse surreale di Il lupo della steppa) a me piace pensare che la decisione di mischiare negli schedari i nomi dei morti con quelli dei vivi abbia a che fare con il potere dell'amore, dell'uscire dalla propria solitudine anche assumendosi rischi, dell'affermare le proprie emozioni anche quando questo costringe a scardinare le nostre abitudini e a rinnovarci profondamente. Essere vivi dipende spesso dalle nostre scelte.

Un bell'intervento di Saramago sul romanzo come spazio di riflessione, e sulla necessita' di comprendere l'altro, lo potete ascoltare qui.

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venerdì 11 marzo 2011

Paolo Fresu/ A Filetta/ Daniele di Bonaventura, Mistico Mediterraneo (ECM, 2011)

L'ultimo progetto del trombettista sardo Paolo Fresu sa esprimere tutta la poesia che si fa strada dentro di noi quando contempliamo il mare, cercando di entrare in contatto profondo con la sua vastita', la sua storia, il suo mistero.

Ho letto da piu' parti che questa collaborazione di Fresu con il gruppo corale A Filetta (che vuol dire la felce), dalla Corsica, e con il fisarmonicista marchigiano Daniele di Bonaventura, potrebbe ricordare i progetti di Jan Garbarek con l'Hilliard Ensemble.

A me pare un'osservazione piuttosto superficiale, che non tiene conto a sufficienza della natura geografica, culturale, climatica totalmente diversa di queste collaborazioni, e puo' portare fuori strada.

A Filetta, ad esempio, sono molto diversi dall'Hilliard Ensemble, decisamente meno legati a tradizioni corali colte (casomai popolari), meno filologici, piu' liberi. Ed e' questa liberta' che voci e strumentisti si prendono nell'interpretazione delle tradizioni, popolare e jazz, a rendere questo progetto cosi' particolarmente interessante.

Con gli anni, Fresu ha maturato uno stile sempre piu' personale, che in alcune tracce di questo disco (l'iniziale Rex tremendae, Gloria e altre) puo' forse ricordare vagamente Jon Hassell e Mark Isham, piu' dei monumenti Miles Davis e Chet Baker che lo ispirarono nelle sue prime prove.

Il suo stile sempre piu' astratto si incontra benissimo con la fisarmonica che di Bonaventura suona con un'intensita' che ricorda molto lo stile del bandeonista argentino Dino Saluzzi.

Protagonisti assoluti del disco pero' sono le polifonie (in idioma corso, in latino, in francese) di A Filetta, formazione attiva dal 1978, che esprimono ricerca e contaminazione di tradizioni piu' che conservazione filologica.

Questa traccia, ispirata da un canto della Resistenza corsa, e' tra le piu' intense e riuscite di Mistico Mediterraneo, uno dei dischi piu' belli, emozionanti, originali ascoltati negli ultimi tempi.

A tutti, ma specialmente a chi legge queste righe a poca distanza dal mare, buon fine settimana, ci vediamo lunedi'.

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giovedì 10 marzo 2011

Iro Haarla Quintet, Vespers (ECM, 2011)

E a proposito di ECM, etichetta molto seguita e amata qui in Engadina, vi segnalo una loro uscita recente che in questi giorni mi tiene spesso compagnia in sottofondo mentre lavoro e leggo.

E' il secondo album del quintetto dell'arpista e pianista finlandese Iro Haarla. Lei la ricorderete forse come componente del gruppo del batterista Edward Vesala (del quale era la consorte).

Il suono di questa formazione (che comprende il saxofonista Trygve Seim, ben noto agli ascoltatori di Prospettive Musicali, e il contrabbassista Ulf Krokfors, che ricorderete insieme a Haarla e Seim proprio al fianco di Vesala) muove dalla tradizione del jazz scandinavo evolvendola in chiave improvvisativa.

Le singole tracce, che costituiscono in realta' un continuum, sono in genere distese, naturali, e come accade spesso nel jazz nordico i contributi individuali sono molto funzionali alla costruzione di un lavoro corale.

Potete farvi un'idea di Vespers visitando il Myspace linkato qui sopra, oppure ascoltare e osservare il raffinato stile pianistico di Iro Haarla in questo frammento di un concerto tenuto a Padova.


[Questo sabato avrete letto che e' stata organizzata una serie di manifestazioni a difesa della Costituzione. Mi e' stato chiesto, e ho accettato volentieri, di partecipare come corrispondente della manifestazione di Londra, che si terra', a partire dalle 14, a Richmond Terrace con:
- un collegamento per Radio Popolare all'interno della diretta che andra' in onda alle 15.40
- un intervento telefonico che verra' trasmesso dal palco di Piazza del Popolo, per chi partecipera' alla manifestazione di Roma.
Naturalmente, se siete a Londra ci vediamo a Richmond Terrace (la traversa di Whitehall opposta a Downing Street)].

