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Ambiente Uguaglianza Tempo

giovedì 22 settembre 2011

REM, Murmur (IRS, 1983)

Murmur non l'ho mai comprato.

Anticipando di una ventina di anni il download illegale, durante le vacanze di Pasqua del 1983, a Parigi, entrai alla Fnac e ne uscii con tre dischi, senza pagarli. Uno era Murmur, gli altri due erano Blue Monday dei New Order e The lovecats dei Cure (declino ogni responsabilita' in caso qualcuno decidesse di scrivere nei commenti che la musica che usciva allora, ecc. ecc. Io mi limito a elencare fatti). Non saprei piu' ricostruire la dinamica del misfatto, ma ricordo la motivazione che mi diedi (una roba da brividi, a pensarci adesso): "Eddai Fabio, tra pochi giorni compi 18 anni e queste cose non le potrai piu' fare". Infatti non le feci piu'. Se dovessi scaricare un disco illegalmente adesso, credo che mi sveglierei di notte con la coscienza in rivolta, mi alzerei e riscaricherei il disco, pagandolo. Come si cambia, nella vita.

Adesso potrebbe partire una elegia da 4 pagine del gruppo di Athens, inclusiva del significato generazionale della band sul recupero creativo del passato, come lo chiamava Claudio Sorge. Peter Buck, che ho incontrato di persona una volta qui a Londra, credo si sbellicherebbe dalle risate. Verrebbe da pensare che per lui i REM non esistessero gia' da tempo: sembrava divertirsi molto di piu' a suonare la sua Rickenbacker per Robyn Hitchcock. Libero, finalmente.

Pero', guardate cos'ho trovato nell'archivio di Engadina Calling (dovete scorrere il post fino in fondo, e poi i piu' coraggiosi di voi si possono pure sciroppare 37 commenti, tutti in tema).

(37 commenti tutti in tema... Quanto eravamo bravi e disciplinati prima che la potenza democratica di Facebook devastasse tutto...).

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68 Comments:

Blogger prospettive musicali said...

La cosa interessante è che rubando dischi nei negozi non si danneggiavano i musicisti mentre scaricandoli da internet sì: infatti i negozi devono pagare ai distributori il disco rubato come se lo avessero venduto (sia nel caso in cui lo acquistino prima all'ingrosso sia nel caso in cui lo prendano in conto vendita), mentre adesso la maggior parte di coloro che scaricano un disco non lo compra (dico "la maggior parte" perché conosco anche chi usa il download illegale per capire se un disco gli piace e in caso affermativo la acquista)...

giovedì, 22 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

qui si aprono due discussioni, quella su facebook e quella sul download.
le mie idee in entrambi i casi restano le stesse e mi limiterò a qualche approfondimento.
non capisco (se non con un approccio ironico) il far di tutto facebook un fascio.
io credo che sia uno strumento come altri, ognuno lo usa come meglio crede così come in fondo anche i blog vengono usati da molti per cose che noi troviamo cretine.
secondo me il problema è solo che viviamo in un'epoca diversa da quella in cui sono nati i R.E.M. e in fondo lo testimonia il fatto che anche tu qui parli dei dischi ECM e forse quelli che ti seguivano ai tempi del post che tu citi sono restati ai R.E.M. e in questo caso sia tu che il gruppo ci fate una buona figura (nel senso dell'evoluzione e della presa d'atto) mentre gli altri un po' meno.
facebook secondo me non c'entra proprio.
è interessante altresì la posizione sul furto e il fatto che susciti comunque un commento che rimanda alla questione del download.
anche in questo caso io continuo a pensare che le due cose siano profondamente diverse, aldilà di quanto danneggino o meno i musicisti (ma io direi piuttosto le case discografiche, nella maggior parte dei casi).
più ci penso e più continuo a pensare che di fatto il download corrisponda al vecchio scambio o prestito o duplicazione su cassetta solo che su larga scala e mediante l'utilizzo di tecnologie nuove.
questa pratica, per quanto se ne dica o si tenti di dire, NON è tecnicamente un furto e infatti anche le leggi e le conseguenti azioni giudiziarie e di polizia in merito sono assai titubanti.
stessa cosa si può dire del prestito in biblioteca che anch'esso dall'avvento del digitale in poi permette di copiarsi tranquillamente a casa cd e dvd ma nessuno si sogna per questo di impedirlo.
vi segnalo inoltre che, nelle recenti elezioni comunali di Berlino, il "partito dei pirati" si è attestato intorno al 7%, se non sbaglio.
è emblematico inoltre che in Italia un'esperienza del genere non possa prendere piede, sarebbe un paradosso insostenibile in un parlamento e in un panorama politico largamente dominato da esecutori di vari generi di furti e corruttele assai più rilevanti sul piano penale ed economico.

giovedì, 22 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Beh, prima cosa credo che potremo discutere di tutto questo presto di persona, la sera del 16 ottobre, se le cose vanno come devono andare.

Il messaggio e' criptico, ma al momento giusto tutto sara' rivelato :)

Un indizio per il momento: il 14 ottobre cade il decimo compleanno di Prospettive Musicali...

Allora mi sembra che si siano aperte due discusioni contemporaneamente, una sul download e una su Facebook.

Iniziamo dal download, vi dico come la penso io. Che e' molto semplice. Una casa senza dischi, e' per me come una casa senza libri. Vuota.

Non mi importa che chi vive in quella casa abbia il disco del suo computer pieno di musica. La sua casa resta vuota e, se mi posso permettere, abbastanza brutta.

Io non riesco a vivere senza i colori che i dischi originali portano dentro alla mia casa. Molti dischi sono piccole opere d'arte infinitamente riproducibili, cosi' come certi libri.

Tutto qui, senza grandi considerazioni morali, che lascio volentieri ad altri se vogliono.

Spezzo e vado a capo se no mi taglia.

giovedì, 22 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Su Facebook. Io uso Facebook, vado a farci un giretto piu' o meno tutti i giorni. Non ne sono ossessionato, non faccio caricamenti dall'iPhone, anzi sull'iPhone non ho nemmeno l'applicazione di Facebook (anche perche' accedo a Internet dall'iPhone abbastanza raramente e al limite per leggere qualche notizia dai giornali).

Facebook e' un mezzo, e come per tutti i mezzi la qualita' dell'eseprienza dipende dalla cultura d'uso dell'utente.

Detto questo, io non mi trovo molto bene in Facebook. Mi sembra un luogo affollato, e in generale i luoghi affollati non li amo.

La dimensione del blog l'ho sempre trovata piu' intima.

Facebook e' un locale pubblico pieno di gente, un blog come i nostri e' una casa privata, dove ci si ritrova a parlare un po', a raccontarsi in quiete.

Per mia inclinazione, preferisco questa tipologia di esperienza.

La mia osservazione nasce dal fatto che molte persone che avevano un blog, e ci dedicavano tempo, adesso scrivono frasette un po' scialbe in Facebook. A me sembra che il risultato sia una comunicazione piu' povera, perche' non tutti sappiamo condensare pensieri in aforismi.

Anzi, pochissimi ne sono capaci. I saggi, merce rarissima.

giovedì, 22 settembre, 2011

 
Anonymous ivan said...

ecco, io quei due mix(es) li ho acquistati...a parte ciò quoto il commento numero quattro...pensa che io conosco io che in fb linka pure i piatti a pranzo (e a volte a cena)!

:)

venerdì, 23 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Oggi sono passato al lavoro, ma a casa ho un libro della Ortese che parla di scrittura e che dice qualcosa tipo (non l'ho qui quindi non lo posso citare parola per parola): nel migliore dei casi scriviamo per piacere a noi stessi, nel peggiore dei casi per piacere agli altri.

Non so in quale categoria cada il tuo amico, ma direi che Facebook e' il regno di tanti "peggiori dei casi".

Poi certo ci sono ottime eccezioni: ieri sera ho visto che Massimo (che qui si firma Qohelet) ha messo in rete una serie di lezioni di ontologia del professor Ferraris.

In un certo senso, a volte mi viene da pensare che dobbiamo essere anche grati a Facebook, per aver ripulito la blogosfera: oggi un blog lo apri o lo mantieni solo se hai qualcosa di tuo da dire, se hai voglia di investirci un po' di tempo.

Tutti gli altri sono passati a Facebook e Tumblr, e molti ex-blogger sono diventati attivissimi a spostare cose di qui e di la', senza preoccuparsi di aggiungere contenuti propri, un pensiero, un punto di vista autonomo, una cosa non detta da altri, un ricordo personale.

Va benissimo eh? Mi limito a osservare quello che succede, il mio non e' un commento critico.

venerdì, 23 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

fabio, tu sai come la penso sui download, quindi non mi ripeto. Mi limito a constatare che un numero crescente di artisti comincia a considerare seriamente (e senza isterismi, come per esempio i Metallica o il nostrano Max Gazze') la possibilita' di avere la propria musica a disposizione senza pagare

da quando c'e' la nuova "barra laterale" di facebook, son d'accordo, sembra un po' un cortile del liceo, dove senti cento voci e non ne senti nessuna, pero' da' anche una certa strana allegria e leggerezza

venerdì, 23 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Ma e' davvero cosi' bello per voi scaricare musica, legalmente o no?

Non manca qualcosa? La grafica, le note, i testi, l'oggetto fisico da archiviare ordinatamente?

Davvero sentire un file con un computer per voi e' la stessa cosa?

E davvero vi piace avere una collezione di CD masterizzati, senza note, grafica, testi, ecc.?

Su Facebook invece sono d'accordo Andrea: e' un'eterna ricreazione, un luogo dove c'e' sempre qualcosa che fa sorridere. Se uno cerca svago, in Facebook e' sicuro di trovarlo, 365 giorni all'anno per 24 ore.

venerdì, 23 settembre, 2011

 
Anonymous Anonimo said...

a dire la verità, vedendo l'immagine postata da uno che faceva un programma radio chiamato "rockville", mi aspettavo di leggere un commento sullo scioglimento del REM, invece la discussione ha preso altre direzioni...
su FB non ci sono (sono poco social)e di download illegale ne faccio un uso molto molto limitato: per capirci, stavo registrando le puntate di "The Clone Wars" (cartoni animati ispirati a Star wars, mio figlio ne va matto, le registro da tv in chiaro, poi taglio le pubblicità e masterizzo su DVD), ho saltato qualche puntata, l'ho scaricata da emule. non mi sembra un delitto.
Piuttosto, mi inc..zo molto quando compro un CD, pagandolo anche caro, e ci trovo dentro un libretto con qualche "disegno" artistico ma senza i testi delle canzoni, magari neanche l'elenco dei musicisti.

ciao
Auro

sabato, 24 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Su videocassette e DVD mi trovi molto impreparato, dato che non ne ho mai posseduti, come non ho mai posseduto uno strumento per vederli o una televisione. Da dinosauro quale sono, se il mio posto di lavoro non mi desse "in dotazione" un computer e un iPhone, credo non avrei neppure quelli :)

Non so, a me in generale il discorso sembra davvero semplice: il lavoro va pagato, se se ne intende usufruire.

Che poi si tratti del lavoro di un operaio, di un contabile di banca, del commesso di un negozio, di un avvocato, di un musicista, del disegnatore di un cartone animato, ecc., che importanza ha? Perche' uno si' e l'altro no?

Oggi le tecnologie ci permettono di farla franca, ascoltando musica senza pagarla. Va beh, ma allora se esistessero tecnologie che permettessero di uscire dal supermercato con la spesa senza pagarla, lo fareste?

Come lo giustifichereste a voi stessi? E se non sapete rispondere, mi spiegate perche' la musica si' e la spesa del supermercato no?

Anche sul discorso copertine e libretti non saprei. Ho tanti dischi con copertine molto belle: una bella foto, una bella illustrazione, dei bei colori.

Alcuni hanno i testi, altri (immagino per scelta dei musicisti) no. (La line-up pero' mi pare ci sia proprio sempre, peraltro).

Non mi sembra una ragione sufficiente per non comprare il disco, e invece scaricarlo senza pagare.

