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giovedì 28 luglio 2011

Ricardo Villalobos/ Max Loderbauer, Re: ECM (ECM, 2011)

Ricordavo di avere letto da qualche parte che Ricardo Villalobos e' (insospettabilmente) un appassionato ascoltatore di dischi ECM. E oggi pomeriggio sono andato a scartabellare in libreria per rispescare l'articolo dove avevo letto questa cosa (Wire, agosto 2007):

Interestingly, Villalobos is a huge ECM fan. When I visit him in his studio, it's not minimal house but Dino Saluzzi's bandoneon that pours forth from the speakers, and when I interview him in his Kreuzberg living room - also equipped with an awe-inspiring surround-sound system, with a cozy, egg-shaped, carved wooden chair seated directly in front of the speakers, like some shamanistic command post - there are ECM CDs scattered all over the coffee table.

Solo uno che ama e comprende a fondo i dischi di quella che, lo avrete intuito se ascoltate Prospettive Musicali, e' la mia etichetta preferita, avrebbe potuto re-interpretarli creativamente come ha fatto Villalobos, con la collaborazione di Max Loderbauer (anche componente del trio di Moritz von Oswald).

Come afferma in questa intervista, i due si sono concentrati su particolari apparentemente insignificanti, spazi interstiziali, vuoti, e li hanno esaminati al microscopio, quasi a voler carpire il quietista segreto dell'etichetta tedesca.

Non e' un disco caldo, affatto. La superficie e' gelida, come se Villalobos e Loderbauer avessero inteso rendere futuribile la musica ambientale di Eno, asciugandola da ogni aspirazione melodica. In questo senso non comprendo bene quello che Villalobos intende quando, sempre nella stessa intervista, parla di aggiungere emozionalita' ai suoni da club: io di emozioni ne trovo pochissime in questa operazione (addirittura ne trovo di piu' nei sui DJ set, per dire).

Inoltre, per apprezzare i due dischi secondo me e' meglio lasciare perdere il confronto con gli originali. A parte forse solo la traccia da The jewel in the lotus di Bennie Maupin (disco fondamentale e inspiegabilmente ultra-sconosciuto), lasciata tale e quale, la maggior parte delle tracce sono rese abbastanza irriconoscibili dagli originali.

Detto tutto questo, il disco riesce a dire cose che nessuno aveva ancora detto, e di questi tempi e' difficile affermare qualcosa di simile. Il dialogo elettroacustico tra passato e futuro (ottenuto ignorando il presente, peraltro) a me sembra funzionare.

E' un esercizio un po' intellettuale, specialmente per chi conosce e ama gli originali, ma agli ascoltatori piu' curiosi e coraggiosi di voi sono sicuro che queste sghembe e spaziali geometrie figlie dei migliori Popol Vuh aggraderanno parecchio.

Questa traccia (la piu' ritmica dell'album) e' quella che abbiamo ascoltato insieme in apertura di Prospettive Musicali di domenica scorsa.

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