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martedì 8 marzo 2011

Robin Williamson, The iron stone (ECM, 2006)

Conoscete i tre album solisti incisi nel corso dello scorso decennio da Robin Williamson per l'etichetta tedesca ECM?

Io me li sono procurati solo recentemente e sto imparando a conoscerli proprio in questi giorni.

Dopo lo scioglimento della Incredible String Band, avvenuto nel 1974, Williamson si e' dedicato allo studio della tradizione bardica e del patrimonio poetico britannico e americano, pubblicando libri e dischi di poesie recitate e cantate, di Dylan Thomas, Walt Whitman, William Blake e tanti altri.

Dei tre volumi usciti per ECM a me piace soprattutto il terzo, The iron stone, che e' anche il piu' austero e in qualche modo difficile: richiede infatti alcuni ascolti, prima di riuscire a decifrare la poetica di questo cantastorie sospeso tra tradizione e evoluzione progressiva della tradizione stessa.

Su The iron stone Williamson si accompagna con la sua arpa celtica, e a fargli compagnia sono il violinista Mat Maneri, il contrabbassista Barre Philips e Ale Moller, che suona una miriade di strumenti tra i quali la mandola, la fisarmonica, il clarino, i flauti, l'armonica.

L'atmosfera del disco non potrebbe essere piu' distante dall'estate dell'amore di ascendenza hippie evocata da tanti dischi della Incredible String Band, nonostante alcuni brani di quella formazione vengano re-interpretati qui (talvolta in modo pressoche' irriconoscibile).

Si tratta di un'evoluzione del folk psichedelico, con momenti straordinariamente ipnotici e ispirati. Se la radice lirica e' occidentale, l'interpretazione si avvale di riferimenti ad altre tradizioni (musica indiana e araba), pur se mai in modo troppo scoperto.

Musica davvero altra, da conoscere assolutamente. Sono sicuro che questi tre dischi potrebbero piacere molto a chi ama il folk moderno di Joanna Newsom, Will Oldham, Alasdair Roberts.

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domenica 6 marzo 2011

VV. AA. Angola soundtrack the unique sound of Luanda 1968 - 1976 (Analog Africa, 2010)

Da troppo tempo in questo blog non parliamo di musica, cosi' nonostante l'ora tarda vi segnalo il disco che ho forse ascoltato piu' spesso in questi ultimi mesi.

Si tratta dell'ultima raccolta pubblicata da Analog Africa: il nono volume pubblicato dall'etichetta tedesca specializzata nella ristampa di rari 45 giri pubblicati in Africa negli anni '60 e '70 (e non solo: l'installazione numero 7 del catalogo e' dedicata alla musica colombiana).

Per i miei gusti, Angola soundtrack e' il loro disco piu' riuscito dopo Legends of Benin, che ascoltammo insieme a Prospettive Musicali quando usci', un paio di anni fa. E' anche, a loro dire, l'album che hanno incontrato piu' difficolta' ad assemblare, per ragioni logistiche (e' molto difficile ottenere un visto per entrare nello stato sub-sahariano, flagellato dalla guerriglia e da malattie endemiche).

Ma e' anche un disco di scoperte continue, ritmi mai sentiti prima. Sintesi di influenze afro-beat, frenetiche danze tradizionali del Carnevale, merengue, kazucuta, semba (una versione locale della samba), psichedelia.

Come per le uscite che lo hanno preceduto, anche questo volume arriva con un libretto, di 44 pagine, curatissimo, pieno di fotografie d'epoca e interviste, anche attuali, fatte a musicisti locali. Documento importante, dato che se si fa eccezione per una serie di dischi realizzati dalla Buda Musique ormai oltre dieci anni fa, del patrimonio musicale angolano si sa molto poco.

A me l'album piace un po' tutto e ne apprezzo la varieta' di stile, ma se dovessi suggerire un paio di tracce, farei riferimento alla numero 3, accreditata a Jovens De Prenda, che deve avere assemblato una band davvero casuale, comprendente appassionati di reggae e surf music (sentite la chitarra che sembra incredibilmente uscire da un disco di Dick Dale). E poi la traccia 10, davvero contagiosa, che resta in testa per ore.