Sull'altra questione che apri, invece, certo, sono d'accordo con te: il prezzo dei dischi in Italia e' decisamente eccessivo. Pero', di nuovo: se non mi sento di comprare il caviale perche' costa caro, lo lascio li' sullo scaffale e magari mi compro le carote che costano meno. Ma non mi metto in tasca il barattolino del caviale sperando che non mi becchino.

Lo dico da convinto marxista anti-liberista, ma insomma il mercato ha dei meccanismi di autoregolazione che funzionano abbastanza, almeno in qualche caso.

Qui in Inghilterra, proprio per fare in modo che la gente non scarichi, il prezzo dei dischi stampati localmente e' letteralmente crollato (se fai un giretto su amazon.co.uk ad esempio, lo puoi constatare). In Italia voglio immaginare che sara' solo questione di tempo, ma prima o poi dovrebbe succedere anche li'.

(Lo spero, perche' come sai la lotta per farmi trasferire in Italia continua senza esclusione di colpi, che ormai si stanno facendo pericolosamente prossimi alla zona inguinale dei combattenti - me compreso).

sabato, 24 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

io trovo che la dizione "download illegale" usata da Auro porti la discussione già su un terreno improprio.
usando questo termine mi viene in mente la possibilità che qualcuno riesca ad entrare in un luogo di download legale e trovi il modo di trafugare dei contenuti senza pagarli.
ma questo non accade, ITunes e compagnia bella hanno mezzi assai ampi per impedire che questo accada e infatti, che io sappia, non accade.
questo è ciò che sarebbe illegale ed equiparabile ad un furto.
quello che avviene invece è che io o un altro tizio o tizia dall'altra parte del mondo acquistiamo un cd o un dvd, magari usato, oppure lo prendiamo in prestito in biblioteca e poi decidiamo di copiarlo e/o di metterlo a disposizione al mondo intero così come un tempo si duplicavano i dischi in cassette i film in videocassette e ancora prima ci si trovava in casa di qualcuno a sentire l'unica copia procuratasi chissà come.
questa pratica è condivisione e infatti viene chiamata "file sharing".
i suoi nemici sono solo ed esclusivamente coloro che vendono musica e immagini all'interno dell'economia di mercato.
coloro che spesso, all'interno di questo sistema, pagano i musicisti regolarmente all'atto della produzione del disco e poi continuano a farci soldi per lungo tempo senza che al musicista vengano riconosciuti i suoi diritti, tranne nei casi di coloro che hanno più potere (celebre il caso della corista che di fatto creò la parte vocale di "A great gig in the sky" dei Pink Floyd che venne pagata 50 sterline e tanti saluti).
il "file sharing" dunque, non mi stancherò di ripeterlo danneggia solo ed esclusivamente quel sistema di mercato della musica e in minima parte i musicisti, almeno quelli che sono veri musicisti, vale a dire coloro che, dalla notte dei tempi, traggono il loro sostentamento dal suonare concerti in pubblico.
e non sto parlando solo di jazzisti o autori-esecutori pop ma anche di tutti i musicisti classici, da Corelli a Mozart, da Beethovene a Debussy e via dicendo.
invece pare che, nella vulgata comune sul copyright infranto, il paradigma del povero musicista privato dei suoi guadagni sia diventato il Bruno de Filippi che ha campato tutta la vita coi diritti di "Tintarella di luna" o le varie star che fanno più dischi che concerti (e non credo che i R.E.M. siano di questa schiera e suppongo che a loro non sia fregato più di tanto del file sharing anzi forse gli ha fatto pure piacere).
continua

sabato, 24 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

seconda puntata

quanto a coloro, musicisti o registi e attori, che sono fuori dal mercato - per ragioni culturali, etiche o semplicemente storiche - io credo che tutti siano assai felici della diffusione delle loro opere, sia quelli viventi che spesso sono fuori sia dal mercato che dal file sharing (io ne conosco centinaia) sia quelli scomparsi che vedono, dall'aldilà speriamo, i frutti del loro lavoro a disposizione dei posteri, dopo essere stati giustamente retribuiti in vita e certamente aver fatto fare lauti guadagni alle loro case di produzione, cinematografiche o discografiche.
è il caso di molti film che hai segnalato su questo blog e che io ho potuto vedere grazie al file sharing (cito a caso: Les Diaboliques, Il Conformista, Volver a empezar etc etc), film che ora fanno guadagnare, forse, solo le case di produzione e distribuzione che li hanno in catalogo e certamente molto meno o nulla gli artisti che li hanno prodotti.
inoltre, e qui termino il mio elogio del file sharing, questa pratica permette di costruire percorsi di conoscenza, fruizione e godimento assolutamente personali e anch'essi svincolati dall'offerta culturale imposta dal mercato, offerta subita passivamente dalla maggior parte dei fruitori, almeno nel mondo occidentale e come tu spesso hai notato più volte in altri post sulla questione "mainstream".
poi permette di viaggiare nel tempo ascoltando concerti live ai quali non abbiamo potuto assistere, dischi fuori catalogo e film rari, magari in lingua originale (e ora si scaricano pure i sottotitoli, ovviamente tranne quelli italiani introvabili, ma noi siamo quelli della leggenda metropolitana dei "migliori doppiatori del mondo"...).
e poi è anche ecologico, riduce il consumo e lo spreco di petrolio e carta ed evita di riempirci gli scaffali di centinaia di dischi e dvd che magari vediamo una sola volta e inducendoci altresì a scegliere di tenere con sé, acquistandoli meglio se usati, solo quelli che davvero sono importanti e avremo voglia di riascoltare e rivedere per molto tempo. Fine

sabato, 24 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

domenica, 25 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

In moltissimi dischi che acquisto, case discografiche e musicisti sono la stessa cosa. In quel caso (come pure nel caso di musicisti che con le case discografiche "regolari" hanno normali contratti relativi alle royalties), ogni copia venduta in meno e "condivisa" in più danneggia direttamente i musicisti, che non mi sembra siano proprio tutti così felici della diffusione gratuita delle loro opere, come risulta per esempio dal dibattito scaturito dalla risposta di Chris Cutler (http://www.thewire.co.uk/articles/6715/) a un articolo di The Wire sull'argomento.
Io faccio anche una considerazione "egoistica": se una musica mi piace, vorrei che il suo artefice potesse comporne e registrarne di più anche per il mio godimento. Se non fosse costretto a fare un altro lavoro, avrebbe più tempo da dedicare alla sua musica, che è per me fonte di piacere. E, come Fabio, non capisco perché l'imprenditore, l'insegnante, li commesso, il magazziniere, l'autista, il regista, l'attore (ecc. ecc.) sono tutti mestieri che si possono fare percependo un compenso, mentre il musicista non più. Perché? Oppure: il compenso sì ma solamente per i concerti e non per i dischi. Perché? Perché i "veri musicisti [...], dalla notte dei tempi, traggono il loro sostentamento dal suonare concerti in pubblico"?
Quindi un vero musicista non dovrebbe incidere dischi?
Oppure potrebbe registrarne ma solamente in sale d'incisione gratuite e senza la speranza di recuperare alcun altro dei relativi costi?
Cutler dice che se gli Henry Cow dovessero riunirsi e incidere un disco oggi, avrebbero bisogno di "six to eight months of composition and rehearsal and something in the region of £9000 in travel, living and recording costs (...). There are no shortcuts, especially for a group that still uses technically demanding instruments, plays in real time and wants to use the studio as a proper instrument. Laptop plus ProTools is cheaper, but it supports only a narrow genre of music. To recover that £9000, the group would have to be confident of selling at least 3500 copies of a CD or 1000-plus paid downloads – and that’s before the musicians or composers receive anything at all".

domenica, 25 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Non è che io non scarichi mai musica ma quella che scarico non consiste per lo più riversamenti in digitale di registrazioni inedite o introvabili.
Anche così, comunque, l'mp3 non mi piace; non agisce solamente tagliando frequenze (non necessariamente ai due estremi della gamma) ma anche eliminando tutta una serie di altri dati: per esempio parte dei riverberi o delle armoniche o della stereofonia.
E poi, come per Fabio, per me un disco comprende anche la lista completa e corretta dei titoli, dei rispettivi autori, dei musicisti, degli strumenti che suonano e il nome del produttore, magari i testi ecc. ecc. Della copertina, del libretto del cd e delle informazioni essenziali non so fare a meno e quand'anche fossero scaricabili assieme all'mp3 mi toccherebbe come minimo stamparle a colori su carta pesante (e non sempre è possibile), ritagliarle e adattarle a una jewel box vuota; ma il più delle volte non ci sono proprio: al massimo c'è la copertina ma devo procurarmi altrove (o anche nel blog di provenienza) tutte le altre informazioni (normalmente piene di refusi, nel qual caso mi tocca anche correggerli), impaginarle (e non sono un grafico: quindi mi ci vuole in sacco di tempo e il risultato è scadente), stamparle, ritagliarle ecc. ecc.
Se dedicassi il medesimo tempo a un qualunque altro lavoro (tranne forse raccogliere pomodori travestito da immigrato) guadagnerei più di quel che mi costerebbe acquistare il medesimo cd da Amazon, Wayside o ReR e riceverlo a casa senza ulteriori sforzi: anche per questo, almeno fin quando avrò un posto di lavoro, preferirei comunque comprare i cd piuttosto che scaricarli.
Sui film mi trovo invece più vicino alle posizioni di Auro. Continuo a considerare l'homevideo come una fonte di guadagno accessoria per un film, i cui principali introiti dovrebbero invece arrivare dai passaggi in sala e soprattutto in tv. I cinema saranno pure mezzi vuoti (anche per colpa dei prezzi dei biglietti) ma i passaggi televisivi continuano a fruttare, mentre il noleggio non esiste ormai più. Per i telefilm, poi, contano solamente i passaggi televisivi: l'home video non è neppure accessorio ma solo un extra per le serie di maggior successo.

domenica, 25 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

carissimi, sul fatto che "ai nostri tempi" fosse tutto più bello e artigianale e gli Henry Cow etc etc, con me sfondate una porta aperta.
tuttavia quello che accade è che viviamo in un mondo che è cambiato e ci permette di fare molte cose nuove fra le quali stare qui a discutere senza muoverci di casa, tra Londra e Milano, e senza vederci in faccia.
io penso che queste novità siano in parte positive e in parte no, mi ci adatto e vi traggo il massimo del piacere o del nutrimento culturale che mi è possibile.
infatti l'mp3 è certo meglio (ma non sempre) del suono delle vecchie cassette ma certo non potrà sostituire il vero cd (con la copertina e i credits) e soprattutto non potrà sostituire il concerto.
dunque in mancanza di questo io non cesso di scoprire cose nuove attraverso il povero mp3 e non credo di danneggiare nessuno, giacché non scarico, tranne in rarissimi casi, musica e film che sono "nel mercato".

faccio 2 esempi: ieri sera ho tentato di trovare "illegalmente", giusto per poi parlarne qui, un disco del duo Angeli/Fukushima trasmesso da Alessandro un paio di volte e che mi è piaciuto molto.
non c'è stato verso, non ve n'è traccia, il che mi costringerà ad acquistarlo tramite ReR o altrove o ad ascoltare su myspace che già mi va benissimo.
guardando le cose da un'altra angolazione accade invece che un gruppo molto underground di cui faccio parte, anch'esso trasmesso da Alessandro nella vostra trasmissione, abbia pubblicato un disco, registrato a sue spese e in pratica regalato al discografico, il quale viene venduto in download legale su alcuni siti senza che di questo si faccia alcuna menzione nel contratto discografico da noi firmato. e ovviamente vi ricordo che voi stessi alla radio trasmettete tutta questa musica senza che ai musicisti ne derivi alcun compenso cosa che per esempio avviene in Rai.