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giovedì 3 marzo 2011

François Truffaut, La nuit americaine (1973)

Se L'histoire d'Adele H. e' un brano musicale per un solo strumento, La nuit americaine e' un lavoro corale, sapientemente diretto dal maestro Truffaut. Che ci introduce nel suo mondo, raccontandoci le riprese di un film dall'interno. Dimostrandoci la complessita', e anche la casualita', che dominano la realizzazione di un lavoro cinematografico: l'importanza delle dinamiche personali e il complicato lavoro di armonizzazione delle differenze al quale e' chiamato il regista nel suo ruolo e nelle sue responsabilita'.

La nuit americaine fu presentato al festival di Cannes del 1973, fuori concorso, come proiezione inaugurale, e c'e' un generale accordo tra gli storici del cinema nel considerare la sera della prima di questo film come l'apoteosi del successo personale di Truffaut. Che si presento' al Grand Palais accompagnato da quattro delle attrici che recitarono nel film (compresa una Jacqueline Bisset di impressionante bellezza) per questa celebrazione delle sue passioni: il cinema e il fascino feminile.

Pur con una sua storia unitaria, centrata sulla realizzazione delle riprese di un film, La nuit americaine vive soprattutto di frammenti, episodi, che illustrano le passioni dell'animo umano: innamoramento e amore naturalmente, ma anche tradimento, delusione, desiderio di fuga.

Sono abbastanza d'accordo con chi sostiene che questa frammentarieta' lo rende un film non completamente riuscito, soprattutto nella sua prima parte (si fatica un po' a entrarci dentro, come se non sapessimo esattamente qual e' il nostro ruolo sul set: almeno questo e' capitato a me).

E' certamente pero' un film molto personale, a suo modo di ricerca, nel quale Truffaut parla di se stesso, delle cose che ama, delle difficolta' che e' chiamato a superare.

Fondamentale per approfondire la comprensione della filosofia, dello stile, del linguaggio dei suoi film piu' compiuti.

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martedì 1 marzo 2011

François Truffaut, L'histoire d'Adele H. (1975)

La vera storia di Adele Hugo, una delle figlie di Victor Hugo, credo sia quella raccontata brevemente in questo ricordo pubblicato al momento della sua scomparsa, nel 1915, dal New York Times.

E quindi immagino che molti dei particolari della sua vita siano stati cambiati volutamente nella biografia romanzata diretta da Truffaut, dove ad esempio si narra che Adele arrivo' a Halifax per seguire l'ufficiale inglese per amore del quale perse la ragione (anziche' essere stata da lui rapita). E che poi lo segui' fino alle isole Barbados dove visse fuori di se' fino a quando una donna locale, impietositasi per la sua condizione, la riaccompagnera' in Francia (l'obituary invece sembra indicare che venne ritrovata vagante per le strade di New York). E chissa' quanti altri particolari Truffaut deve avere inventato (anche se nel press book originale del film sostiene di non avere alterato il materiale documentario in suo possesso), dato che di Adele Hugo non si sa davvero molto.

Molto bella la sua descrizione del film come brano musicale per un solo strumento, che sottolinea l'estrema solitudine, e la fragilita' (come possono essere fragili certi notturni per pianoforte) dell'esperienza umana di Adele.

Film del quale colpiscono soprattutto la delicatezza e la gentilezza con la quale Truffaut racconta emozioni violentissime, capaci di far perdere equilibrio, senso e salute.

E se avete visto il film credo ricorderete quanto Adele e' totalmente, completamente driven (ancora una volta vi chiedo scusa, ma non ricordo piu' la parola italiana per tradurre questo concetto) dal suo amore: in tutta la storia non vediamo Adele compiere una sola azione che non sia determinata dall'amore che la domina. Sa che la sua e' una battaglia perduta, ma Adele la combatte con determinazione assoluta, giungendo a conseguenze davvero estreme.

C'e' questa solitudine assoluta, che pervade tutto il film. Accentuata dalla falsa identita' di Adele, che sembra volere troncare con il suo passato, ri-inventarsi una personalita'. Che pero' sara' assai poco libera, dominata completamente dai suoi sentimenti e dal perseguimento di un obiettivo irraggiungibile.

A qualcuno dei lettori di Engadina Calling sento che non sara' piaciuto il tono melo' che domina il film dalla prima all'ultima nota, cosi' diverso dalla modernita' del ciclo di Antoine Doinel. Io invece dopo un primo momento di perplessita' mi sono lasciato trasportare dall'atmosfera, senza pensare troppo, e alla fine ho trovato il linguaggio scelto da Truffaut molto coerente con la storia che ci ha voluto raccontare, e con la delicatezza di modi di Adele Hugo, magnificamente interpretata da Isabelle Adjani.

Un film questo che, anche dopo alcuni giorni, resta molto presente tra i miei pensieri.

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