forse sono esempi limite e certo non è il caso di generalizzare però vi invito a vedere le cose con più precisione e soprattutto a cogliere il centro del mio discorso che è la distinzione fra "musica nel mercato" e "musica fuori (dal) mercato".
il file sharing, a mio avviso, è certamente una novità interessante e che scompagina molte certezze sia in un campo che in un altro, sia tra i musicisti che tra gli addetti ai lavori.
si arriverà, io credo, da qualche nuova parte ma certo non gridando "al ladro! al ladro!".

domenica, 25 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Qualche precisazione:
* Cutler non ha scritto il suo intervento "ai (nostri) tempi" ma per The Wire del giugno 2011, parlando di quel che costerebbe oggi (non allora) un disco di un gruppo come gli Henry Cow, cioè di musica in larga parte composta, che richieda una grande quantità di prove e sia suonata su strumenti reali, sia acustici sia elettrici, in tempo reale, ed elaborata creativamente in studio durante e dopo la registrazione.
* di fronte a una novità -- anche negativa -- non si può fare altro che adattarvisi? Per esempio: il caso del disco venduto in download legale senza che di questo si faccia alcuna menzione nel contratto firmato dal gruppo fa certamente parte del mondo post internet ecc.: ma è proprio inevitabile subire in silenzio o si potrebbe invece -- che so -- inviare un'ingiunzione alla casa discografica ed eventualmente adire le vie legali?
* Radio Popolare paga la Siae, come la Rai. La differenza, purtroppo, è che dalla Rai la Siae esige un "rapporto di trasmissione" con tutti i dati dei brani messi in onda, trasmissione per trasmissione, e paga gli aventi diritto in ragione di tali rapporti, mentre dalle radio private riscuote un forfait ma NON vuole rapporti di trasmissione, perché le radio private sono troppe rispetto al personale Siae, che quindi non riuscirebbe a gestire tutta quella mole di dati. Perciò -- e qui viene il peggio -- come viene suddiviso quel forfait? In base alle percentuali già esistenti sul mercato: poniamo che la Siae versi ogni anno a Lucio Dalla il 6% (dico una cifra a caso) di ciò che la Siae versa in totale agli iscritti e al gruppo Pinco Pallino lo 0,00000047% del medesimo totale: ebbene, del forfait che Radio Popolare o Radio Deejay o Radio San Venerio versa alla Siae, questa verserà -- detratta la propria provvigione -- il 6% a Lucio Dalla e lo 0,00000047% al gruppo Pinco Pallino, indipendentemente dal numero di volte che Dalla e Pallino sono andati effettivamente in onda a Radio Popolare o Radio Deejay o Radio San Venerio.
Quindi non è vero che ai musicisti che trasmettiamo non derivi alcun compenso: accade invece che quel compenso non abbia nessuna relazione con la loro effettiva presenza nelle nostre scalette, fino al punto che il grosso della cifra viene assegnato dalla Siae a musicisti che (almeno a Prospettive musicali) non trasmettiamo mai, mentre altri che mettiamo invece in onda non ne vedranno che le briciole, se le vedranno. E questo è -- purtroppo -- perfettamente legale, secondo le leggi vigenti.
Ciao
Alessandro

domenica, 25 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

Ho cercato di leggere con attenzione l'articolo di Cutler che, lo confesso, pensavo fosse lo stesso che tu già linkasti in un'altra discussione simile sempre su questo blog.
sostanzialmente vedo che ridice le stesse cose adeguandole ai tempi (l'altro era scritto in epoca di Napster etc...) e secondo me continua a prendersela con l'avversario sbagliato, anzi si crea un avversario laddove invece dovrebbe vedere un alleato.
e la cosa curiosa è che il suo ragionamento è lo stesso che fanno le rockstar o i produttori più o meno indipendenti.
forse gli deriva dalla strana posizione che ricopre, cioè di musicista che è diventato in qualche modo indipendente e autogestito dopo essere transitato in qualche modo in un ambito che gli ha concesso quella visibilità che tanti, dopo di lui, non hanno mai avuto.
secondo me la questione è anche questa: quel 15% di incassi persi col download illegale è comprensivo o no di quel x% di ascoltatori che hanno la possibilità di conoscere quella musica che altrimenti è priva dei mezzi per essere diffusa? secondo me no, cioè ho l'impressione che Cutler non consideri questo, peccando in un certo senso di euro-centrismo o di un'idea di mercato sempre immutabile e ristretto anche per gli indipendenti al primo mondo.
non c'è un'occasione invece nell'espansione del pubblico e delle opportunità di conoscenza?
secondo me sì e forse ne sta godendo anche lui senza saperlo.

la situazione SIAE la conosco assai bene ed è un altro di quei casi solo italiani, come del resto l'ancora più negletta IMAIE che dovrebbe tutelare i diritti degli interpreti.
era per dire che portando la discussione alle estreme conseguenze i danni che derivano ai musicisti arrivano da più parti.
non credo comunque che Radio Popolare potrebbe sostenere i costi di un pagamento dei diritti di tutta la musica che trasmette.
non è dunque un problema di numero degli impiegati della SIAE e ti ricordo che la situazione che descrive è in atto grazie a una causa intentata da chi ha ben altri mezzi di RadioPop, vale dire - ma guarda un po'! - Mediaset o Fininvest o come altro diavolo si chiamava ai tempi della causa stessa.

quanto alle nostre misere questioni con la casa discografica ci sarebbe da andare ancora più a monte giacché neppure ci vengono forniti dati sulle vendite dei cd e le relative royalties che ci spettano.
così a occhio, è sempre meno di quanto ci costerebbe "adire alle vie legali"...
e gli esempi in questo senso sono centinaia, anche fra artisti assai più titolati i quali preferiscono ormai pensare la produzione del cd come investimento non su sé stesso (cioè non si aspettano di ripagarsi le spese sostenute per auto-produrlo) ma solo a fini promozionali, giornalistici e con la speranza di ottenere dei cachet concertistici che a mio parere restano, insieme all'adozione di altre forme di reddito, il principale scopo nella vita di tutti i musicisti "fuori (dal) mercato".

domenica, 25 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Non so se voi avete dati sulla diffusione del download illegale o comunque gratuito nel terzo mondo: io ne ho cercati ma non ne ho trovati. L'idea che mi sono fatto è tuttavia che il possesso di un computer e di una connessione internet a banda larga siano lussi per pochi in Paesi dove spesso il problema principale è avere di che sfamarsi e sfamare la propria famiglia...
Quanto al primo mondo, vi segnalo un articolo che parla solo marginalmente di musica ma fornisce comunque dati molto interessanti: "Are books dead, and can authors survive?" (http://www.guardian.co.uk/books/2011/aug/22/are-books-dead-ewan-morrison).
Certo che se i cd diventeranno solamente oggetti promozionali, utili a procurarsi qualche recensione e qualche concerto, è molto difficile che da una parte le case discografiche e dall'altra i musicisti che pubblicano in autogestione trovino motivi validi per spendervi cifre consistenti, come le 9000 sterline ipotizzate da Cutler: se nessuno sarà più disposto a sborsare un centesimo per acquistare un cd, quanti concerti ci vorranno per rientrare dell'esborso di quelle 9000 sterline? Di conseguenza l'incisione di cd e la professione di musicista diverranno appannaggio di ricchi, mafiosi e amici di assessori alla cultura, a meno di non ripiegare su cd dal vivo di formazioni preferibilmente ridotte all'osso su musica che preferibilmente non richieda prove, suonata da persone che si procurano di che vivere con altri lavori e dedicano quindi alla musica (e solamente a musica riproducibile dal vivo) i ritagli di tempo...

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

Alessandro, mi stupisco di quello che dici: la situazione che descrivi è GIA' in atto da tempo, è quello che accade, magari con toni meno grotteschi in tutto il mondo della musica più o meno "fuori (dal) mercato", di tutti i generi.

quanto al primo mondo, forse ho usato l'espressione sbagliata, intendevo parlare di un allargamento del pubblico ad aree diverse dall'Europa centrale e Nord America. Questo è almeno quello che verifico io, dalla mia minuscola postazione, guardando la distribuzione geografica degli accessi al mio blog.

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Il bell'intervento di Chris Cutler nella colonnina Collateral damages di Wire, dedicata proprio all'argomento del quale stiamo parlando, e' stato seguito, il mese dopo, da un intervento di Amanda Brown (Not Not Fun). Ringrazio Marco Reina per avermelo segnalato, perche' lo trovo un intervento altrettanto interessante di quello di Cutler segnalato da Alessandro.

Amanda Brown coglie secondo me due elementi. Uno e' quello del quale stiamo parlando qui, opportunita' o meno di usare il file sharing. E conferma, in buona sostanza le motivazioni di Cutler, schierandosi contro il fenomeno.

Come Alessandro acutamente coglie, la mia avversione al file sharing e' certamente altruistica/ etica (il lavoro del quale si usufruisce va pagato). Ma e' anche egoistica: a me fa piacere che un musicista (o un pittore, o un poeta, o un giornalista, o un conduttore radiofonico) si possano concentrare su quello che sanno fare, senza dovere affiancargli un day job. E questo perche' le loro produzioni risulteranno molto probabilmente piu' continue e di migliore qualita'.

Ma c'e' un altro punto nel discorso di Amanda Brown che e' a mio parere assolutamente centrale, e che sposta un po' il nostro discorso (su un territorio peraltro gia' sfiorato da Alessandro e da Auro).

Infatti parla, molto giustamente secondo me, di "sensualita'" dell'esperienza dell'ascolto di musica.

Proprio cosi', "sensualita'".

E infatti, come Amanda Brown, io trovo che l'esperienza di ascoltare un file che esce dalle cassettine di un computer sia un'esperienza sensualmente povera. Questo, attenzione, indipendentemente da se il disco sia stato scaricato pagandolo o via file sharing.

(Vado a capo).

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Il passaggio da vinile a CD aveva gia' impattato negativamente questa "sensualita'". Non sto parlando solo della qualita' piu' calda del suono, ecc. ecc.

Sto parlando dell'oggetto fisico disco di vinile, con la sua copertina grande di cartoncino, rispetto al dischetto argentato con il suo scatolino di plastica.

Suonare un disco in vinile su un buon piatto e' un'esperienza molto, ma molto diversa (in senso ontologico, o almeno per la nostra generazione simbolico, mi verrebbe da dire) rispetto a mettere un CD nel fornetto a microonde che lo riprodurra'.

Ma insomma, fino al CD riesco ad arrivare.

Al file suonato dal computer, invece no, ci ho provato ma non ci riesco. Salvo in casi limite, che anche voi citate (un fuori catalogo introvabile, un bootleg che i collezionisti si scambiano a 180 sterline senza un reale ritorno per l'artista, ecc.), io non scarico musica, ne' legalmente ne' illegalmente.

Questo per la poverta' dell'esperienza sensoriale di ascoltare un file, e quindi, in primis, indipendentemente da considerazioni etiche.

(Vado a capo ancora).

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Infine, vorrei proprio capovolgere l'assunto di Aldezabal a proposito di musica dentro e fuori dal mercato.

Prima di tutto, perche' non mi e' chiarissimo dove tirare la riga. Cosa e' dentro, e cosa e' fuori?

Tutto e', in fondo all'interno di mercati: i frequentatori del festival folk di Cambridge, per dire, si scambiano i dischi di Robin Dransfield e della Battlefield Band a colpi di 100 sterline per volta. Dischi che il vasto pubblico nemmeno vede, perche' probabilmente non li trovi in nessun negozio qui a Londra. Ma che hanno, appunto molto valore per qualcuno, e quotazioni che seguono le leggi di mercato (determinazione del prezzo al punto di incontro della curva di domanda e di quella di offerta... piu' mercato di cosi'...).

Mi sento di capovolgere il tuo discorso pero' nel senso di dire: bene, proprio perche' questa e' musica "fuori dal mercato" (qualsiasi cosa significhi) allora sono ancora piu' contento di contribuire. Pagandola, trasmettendola alla radio, parlandone in un blog.

C'e' davvero bisogno che io, Fabio Barbieri, trasmetta alla radio i Wilco e la ristampa quintupla di Nevermind? Che ne parli in un blog?

O faccio un servizio migliore alla musica adoperando i mezzi che ho a disposizione per provare a fare conoscere il Dufay Collective e i Necks?

Musica fuori mercato, forse, ma che davvero vorrei che chi passa di qui e ascolta Prospettive Musicali sostenesse, senza usare file sharing, investendoci tempo e perche' no, qualche soldino (che verrebbe dirottato "fuori mercato": benissimo!).

[Rispetto al progetto al quale tutti e tre stiamo lavorando (nota di servizio) oggi provo a chiamare Agostoni e a capire se riusciamo a realizzarlo. Alessandro, Gigi e io ci contiamo molto].

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

Fabio, se il problema è la sensualità posso essere anche d'accordo con te ma allora a qualsiasi supporto preferisco il concerto che è davvero molto più sensuale.
quanto alla musica su pc, basta collegarlo alle casse dello stereo e il gioco è fatto, io a volte sinceramente non mi accorgo nemmeno della differenza e guardando alcuni film pare di essere al cinema con l'effetto surround...

chi è dentro e chi è fuori dal mercato della musica?
come in molti altri casi, ovviamente, il confine non esiste o se esiste è molto affollato.
però io per mercato intendo proprio "economia di mercato", capitalismo e via dicendo.
e per "musica nel mercato" intendo proprio un prodotto che viene pensato per il solo scopo di essere venduto in grande quantità me a prescindere dal suo valore artistico.
poi si può stare a discutere per ore su chi lo è e chi no, però io questa differenza la sento tutti giorni sulla mia e altrui pelle.
anzi soprattutto sulla pelle di gente assai più titolata di me e che vedo subire le stesse cose, soprattutto in Italia ma a volte anche fuori.
e mi stupisce che Cutler, che per me è un eroe del "non-mercato" e un antesignano di molteplici esperienze di autogestione, esprima quelle posizioni che io trovo, lo ripeto, molto simili a quelle che potrebbe esprimere, che so, Caterina Caselli che, lo si voglia o no, è anch'essa un'indipendente.
vi propongo anche quest'altro punto di vista che mi sembra assai più ragionevole e si tratta di un'altra artista indipendente da sempre (proprio autogestita) e che passa la sua vita in tournée, dando tra l'altro lavoro a parecchie altre persone:

http://www.youtube.com/watch?v=1ZtgtVfESck

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Ho sentito quello che dice Ani Di Franco, e anch'io la trovo ragionevole, proprio per quel suo prendere atto della realta' senza paraocchi.

Sottolinea pero' due cose che mi sembra che abbiamo detto anche qui. La prima e' la sostanziale differenza tra copiare un disco per cheer up (come dice lei) i nostri amici; e invece il file sharing di massa.

La seconda osservazione e' che lei dice di essere contenta che i suoi ascoltatori paghino, intenzionalmente perche' potrebbero farne a meno, la sua musica. E sottolinea che proprio perche' i suoi ascoltatori hanno una coscienza sociale, pagano cio' del quale usufruiscono.

Quindi non mi sembra che contraddica quello che diciamo qui, e nemmeno che suggerisca implicitamente di fare file sharing. Prende atto del fatto che e' una possibilita' tecnica, e che le case discografiche hanno deciso di combattere frontalmente il fenomeno, anziche di scendere a patti. E che, infatti proprio per questo, hanno perso.

(Vado a capo).

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Sulla questione "sensualita'". La musica e' un grande piacere: che coinvolge la sfera della conoscenza intellettuale cosi' come quella delle emozioni.

Quindi si', l'elemento "sensualita'", come la chiama Amanda Brown e' sicuramente centrale, quando si parla di musica.

Quello che dici a proposito di concerti che sarebbero piu' "sensuali" dell'ascolto di musica registrata puo' essere vero per molti, ma non sono sicuro che lo sia per me.

Ti posso fare decine di esempi di concerti nei quali mi sono mortalmente annoiato.

Con la musica registrata, annoiarsi e' tecnicamente impossibile. Se ti sta stancando, cambi. Ieri mattina, per dire, mi sono svegliato ascoltando un libro di madrigali di Gesualdo da Venosa, poi sono passato ai Konono No. 1 e prima di uscire mi sono concesso una cantante folk americana (Abigail Washburn, su Rounder).

Il piacere, per me come ascoltatore, nasce dal mischiare esperienze di ascolto molto diverse (avendo in generale un attention span bassissimo), come forse avrai constatato ascoltando Prospettive Musicali quando lo conduco io.

Un'altra esperienza che trovo molto appagante dal punto di vista sensoriale (molto piu' di un concerto) e' ascoltare musica in viaggio, mentre scorrono davanti a me strade, case, persone.

Ma adesso sto andando decisamente fuori tema, o forse ne sto introducendo uno del tutto nuovo.

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Ho molto rispetto per Ani DiFranco. Tuttavia, prima ancora che iniziasse a parlare ho notato due cose: la prima è che per vedere il video mi sono dovuto sorbire una pubblicità; la seconda è che il sottotitolo la definisce "Grammy Award Winning Singer".
La prima conferma quel che diceva quello scrittore nell'articolo del Guardian: "if the future of digital media is 'free', where does the money come from? While providers such as Yahoo and Google provide free content, at the same time, on every screen, they sell advertising space. The culture (books, films and music) that you find for free on the sites, is not the product, it has no monetary value. The real product Yahoo and Google are selling is something less tangible – it is you. Your profile and that of millions of other consumers are being sold to advertisers. Your hits and clicks make them money".
La seconda mi fa pensare: non so come sia arrivata al Grammy un "indipendente da sempre (proprio autogestita)" ma comunque -- quale che sia stata la strada -- dall'alto di un Grammy si può certamente permettere qualsiasi posizione sul downloading.
A parte ciò, Aldezabal ha ragione: la situazione che descrivevo è già in atto. Anche per questo cerco di andare controcorrente, comprando molti dei dischi che mi piacciono.
Ciao
Alessandro

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

Quando ho letto la parola "sensuale" mi e' venuto in mente una persona veramente sensualissima che ha l'opera omnia di Proust in multipli libri brossurati e che tiene religiosamente sullo scaffale. Mentre un altro veramente poco sensuale che se ne va a leggere la copia gualcita in biblioteca... (Hei! Lo scrittore dovrebbe essere remunerato del suo lavoro! Chiudiamo le biblioteche!) E un altro che (orrore!) si legge la copia in ebook, altrettanto gratuito e craccato

Il modello di pagare 40,000 lire in disco ha fallito. La reazione di molti e' stata "ma ci prendete per il culo?" ed e' cominciato un movimento dal basso, di protesta. Simile ai looters di Londra. Finché non si propone un nuovo modello, un po meno devastante per l'ascoltatore, si continuerà bellamente a scaricare, e dal punto di vista della comunicazione le case discografiche faranno comunque la figura dei Windows di turno. Il modello spotify, a cui aderiscono in tanti, e' una via d'uscita, 10£ al mese e pedalare.

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

eh beh, Ani è indiscutibile, oltre che molto sensuale, e più o meno ci mette d'accordo tutti.
perché sia arrivata al Grammy non lo so, quel che è certo è che lei ha pubblicato il suo primo disco con la sua etichetta e da allora non ha mai smesso, anzi ha permesso ad altri di incidere, esordienti e non.
un'altra cosa che ho scoperto, grazie ad un'amica informatissima facente parte del nuovo forum italiano a lei dedicato, è la scritta, che si commenta da sola, apposta su tutti i suoi dischi fin dalle origini:
"Unauthorized duplication, while sometimes necessary, is never as good as the real thing".
Ani, santa subito!

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

E poi c'e' chi si compra la Recherche nella versione Einaudi tascabili e ogni tanto se ne va a rileggere dei passi.

E magari gli fa piacere averla nella propria libreria, perche' ama tenere i libri che gli e' piaciuto leggere, in una versione da 10 euro a volume e tutti sottolineati (esperienza sensuale anche sottolineare i libri, per esempio).

Che il modello di pagare 40mila lire un disco abbia fallito e' un dato di fatto, sul quale credo che siamo proprio tutti d'accordo, tranne chi si rifiuta di vedere la realta'.

I temi dei quali stiamo discutendo sono a valle di quello che giustamente osservi Andrea.

Per riassumerli, stiamo ponendoci due domande, alle quali stiamo dando risposte diverse.

La prima e': e' davvero la stessa cosa possedere un disco originale o scaricarne una copia? E tu hai dato la tua risposta.

La seconda domanda e': c'e' ancora un futuro per la musica di qualita' (indipendente, perche' della musica di mercato come la definisce Aldezabal non importa un fico secco a nessuno di noi) se essa non viene pagata?

Chris Cutler e Amanda Brown dicono di no.

Tu cosa rispondi?

I looters di Londra, che citi come esempio di un movimento virtuoso di protesta che parte dal basso, hanno danneggiato molti negozi indipendenti e bruciato case di persone decisamente non abbienti.

E invece nella City e a Bond Street non sono mai arrivati...

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

La frase di Ani Di Franco io la interpreto comunque come un invito (di grande gentilezza e tatto) a non scaricare la sua musica se non strettamente necessario.

Credo che prenda in considerazione anche circostanze particolari di poverta' e bisogno, ma che non apprezzerebbe se quelli di noi che conosco personalmente (e i commentatori di questo post che conosco personalmente sono ricercatori, giornalisti e insegnanti universitari) scaricassero la sua musica senza pagarla.

O interpreto male?

lunedì, 26 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

Prima domanda Su originale e copia: secondo me è la stessa cosa, ma personalmente sono anche contro il feticismo estremo di copertine, manualetti ecc ecc
Futuro per la musica di qualità? Secondo me ce n'è più adesso che una volta, di sicuro artisti di nicchia possono farsi ascoltare più facilmente oggi che coi vinili

martedì, 27 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Quindi immagino che Andrea, essendo contro il "feticismo estremo", non abbia libri in casa ma solo fasci di fotocopie tenute insieme con lo spago, uscite da una fotocopiatrice con il toner quasi finito o stampate da un computer dopo averle impaginate male, con caratteri da pubblicità della palestra sotto casa, su carta schifosa.
Gli "artisti di nicchia possono farsi ascoltare più facilmente oggi che coi vinili"? In teoria sì ma in pratica come scovarli tra i milioni di siti di artisti "non di nicchia"?
Ai tempi dei vinili avevamo i nostri canali al di fuori dei distributori ufficiali, ci facevamo arrivare i cataloghi per posta e li usavamo per ordinare dischi che ci arrivavano anch'essi per posta, con copertine e inserti che nessuno accusava di feticismo perché all'epoca il feticismo era solo "interesse erotico deviato e concentrato solo su parti del corpo o del vestiario" e già su quel "deviato" c'era chi aveva da ridire.
C'erano anche dischi che "compravamo" prima che venissero registrati, in modo che i musicisti potessero mettere insieme i soldi per pagare lo studio e i costi di produzione; in cambio, quei dischi ci arrivavano in esemplari numerati e firmati: non solo originale e copia non erano la stessa cosa ma addirittura ogni esemplare recava scritto il nome del suo destinatario, che all'epoca non era ancora considerato un feticista perché quella dubbia accezione di "feticismo" non era ancora entrata nel repertorio dei luoghi comuni.
Oggi come diavolo dovrebbero fare gli "artisti di nicchia" a "farsi ascoltare più facilmente" se nessuno è disposto a pagare non dico il disco prima che venga registrato ma neppure il prodotto finito? Chi pagherà lo studio? Le spese di viaggio, vitto e alloggio dei musicisti che parteciperanno alla registrazione? I giorni di prove? L'affitto della sala in cui si svolgeranno?
O le musiche di nicchia che vale la pena sopravvivano sono solo improvvisazioni in duo e di rock di due accordi in quattro quarti, registrati dal vivo come viene viene?
Ciao
a

martedì, 27 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Ma perche' si deve parlare di feticismo estremo? Allora e' feticista estremo anche chi compra un quadro da appendere a una parete, o chi sceglie una camicia di un colore che gli piace? O il feticismo estremo riguarda solo chi compra dischi e libri?

Dove inizia e dove finisce questo feticismo estremo?

"Di sicuro artisti di nicchia possono farsi ascoltare più facilmente oggi che coi vinili".

Aspetta, stiamo parlando di quantita' o di qualita'? Perche' a livello quantitativo quello che dici Andrea non fa una piega.

Ma noi (Cutler, Brown, Alessandro, Aldezabal, io) stavamo facendo un discorso sulla qualita'. Qualita' dell'esperienza di ascolto.

Stiamo attenti a non confondere le due dimensioni. Se si parla di quantita' ti do ragione al 100%. Ma se si parla di qualita' allora mi sembri fuori strada, a meno che nella approssimazione di tanti siti Myspace tu senta una qualita' che io proprio non riesco a cogliere.

martedì, 27 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

secondo me la posizione di Andrea è la più spontanea qui dentro, non essendo, che io sappia, né un musicista né un addetto ai lavori.
questo al di là dell'essere o meno d'accordo con lui.
io per parte mia mi astengo dall'intervenire su questa nuova questione della qualità e della quantità perché è una questione che mi tocca troppo da vicino perché io possa parlarne serenamente e anche se riuscissi a farlo credo che comunque mi tocchi troppo da vicino perché io possa parlarne senza che qualcuno pensi che quello che dico è condizionato dalla mia esperienza personale.
e poiché odio quando le discussioni prendono questa piega preferisco fermarmi prima, anche se so di essere tra brave persone, diciamo che sono mie paranoie derivate da precedenti esperienze in rete che nulla hanno a che fare con questo blog.

io difendo il file sharing perché mi pare un'occasione per allargare la conoscenza e la quantità di coloro che vi possono accedere.
e se il prezzo da pagare è il fatto che qualcuno se ne approfitta o che altri perdano il 15% del loro fatturato, beh, mi pare un prezzo ragionevole.

buon proseguimento.

martedì, 27 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

faccio un esempio, che per chi non vuole sentire non c'entra niente. Sono anche io in un certo senso un addetto ai lavori, dato che scrivo e pubblico articoli scientifici. Chi vuole leggere un mio articolo deve (dovrebbe) pagare $15. In circa otto anni di questa professione ho totalizzato $0. Questo limita la produzione d articoli scientifici, da parte mia o di altri? Non proprio. La qualita' scende se uno non viene pagato? no, perche' il modello su cui e' basata la produzione scientifica assume che piu' gente legge le mie pubblicazioni, piu' il mio status si rafforza, e piu' gente verra' ai miei talk (concerti), e piu' progetti verranno approvati (marketing post-concerti). C'e' ancora bisogno dei libroni brossurati degli "atti del convegno", o basta una copia? Ovviamente la seconda. Ciascuno ha la sua attitudine di fronte a ste cose, conosco gente che si tiene i fumetti nelle bustie di plastica, o si spolvera i libri del dungeons&dragons, o si legge i libri senza aprirli troppo altrimenti la spina si rovina. Io mi son letto recentemente i fratelli karamazov sul kindle e ne ho tratto un gran godimento lo stesso, e chi mi conosce mi regala i buoni itunes o un ebook.

Ah, e per sgomberare il campo da (quasi) accuse: personalmente io ho l'abbonamento spotify, che fino a prova contraria e' un servizio legale

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

A me sembra che i musicisti che lavorano in autogestione perdano ben più del 15% del loro fatturato: perdono la possibilità stessa di incidere dischi, perché -- a differenza dei ricercatori scientifici -- pubblicare dischi non è un'appendice del loro lavoro ma IL loro lavoro.
Cerco di spiegarmi: Andrea dice "piu' gente legge le mie pubblicazioni, piu' il mio status si rafforza, e piu' gente verra' ai miei talk (concerti), e piu' progetti verranno approvati (marketing post-concerti)".
Ma se un musicista si produce i propri dischi da sé, non c'è nessuno che possa "approvare" i suoi progetti e quindi finanziarli: se li deve approvare e finanziare da sé.
Quindi il fatto che, una volta pubblicati, li legga (ascolti) un sacco di gente gratuitamente non ha il ritorno che invece ha in campo scientifico e che Andrea molto chiaramente illustra.
Non solo. Se anche Andrea finanziasse personalmente i propri progetti anziché farli approvare da un finanziatore, il paragone non reggerebbe, giacché la lettura di un articolo scientifico è un'attività che non si può "tenere in sottofondo": richiede un interesse specifico e fortemente motivato, tale che è del tutto conseguente che chi nutre tali interessi e motivazioni assisterà anche al suo talk dopo aver letto l'articolo, mentre non è affatto automatico che chi scarica un brano di Pinco Pallino assieme a cento altri -- e lo ascolta in sottofondo (magari a bassissimo volume per non distrarsi troppo) mentre guida o chiacchiera con gli amici o naviga o fa mille altre cose -- vada poi a sentire un concerto di Pinco Pallino se gli capita a tiro.
Se anche ci andrà, il suo comportamento sarà presumibilmente molto diverso da quello del pubblico dei talk di Andrea: non sono un grande frequentatore di talk scientifici ma nei convegni che ho frequentato negli anni (da quelli musicali a quelli su Roland Barthes o sull'informazione-spettacolo) non mi è mai capitato di vedere tre quarti del pubblico che chiacchiera (o telefona) urlando per sovrastare il volume degli altoparlanti, beve, mangia, chiama gli amici, si sposta in continuazione ecc. ecc.
Siamo di nuovo al punto: la musica -- a differenza di una discussione di argomento scientifico -- è spessissimo sottofondo, anche quando (come nel caso dei concerti) si paga per ascoltarla, o meglio per usarla come "situazione" all'interno della quale incontrare amici e dedicarsi a svariate altre attività.
Sulla lettura: certo, se devo farlo per lavoro posso accontentarmi della fotocopia degli "atti del convegno", pur sapendo che la lettura ne risulterà più noiosa e faticosa di quanto sarebbe se il medesimo testo fosse ben impaginato su fogli formato libro anziché stampato su un'unica colonna A4.
Se tu vuoi escludere il piacere da attività come la lettura (o se lo trai dal kindle), fai pure ma non mi pare un buon motivo per chiamare feticista chi non intende fare altrettanto.
Io, comunque, non ho abbonamenti né a spotify né ad altri servizi di download: quando scarico musica o altro, lo faccio sempre e solo gratuitamente. Ma se poi un disco mi piace lo acquisto, sempre che si tratti effettivamente di un cd e non di una registrazione live inedita o di un disco introvabile da dieci o cinquant'anni, come la maggior parte delle cose che mio malgrado scarico per poi perdere un sacco di tempo a cercare i nomi dei compositori e dei musicisti, gli strumenti impiegati, le date e tutte quelle altre informazioni che per me sono essenziali ma per altri sono solo "manualetti".
Ciao
a

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

E con questo (che sto scrivendo) abbiamo superato la quota 37 commenti raggiunta dal post che diceva Fabio all'inizio.

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

La spiegazione di Andrea e' molto valida, e credo sia suffragata da esempi anche in ambito musicale. Immagino cioe' che, in ambiti musicali che non seguo (e quindi sono sprovvisto di esempi concreti, anzi se ne avete scriveteli pure), esistano casi di musicisti che distribuendo la propria musica in rete gratuitamente e mandando in giro i link a case discografiche, suonando gratis in giro, ecc. abbiano poi ottenuto un contratto discografico.

Questo se volete differisce da mandare in giro demotape fisici come si faceva quando eravamo giovani noi, sia per la piu' spedita velocita' della comunicazione che per la riduzione dei costi.

Ma vi faccio un altro esempio allora, per dimostrare quello che Alessandro e io sosteniamo.

Quando io mi laureai, anno accademico 1989 - 90, e mi misi a cercare lavoro, iniziai a mandare in giro curricula. Il processo si articolava nei seguenti passi:

1) Li scrivevo al computer dell'universita' perche' allora quelli che avevano un PC erano ancora pochi

2) Li copiavo su un floppy disc

3) Con il mio floppy disc andavo alla copisteria, dove avevano le stampanti

4) Chiedevo di farmene 50 copie, che naturalmente pagavo, tipo 100 lire a copia

5) Poi andavo a comprare 50 buste, una risma di fogli bianchi e 50 francobolli da lettera

6) Poi si trattava naturalmente di scrivere una lettera di accompagnamento, e all'epoca si diceva che una breve lettera scritta a mano aggiungeva un tocco personale (scrivo a voi perche' e' da quando avevo 5 anni che sogno di lavorare per la vostra azienda). Scrivevo quindi 50 lettere, tutte a mano

7) Infine andavo alla posta e spedivo.

Oggi, fa quasi ridere.

Ma ti dico una cosa, che oggi suona incredibile. Le aziende, allora ti rispondevano.

Sembra incredibile eh?

(Vado a capo)

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Ti mandavano una risposta. In genere, certo, era "Gentile dottor Barbieri, la ringraziamo per averci contattato. I suoi dati sono stati inseriti nei nostri terminali e sara' nostra cura contattarla non appena una posizione in linea con le sue apsirazioni professionali si rendera' disponibile".

E non era raro che poi lo facessero davvero, ti contattassero, ti chiamassero per un colloquio. Addirittura, anche qui sembra stia parlando di preistoria, se gli piacevi tu neolaureato ti mettevano davanti un contratto a tempo indeterminato, da firmare quando volevi.

Pazzesco vero?

E sapete perche' succedeva, e perche' adesso non succede piu'? Risposta di chi e' arrivato fino a qui: si', per il controllo dei costi, ecc.

Ma vi siete mai chiesti da cosa dipenda questo controllo dei costi che implica che nessuna azienda si preoccupi piu' di dirti crepa se mandi un curriculum e che se proprio proprio gli piaci ti offrano un contratto di tre mesi?

Da tante cose, certo, troppissime per un commento. Ma soprattutto dal fatto che questo modello economico di mercato (che coinvolge anche la musica, perche' la distribuzione musicale poggia sovrastrutturalmente come direbbero i marxisti sulla struttura economica) non funziona.

Siamo ormai vittime (consapevoli o no, perche' poi c'e' chi non ha ancora capito che questa e' la fine del sistema capitalista, e senza che si intraveda un'alternativa) di quel fenomeno di avvitamento verso il basso ben descritto, ormai 15 anni fa nel classico saggio "Contro il capitale globale" dei sindacalisti americani Jeremy Brecher e Tim Costello (che vi invito a rileggere, fu tradotto ai suoi tempi da Feltrinelli e immagino si trovi a poche lire).

Sottopagare i lavoratori, non pagare i musicisti, non comprare i libri, leggere solo i giornali online o la carta igienica che distribuiscono gratuitamente (qui Metro, Evening Standard, ecc.) genera, per restare al caso nostro specifico, l'impossibilita' per musicisti validi come Cutler e tanti altri, di registrare professionalmente la loro musica.

E a tante altre conseguenze che conosciamo bene, se viviamo su questo pianeta nel 2011.

Quindi si' Andrea, io ti ascolto e ti leggo con attenzione.

Ma vediamo di cogliere le conseguenze complessive del nostro agire.

Non limitiamoci al tornaconto quotidiano, cerchiamo di guardare oltre, alle implicazioni di medio periodo almeno.

A me sembra assurdo celebrare la fine delle case discografiche o delle case editrici, o di tanti giornali (vai a vedere Page one al Ritzy, proprio vicino a casa tua).

Perche' nel bene e nel male le case discografiche hanno garantito a molti artisti eccellenti di farsi sentire, registrando la propria musica in modo professionale, e distribuendola capillarmente nel mondo.

E come sempre accade, i primi a fare le spese della crisi, sono gli indipendenti, i piccoli...

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Anonymous arte said...

...Pant!

(nel senso di esclamazione fumettistica e non del vocabolo inglese)

Interessante discussione peró.
Vedi Fabio che il blog regge?

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Si' Arte, con mia grande gioia. I lettori sono decisamente meno di un tempo, ma la qualita' degli stessi e' molto migliorata.

Tutti quelli che commentano i post musicali sono, come si dice, operatori del settore. E Shinystat segnala parecchie visite che arrivano ogni giorno da server importanti. Tra i piu' frequenti: il Gruppo L'Espresso, la RAI (e immagino si tratti di Radio 3, non della redazione di Antonella Clerici), molte universita', e naturalmente Radio Popolare.

Ho di che ricredermi, avete ragione voi.

Vorrei che Engadina Calling diventasse sempre piu' un luogo, come si diceva ai nostri tempi, plurale e collettivo, di scambio.

Se avete suggerimenti, sono benvenuti.

Insomma, non fatemi parlare da solo, perche' mi annoio :)

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

Mi ero ripromesso di non intervenire più anche perché direi cose già dette. Vorrei sorvolare sulle imprecisoni sulla ricerca scientifica (che sarebbero solo un'appendice della nostra professione, ma tutti quelli che conosco preferirebbero fare "solo" ricerca, come un musicista vorrebbe fare "solo" musica, ma nessuno ti paga per fare solo.ricerca)

Una domanda per Fabio: Quando hai scritto le 50 lettere a mano, hai forse preteso che ti pagassero per averlo fatto? Di sicuro no, ma quello ti ha segnalato come un potenziale impiegato attento e creativo.

Poi: interessante che non si discuta anche dell'articolo che ha generato la reazione di Cutler, http://www.thewire.co.uk/articles/6445/. L'ho letto solo adesso, e sono molto d'accordo con il contenuto. C'é anche un riferimento a fetish!

Infine ho detto che sono contro il feticismo estremo. Da qui a capire che siete dei feticisti perché comprate i dischi ce ne passa...

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Non mi e' chiarissimo il senso della tua domanda, soprattutto nel contesto del discorso Andrea.

L'invio dei curricula e' un'operazione di comunicazione della propria esistenza, esperienza, competenze, finalizzato a ottenere un lavoro remunerato. La finalita' e' quella di ottenere una remunerazione, certo che si'.

Ma ci dev'essere chi quel curriculum lo riceve, lo legge, non lo butta via, lo passa a un collega, ecc.

E invece, se l'azienda chiude, il lavoro chi me lo da'? E quindi, se la casa discografica chiude, il lavoro al musicista chi lo da'?

Questo e' il senso del mio esempio.

L'articolo di Goldsmith l'avevo letto a suo tempo e l'ho riletto adesso.

Su alcuni passaggi sono d'accordo anch'io (quando dice ad esempio che se la musica non viene condivisa, lui non e' interessato). Non fossi d'accordo, non avrei un programma radiofonico e un blog musicale.

Ma va distinta la circolazione della musica rispettosa dei diritti di proprieta' intellettuale e invece quella che non la e'.

Ora, affrontare il tema della proprieta' intellettuale con te che sul tema hai scritto paper che sono stati presentati nelle piu' prestigiose universita' inglesi e in giro per il mondo dagli Stati Uniti al Giappone al Brasile, e' per me impresa improba e mi fermo qui.

(Anzi, vado a capo).

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Non ho mai detto che la ricerca scientifica sarebbe solo un appendice: mi riferivo invece alle pubblicazioni, dicendo che per i musicisti "pubblicare dischi non è un'appendice del loro lavoro ma IL loro lavoro". Se l'idea che le pubblicazioni siano un'appendice della ricerca scientifica è un'imprecisione, mi si rimproveri questa imprecisione, anziché quell'altra di cui non mi sono reso colpevole.
Andrea si dice d'accordo con il contenuto "dell'articolo che ha generato la reazione di Cutler".
Francamente speravo di no: "I’ve got more music on my drives than I’ll ever be able to listen to in the next ten lifetimes. As a matter of fact, records that I’ve been craving for years (such as the complete recordings of Jean Cocteau, which we just posted on Ubu) are languishing unlistened-to. I’ll never get to them either, because I’m more interested in the hunt than I am in the prey. The minute I get something, I just crave more".
E questi sono quelli che di permettono di dare dei festicisti agli altri (elegantemente, certo: dicono di se stessi che erano feticisti in passato, quando compravano i dischi anziché scaricarne senza soste)?
Ma evidentemente sono persone cui (a differenza che ad Andrea, almeno per l'impressione che me n'ero fatto) non è mai importato nulla della musica o quanto meno non importa più: "the ways in which culture is distributed have become profoundly more intriguing than the cultural artifact itself. What we’ve experienced is an inversion of consumption, one in which we’ve come to prefer the acts of acquisition over that which we are acquiring, the bottles over the wine".
a

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Sono d'accordo: è raro vedere persone di lingua italiana che discutono così civilmente pur da posizioni così divergenti.
a

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

La cosa piu' importante in tutto questo e' che vorrei che tu non ti fossi ripromesso di non intervenire piu' perche' ti senti offeso.

Anzi, ti prego di darmi conferma che non e' cosi'.

Io vorrei, piu' di ogni altra cosa, che questo blog fosse un luogo di discussione accogliente per tutti, in modo speciale per chi, divergendo a volte dalle mie opinioni, mi da' un'enorme opportunita' di riflettere.

Per questa opportunita' ringrazio, e lo faccio con sincerita' e di cuore, chi mi concede questa possibilita' di miglioramento e di crescita, o semplicemente di considerare un punto di osservazione diverso.

La qualita' degli interventi che sto leggendo e' superlativa, indipendentemente da quanto sono personalmente d'accordo o meno.

Sono interventi articolati e ben documentati.

Poi, come sempre accade, sembra che ognuno sia rimasto sulla propria posizione, ma questo solo perche' non si ha avuto abbastanza tempo per riflettere a fondo, a volte. E di materia per riflettere ne stiamo generando tanta, tutti insieme.

E' questa la cosa importante, bella, e che tiene Engadina Calling aperto e vivo.

mercoledì, 28 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

I nuovi esempi proposti da Andrea mi confermano che continuiamo a non capirci.
Chi sviluppa software open source -- ci dice in sostanza Andrea -- non ha retribuzione monetaria ma "manda un segnale" di "competenza e professionalità (...) con un beneficio di lungo termine molto piu' appetibile", così come gli avvocati che fanno "la gavetta" e grafici che fanno stage presso grandi aziende.
Ok ma cosa c'entrano i musicisti? Le differenze niente affatto secondarie sono che:
* sviluppatori di software, avvocati tirocinanti e grafici stagisti non hanno spese, se non quelle necessarie al proprio sostentamento (e quindi si suppone che facciano anche lavori retribuiti o siano ricchi di famiglia o abbiano il papà o la mamma che paga), mentre la registrazione di un disco ha costi elevati, soprattutto se si va in studio con musicisti in carne e ossa che suonino anche strumenti non elettronici. Chi paga?
* I musicisti "di nicchia" di cui stiamo discutendo sono per lo più anche i discografici di se stessi: hanno case discografiche autogestite con le quali pubblicano i propri dischi. Non devono farsi notare da case discografiche che -- apprezzandone la competenza e la professionalità (qualità peraltro ben poco apprezzate nell'industria discografica, che cerca semmai la vendibilità, l'appetibilità commerciale dei prodotti) -- propongano loro un contratto. E nel caso di Cutler e di altri intervenuti nel dibattito di The Wire, la gavetta e il "farsi le ossa" sono esperienze di quarant'anni fa.
Il "modello remunerativo per gli artisti" creato dalle case discografiche non li riguarda e non li ha mai riguardati (neppure quando gruppi come Henry Cow o Hatfield and the North, negli anni settanta, incidevano per la Virgin, che li mandava a registrare negli studi Virgin e poi addebitava loro i costi e percepiva le royalties al posto loro fin quando queste non avevano coperto tali costi).
Anche l'esempio degli artisti che "alla fine dei loro concerti vendono i loro dischi su cui possono fare un profitto piu' alto" riguarda quelli che incidono per case discografiche non loro, giacché se vendi un disco autoprodotto il profitto è lo stesso sia che tu lo venda per posta (a meno che il prezzo con comprenda postage&packing) sia che tu lo venda a un concerto.
E i Radiohead si sono potuti permettere quello che hanno fatto perché sono superstar mondiali, non artisti "di nicchia".
Insomma, il modello "sono un artista e voglio essere pagato dalla casa discografica per il lavoro che faccio" non è assolutamente quello di cui stavamo parlando.
Semmai il modello è "sono un artista che registra e pubblica dischi sostenendo di persona spese ingenti: se la musica deve circolare gratuitamente (che io lo voglia o no), dove troverò il denaro necessario a consentirmi di pagare lo studio di registrazione e i musicisti che prenderanno parte alle sedute e alle prove (ecc. ecc.)?".
E questo nell'ipotesi in cui il musicista si nutra d'aria e dorma sotto ai ponti, cioè non debba vivere del proprio lavoro ma solamente pagarne le "spese vive": altro che "segnalarsi come migliori della competizione"!
Ciao
a

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Alessandro non capivo a cosa ti riferissi, poi ho trovato un commento di Andrea nella posta, che per misteriose ragioni di Blogger non appare qui.

Lo ricopio di seguito:


altro esempio allora: nella ricerca che faccio, analizzo il software open source. In due parole, in questo tipo di modello di sviluppo il prodotto finito non solo non ha nessun prezzo, ma gli sviluppatori di questo codice non hanno nessuna retribuzione monetaria. E' perfettamente accettabile per costoro non essere pagati per produrre qualcosa che ha un valore a volte maggiore dell'alternativa commerciale (vedi linux, o firefox, o centinaia di altri prodotti gratuiti). Dal punto di vista micro-economico la situazione e' apparentemente paradossale: in un regime di individui razionali, nessuno comincerebbe mai un prodotto open source senza remunerazione, per paura del free-riding, per la tragedia dei beni comuni ecc ecc.

la mia domanda "fuori luogo" sulle lettere e i francobolli era un vago tentativo di passare il messaggio: uno quando produce un CV ben fatto e lo manda via posta, non cerca mica retribuzione diretta per quello che fa, ma manda un segnale che prova a distinguerlo dalla massa di altri potenziali candidati. Cosi come gli sviluppatori open source mandano un segnale di competenza e professionalita' contribuendo a un progetto senza remunerazione diretta, ma con un beneficio di lungo termine molto piu' appetibile (molti citano questa esperienza direttamente nel loro CV). Ed e' cosi' anche per gli studi degli avvocati, dove i primi mesi un apprendista non piglia nulla, ma "si fa la gavetta". Ed e' cosi per i graphic designer che lavorano gratis per le grandi aziende di comunicazione durante i periodi di internship. La simple economics of open source (ma non solo) e' spiegata in 40 agili paginette qui http://www.hbs.edu/research/facpubs/workingpapers/papers2/9900/00-059.pdf

tornando a bomba sulla questione musica, sono convinto che questo mercato sia stato drogato (apposta) dalle grandi case discografiche, che hanno creato un modello remunerativo per gli artisti che si e' rivelato insostenibile nel lungo termine. Ricordo di aver scartabellato nella collezione di CIAK di mio fratello e di aver visto il costo della videocassetta di Terminator a 150,000 lire. Anche i dischi sono stati fatti passare di fatto come beni di lusso e messi a prezzi improponbili. Adesso questo modello e' definitivamente crollato, e mi sembra abbastanza inutile cercare di metterlo insieme con la colla. Invece di ripetere come indottrinati che stiamo rovinando gli artisti in primo luogo, e soprattutto quelli di nicchia, a me sembrerebbe piu' produttivo provare a inventarsi nuovi modelli per sostenere gli artisti che ci piacciono: di solito alla fine dei loro concerti vendono i loro dischi su cui possono fare un profitto piu' alto? allora sono d'accordo a comparne una copia. Paghi quello che vuoi per scaricare i radiohead? molti li hanno derisi ma e' solo il primo tentativo. Insomma, il modello "sono un artista e voglio essere pagato dalla casa discografica per il lavoro che faccio" purtroppo non funziona piu come una volta. Fare circolare liberamente la propria musica e segnalarsi come migliori della competizione io non solo lo concepisco meglio perche' lo vivo e lo studio, ma lo trovo anche piu' intelligente nel lungo termine.

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

oggi, mettendo in ordine, mi sono casualmente imbattuto in questo:

"Farsi invitare dal direttore è relativamente semplice: basta fargli capire che non si esigerà alcun compenso, che basta, a un giovane, l’onore di vedere la propria firma su quelle stesse colonne che ogni mattina egli acquista all’edicola (non è vero, il giornale lo legge al caffè) e
che segue con estrema attenzione (falso anche questo: scorre, al massimo, gli articoli del direttore, e dà un’occhiata ai titoli più grossi). Come sarà arrivato nello studio del direttore? Presto detto: ce lo avrà portato un giovane professore incaricato di letteratura italiana
con interessi di varia umanità, e specialmente cinematografica.
Costui, che fra l’altro cura le recensioni dei film programmati nei sette cinema cittadini, si sarà
convinto di aver scoperto, in quel giovane studente di scienze biologiche, una sicura promessa per le patrie lettere.
È conveniente non ricevere alcun compenso? Certo: il giornale paga di solito malissimo, più di cinquemila lire non darebbe, e allora meglio nulla che poco. Questo vale in ogni caso: chi regala è un signore, chi si fa
pagare male è un pitocco."

Luciano Bianciardi, 1966

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

prospettive: su tutti i punti che sollevi io trovo delle imprecisioni e incorrettezze. probabilmente dovremmo sederci attorno a un tavolo e discutere di persona.Io a questo punto getto la spugna e invoco sante licheri

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Posso pero' fare un'osservazione?

Facciamo attenzione, tutti, a non cadere nel gioco intellettuale di rispondere commentando parola per parola quello che ha detto chi ha parlato prima di noi, perche' rischiamo cosi' di girare in tondo.

Fatemi fare un paio di commenti, e se cado nell'errore del quale sopra, ditemelo.

1) Di fronte a me, in questo momento, c'e' la mia libreria, che occupa una parete del mio appartamento londinese, dal pavimento al soffitto.

Ci sono due tipologie di volumi:

a) Libri (saggi e narrativa) che ho letto

b) Cataloghi di mostre che ho visitato.

I libri che ho letto sono, nel 90 - 95% dei casi, tascabili, perche' e' questo il formato che preferisco. Tutti sottolineati e molti con annotazioni a margine scritte a matita.

A casa di Alessandro, ho visto intere pareti di dischi, tutti sentiti, molti con dentro un post-it con i titoli o il numero delle tracce che sono stati trasmessi o varrebbe la pena di suonare a Prospettive Musicali.

Io non vedo davvero cosa c'entri tutto questo con chi tiene i fumetti nel cellophane o con chi compra la videocassetta di Terminator a 150 mila lire o con chi mostra con orgoglio l'edizione antica a profili dorati e rilegata in pelle della Recherche.

Smettiamo davvero tutti quanti di parlare di quel modello, perche' non appartiene a nessuno di noi, e in quanto tale nessuno di noi ne sa scrivere con competenza di sorta.

2) Questo blog e' aggiornato da tutti noi in modo totalmente gratuito. Perche' ne traiamo distrazione, piacere, un'opportunita' di espressione delle nostre idee, ecc.

Vorrei specificare che, infatti, il mio lavoro non e' quello di scrivere un blog, e con questo blog non mi mantengo.

Il caso pero' vuole che alcuni individui abbiano scelto come professione quella del musicista, alcuni una quarantina di anni fa. L'assunzione era quella di ricavarci di che vivere e, con qualche sacrificio ci sono riusciti.

Questo, fintantoche' funzionava lo scambio musica contro (vil finche' si vuole ma necessario per il sostentamento) denaro.

Certo, da un disco venduto si faceva una, due copie per i nostri amici, alcune tracce potevano finire su un mixtape.

Ma il fenomeno non danneggiava troppo i musicisti, perche' la copia in piu' aiutava a fare girare il nome.

(Aspettate che vado a capo).

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Il problema nasce quando i musicisti non sono piu' nelle condizioni di produrre la loro musica.

E succede. Magari DJ Vattelapesca non ha di questi problemi, perche' in 5 minuti scrive e incide una traccia e la mette in rete, tutto col suo PC (in genere si tratta di un remix che resta memorabile fino alla mattina successiva).

Ma per altri musicisti, l'impossibilita' di pagarsi una sala di registrazione e un produttore e eventualmente dei turnisti (perche' non rientrerebbero nei costi) e' una barriera insormontabile, che nasce proprio nel momento nel quale il file sharing permette di fare 1000 copie da una sola.

Su questo siamo tutti d'accordo? Cioe' questa barriera siamo tutti consapevoli che esiste?

E come reagiamo? Ce ne facciamo un baffo e ci abituiamo a sentire il remix di DJ Vattelapesca, abbracciando in pieno la cosiddetta modernita'? O ci preoccupiamo che i musicisti di cui sopra possano continuare a incidere?

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Mando subito il link a Sante. Tra una lite di condominio per il cane che piscia in ascensore e il supermercato che ha venduto la cicoria scaduta, sono sicuro facciamo la nostra porca figura.

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Caro Fabio, temo che l'eventualità che i musicisti di cui sopra possano continuare a incidere sia l'ultima delle preoccupazioni di chi, come Kenneth Goldsmith, si vanta di essere enormemente più interessato a scovare siti da cui scaricare dischi che ad ascoltare i dischi che ha scaricato.
Non so perché ma mi sembra di cogliere una parentela tra quel modo di pensare e il sentirsi dire che hai scritto un sacco di "imprecisioni e incorrettezze" ma non quali... E' un po' come se qualcuno se ne uscisse con un: "Mi hanno detto che tu... No, niente, niente, dai finta che non abbia detto niente".

Hai ragione, Fabio: rispondere commentando parola per parola quello che ha detto chi ha parlato prima di noi non è il più piacevole di metodi dialettici. Ma è pur sempre preferibile al rispondere commentando parole e concetti che nessuno ha detto come se invece fossero stati espressi.

Prima pedalando pensavo: ma se gli unici dischi che si sarà disposti a pagare saranno quelli venduti dai musicisti dopo i concerti, bisognerà che facciano concerti in ogni singola località in cui vive un potenziale compratore? E quelli che (cone Wyatt, per dirne uno) non fanno concerti dovranno smettere di incidere dischi?

Grandiosa la citazione di Bianciardi: da quale libro?

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger lophelia said...

mi aspettavo 55 commenti sui Rem. Qualcosa è decisamente cambiato, anche sui blog.

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Che ci fa una donna qui? :)

Su 55 commenti sei la prima che cita i REM Lophelia.

Pero' mi piace quando i post vivono di vita propria, specie se seguono percorsi logici, e in questo caso e' successo, indipendentemente dalla mia intenzione.

Resta vero quello che abbiamo detto mille volte dal 2004 a oggi: il blog e' una serie di messaggi in bottiglia. Chi li legge li interpreta, facendoci scoprire angolazioni alle quali chi li ha scritti non aveva ancora pensato.

Continuo a pensare che sia un medium di condivisione fantastico.

giovedì, 29 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

la citazione di Bianciardi viene da un articolo scritto per la rivista ABC, raccolto poi da Stampa Alternativa in un fascicolo, scaricabile in rete gratuitamente, intitolato: "come si diventa un intellettuale" e anche in un altro, più ampio, intitolato: "Non leggete i libri, fateveli raccontare".

Wyatt non lo tirerei fuori in questa discussione, è un caso quasi unico di musicista realmente danneggiato dal non guadagnare sui dischi che è la sua unica occupazione.
ma secondo me lui non se ne fa un cruccio, sarebbe interessante sapere la sua opinione...

venerdì, 30 settembre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

dimenticavo, info sul Grammy di Ani Di Franco: l'ha vinto per il packaging dell'album "Evolve".
non mi pare ci sia da aggiungere altro.
in caso si può leggere l'ironico commento sul sito della sua etichetta:

http://www.righteousbabe.com/ani/evolve/grammy.asp

venerdì, 30 settembre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Dato che Wyatt lo incontro per caso tutte le volte che passa da Londra (l'ultima volta quest'estate mentre curiosavamo entrambi al mercato dietro al Southbank) e mi fermo sempre a parlare un po' con quel sant'uomo per raccogliere qualche perla di saggezza che sa sempre dispensarmi, prometto che la prossima volta affronto l'argomento e poi vi dico che ne pensa.

Credo che tu abbia ragione Aldezabal, anche secondo me non se ne fa un cruccio. Ma sentiremo, promesso.

venerdì, 30 settembre, 2011

 
Blogger Andrea said...

dopo averci pensato un po', e a 5,000 miglia di distanza dai precendenti interventi, io la riassumerei cosi:

secondo me ci sono due piani su cui si e' instaurata la discussione, uno legato alla produzione di musica, e una legata alla sua distribuzione.

Ovviamente siamo tutti d'accordo che sostenere gli artisti piccoli (come i cinemini indipendenti, le caffetterie piccole, i ristorantini familiari, i piccoli business, ecc. ecc. ecc...) sia cosa buona e giusta, e sia l'ultimo baluardo di resistenza contro l'avanzata dei tesco, delle standa, del giornale Metro, del burger king, di avril lavigne. Siamo anche d'accordo che un pasto da nando's sia un'esperienza, ma le tagliatelle fatte in casa sono proprio un'altra cosa.

Da un'altra parte si e' discusso di distribuzione: le grandi case discografiche ovviamente fanno un culo cosi ai piccoli, quindi come dite tutti voi per una cantautrice di nicchia non e' facile farsi conoscere oltre che per word of mouth, facendo concerti e cosi via. Le imprecisioni che ho notato in quello che scrive alessandro: un centro di ricerca, sviluppatori di software e gli altri esempi hanno costi di produzione a volte insormontabili, e molti chiudono bottega, o cambiano lavoro, una volta che ne prendono coscienza (o falliscono). Anche le grandi squadre di calcio (e soprattutto qui in inghilterra) fanno una voragine intorno a loro, lasciando le briciole ai piccoli club. L'altra cosa scorretta che ho letto e' che mi sono riferito agli artisti e alle case discografiche: ovviamente lo so che molti sono produttori e distributori di se stessi, e che le case non c'entrano nulla, ma seguivo la scia di Fabio che diceva "Perche' nel bene e nel male le case discografiche hanno garantito a molti artisti eccellenti di farsi sentire, registrando la propria musica in modo professionale, e distribuendola capillarmente nel mondo."

Il peer to peer sta modificando e non poco questo modello: chi ascoltava in vinile Alela Diane (so che tocco un tasto sensibile con Fabio, si chiama captatio benevolentiae :-) continuera' ad ascoltarla tranquillamente. Chi non la conosceva prima invece ha la possibilita' di ascoltarla liberamente, e lei ne acquistera' un ammiratore in piu'. Il peer to peer e' una radio sempre accesa, una radio con uno spazio infinito di accumulo dischi e senza problemi di palinsesto. Il mio punto e' che gli artisti "svegli" cercano di sfruttare questo standard-de-facto, dal punto di vista della distribuzione, chi con la copertina dipinta e numerata a mano, chi con le app che si scaricano da itunes, chi mettendo in prima persona i propri pezzi in rete.

lunedì, 03 ottobre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Un altro nostro concittadino che stimo molto (Scanner) ha appena scritto su Wire un articolo che dice in buona sostanza quello che sostieni tu:

http://thewire.co.uk/articles/7502/.

Alcuni passaggi mi piacciono, ad esempio:

1) "Very early on, I was conscious that music has always centred on a social engagement, commonly in performance, and quite unlike the solitary pursuits of writers or visual artists, working independently in their studios to create unique objects"

2) "Social networking has erased some of these boundaries controlled by the music industry, enabling fans, consumers and the artists themselves to develop an emotional relationship"

3) E soprattutto: "Music isn’t only exclusively about the product, but the experience around it".

Senonche' l'obiezione che sorge spontanea e': Scanner e' in buona sostanza un laptop artist, con costi di produzione minimi.

Quindi si puo' permettere di fare certi ragionamenti, avendo scavalcato il problema dei costi di incisione, del bisogno di rientrare nelle spese.

(Tieni poi presente che Robin e' uno un po' sui generis, che fa una vita monastica e molto lo cost: il suo unico mezzo di trasporto e' la bici, e' vegetariano, astemio, ecc. Una volta mi diceva, e non so se sarebbe tanto contento che lo scriva qui perche' eravamo in vena di confidenze ma e' passato un bel po' di tempo, che non e' che con gli altri musicisti elettronici di Londra si trovi benissimo: infatti e' uno davvero particolare).

Pero' per altri musicisti, dovete riconoscere che non e' cosi' semplice, e i razionali portati da Cutler assumono decisamente un fondamento reale: esistono delle spese vive all'interno delle quali e' necessario rientrare, vendendo il prodotto del proprio lavoro e difendendone i diritti di proprieta' intellettuale.

Poi si tratta, come sempre accade con tutte le innovazioni, di sviluppare una cultura d'uso.

A me sembrano aberrazioni tanto quelle di chi si riempie bulimicamente il disco del computer ("I’ve got more music on my drives than I’ll ever be able to listen to in the next ten lifetimes", Goldsmith) che quelle del collezionista che compra i dischi e poi invece di sentirli li mette nel cellophane e li guarda.

La musica e' esperienza e condivisione, come dice Scanner. Mi piace conoscerla e lasciare che diventi la colonna sonora della mia vita, ma non mi importa accumularla per se'.

Sono molto orgoglioso del fatto che sia la mia discoteca personale che il mio iPhone contengano, senza un ordine particolare "musiche medioevali e avanguardie elettroniche, free jazz e musiche per ambiente, danze etniche e partiture contemporanee, improvvisazione e composizione, avant rock e canzone, silenzio e rumore" (come mi capito' di scrivere 10 anni fa nella nota di presentazione di Prospettive Musicali ancora oggi in rete nel sito della radio).

Il mio amico JC (che singolarmente non ha partecipato a questa discussione) e' uno con un rapporto bellissimo con la sua collezione di dischi, che la rinnova continuamente. Compra, vende, scambia. A casa sua non ricordo di avere visto edizioni limitate, ma di ogni disco che ha comprato ti sa parlare per ore, raccontandoti la sua storia, ti fa sentire tracce e passaggi.

E' il contrario di un collezionista, pur possedendo una splendida collezione, e il suo atteggiamento appassionato ma sano e equilibrato e' stato per me un importante esempio.

Musica come scambio e social engagement, non come atteggiamento genuflesso al mercato e alle sue regole, quelle si', schiavizzanti e feticiste, dettate dai padroni (dei quali la musica e non solo la musica e' giusto si liberi).

lunedì, 03 ottobre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Settimana pesante: trovo solamente adesso il tempo di rispondere ad Andrea.
E, a proposito di trovare, trovo del tutto inadeguato paragonare ai negozietti (e cinemini e ristorantini) artisti che si autoproducono ma che non sono affatto "piccoli". Sarebbe come dire che William Blake e Svevo, che si sono pubblicati libri in proprio, erano artisti piccoli: se qualcuno lo affermasse gli riderebbero in faccia.
Invece sulla musica ogni parere è lecito, indipendentemente dalla competenza di chi lo esprime: è come quello che -- in modo buffamente isterico -- diceva sul cinema Nanni Moretti in "Sogni d'oro": http://tinyurl.com/nonparlo
Io certamente dico corbellerie su centri di ricerca e sviluppatori di software ma in ambito musicale lavoro da una trentina d'anni, il che non è un'assicurazione completa contro le stupidaggini in quel campo ma almeno saranno stupidaggini con cognizione di causa.
Se tu -- parlando di un settore che evidentemente è il tuo -- mi dici che anche gli sviluppatori di software hanno costi di produzione a volte insormontabili, io imparo una cosa nuova ma mi fido.
Non ho però capito quali conseguenze dovrebbero trarre i musicisti che si autoproducono dal fatto che di fronte a costi insormontabili certi centri di ricerca indipendenti e sviluppatori di software chiudano bottega, cambino lavoro o falliscano: stai dicendo che i musicisti autogestiti dovrebbero fare altrettanto?
E come farà chi ascoltava Alela Diane o chi per lei a continuare ad ascoltarla se nessuna Alela Diane avrà di che ripagarsi le spese di registrazione? Che cosa ascolterà tranquillamente e liberamente il suo tranquillo e libero ascoltatore o il suo futuro ammiratore in più?
Una volta che si sarà scaricato tutti i dischi incisi fin quando registrare dischi non era un'attività a fondo perduto (non importa se avrebbe poi bisogno di dieci o cento vite per ascoltarli: la caccia è più interessante della preda, no?), quale musica scaricherà?
Se le grandi case discografiche non avranno prospettive di profitto e le autogestite neppure la speranza di recuperare i costi (che però continueranno a esistere: al contrario di quanto accade ai musicisti, nessuno pretende che tecnici del suono e gestori di sale d'incisione lavorino gratis in nome della libera circolazione della musica), nessuno registrerà più nulla: non cesseranno di esistere solamente i cd, i (neo)vinili falsamente analogici (perché ricavati da master comunque digitali)e i negozi che li vendono. Cesserà di esistere la musica registrata (tutta tranne quella di Dj Vattelapesca che, come dice giustamente Fabio, "in 5 minuti scrive e incide una traccia e la mette in rete, tutto col suo PC"). O meglio: esisteranno solamente registrazioni del passato, a qualità sempre più bassa perché tutte in mp3, visto che spariranno i cd.
Che cosa trasmetterà quella "radio sempre accesa" del peer to peer quando nel suo spazio infinito di accumulo dischi ci saranno solo consunte (e spesso posticce) vestigia del passato? Manderà in onda copertine dipinte e numerate a mano? App? Pezzi messi in rete in prima persona dopo NON averli registrati? O la "versione originale" di Gimme Some Lovin' che, come racconta Franco Fabbri, non è la versione orginale, giacché in digitale ne circola esclusivamente una successiva, con i coretti che rispondono a Winwood alla fine del chorus e l'organo "un po' spento, mixato dentro alla base invece che fuori"?
Ciao
Alessandro

sabato, 08 ottobre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

P.S.: prima che qualcuno dica che se la musica registrata cesserà di esistere non sarà poi così male perché tanto la vera musica è quella suonata dal vivo, i veri musicisti sono quelli che si guadagnano il pane con i concerti, i cachet concertistici sono il principale scopo nella vita di tutti i musicisti "fuori mercato", vorrei tirare nuovamente in ballo Wyatt, che non è affatto "un caso quasi unico di musicista realmente danneggiato dal non guadagnare sui dischi", come diceva invece Aldezabal.
Lo stesso Wyatt, infatti, sa e dice di far parte di una categoria ben precisa di musicisti, che descrive tramite un parallelo con la differenza tra cinema e teatro: secondo lui i concerti sono come il teatro, mentre le registrazioni in studio sono come cinema. E lui si considera il corrispettivo musicale di un film-maker: uno, non l'unico, giacché non è l'unico a concepire la registrazione non come testimonianza di una musica esistente di per sé (come nel cinema il "teatro filmato") ma come procedura creativa in grado essa stessa di farsi strumento di composizione tramite sovraincisioni, montaggi, mixaggi, improvvisazioni usate come base per loop, decostruzioni e ulteriori improvvisazioni eccetera eccetera.
Se scomparisse il cinema, non mi consolerebbe certo la sopravvivenza del teatro... Né mi sognerei di dire che un regista o un attore di cinema è meno regista o attore -- meno "vero", meno "artista" -- di un regista o attore di cinema
A margine aggiungo che -- visto il suo carattere -- è effettivamente abbastanza probabile che Wyatt non si faccia un cruccio di chi scarica gratis la sua musica; ciò nondimeno, non navigando lui nell'oro ed essendo vero che la musica registrata "è la sua unica occupazione", il danno per lui è notevolissimo, anche perché lui (come tanti altri) fa musica, non marketing.
Ciao
Alessandro

sabato, 08 ottobre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

Alessandro, continuo a pensare che Wyatt sia un'eccezione che non fa testo (l'unico altro esempio che mi viene in mente è Mina...).
Piuttosto mi ha fatto pensare il tuo accostamento fra disco e cinema da una parte e teatro e concerto dall'altra.
Potrebbe avere un senso (anche se poi potremmo trovare tutte le differenze del caso).
Però allora mi viene da pensare a tutti quei cinema di Milano che sono stati chiusi da trent'anni in qua. Di chi è la colpa?
Probabilmente della televisione che trasmette gli stessi film a spese dei contribuenti o degli inserzionisti pubblicitari ma, apparentemente, gratis e senza alzarsi dal divano.
E allora che facciamo, criminalizziamo la televisione?
(Da una parte io lo farei ma per molti altri buoni motivi...)
E invece no, il grande strepito contro i "pirati" e le urla di "al ladro!" avvengono quando, guarda caso, attraverso una Rete ancora non del tutto regolamentata milioni di persone decidono di scambiarsi musica e immagini (che evidentemente all'origine hanno acquistato) e soprattutto SCEGLIENDO di volta in volta cosa scaricare (non sto parlando dunque dei compulsivi citati in qualche commento) e quali contenuti fruire, cosa che in televisione per esempio non è permesso.
Ora, quello che dici sui costi di produzione della musica è senz'altro vero (e peraltro non solo di quella registrata, anche per un concerto occorrono le prove, la sala prove, le attrezzature etc etc) e tuttavia a me continua a sembrare una battaglia sbagliata e vecchia quella sul copyright e contro il "file sharing".
E oltretutto tutta appiattita su parole d'ordine che sono le stesse del "mercato" istituzionale della musica e dell'immagine (Major, SIAE e via dicendo).
Secondo me gli altri (cioè quelli delle altre musiche e dell'altro mercato, se così vogliamo chiamarli) dovrebbero elaborare qualcosa di diverso e accogliere questa situazione come una nuova opportunità e senza ossessioni legalitarie.
E con quegli altri ci metto sia i musicisti che i giornalisti e gli addetti ai lavori.

A presto, F.

domenica, 09 ottobre, 2011

 
Blogger prospettive musicali said...

Wyatt e Mina sono due esempi di musicisti che non si esibiscono dal vivo per motivi non del tutto (o niente affatto, nel caso di Mina) musicali ma l'opposizione wyattiana disco/cinema vs. concerto/teatro riguarda maggiormente musiche che nascono nello studio di registrazione sfruttandone le peculiarità e che difficilmente sono riproducibili dal vivo o lo sono solamente a posteriori, spesso con organici molto più ampi e a costo di numerose semplificazioni o reinvenzioni.
Nel suo libro File under Popular, Cutler ne elencava e descriveva alcuni esempi (ovviamente pensando alla loro produzione precedente: il libro è dell'85): Residents (fino al '78), Faust, L. Voag, Mnemonists, This Heat, Art Bears, Heiner Goebbels, Cassiber, Thinking Plague, Haniwa Chan, John Oswald, Negativland, Musci-Venosta, qualcosa dei Pere Ubu, di Wyatt, delle Mothers.
I primi altri esempi storici (ma oggi ce ne saranno chissà quanti altri) che mi vengono in mente sono i Beatles (che, soprattutto dopo il ritiro dalle scene, furono i primi nel pop a usare lo studio in quel modo), i Beach Boys (quando in studio c'era Brian Wilson), Bitches Brew di Miles Davis (e in genere il lavoro di Teo Macero sulle registrazioni davisiane) e gli Yes (che -- se non sbaglio -- composero l'album Close the Edge in studio, usando il nastro come partitura, non registrando mai più di una trentina di secondi per volta e poi montando, giuntando, sovrapponendo ecc.)
Ecco, gli Yes (che per poter suonare dal vivo quelle musiche dovettero trascriverle dalle registrazioni che loro stessi avevano effettuato, riarrangiarle e impararle come se non le avessero composte loro) sono un esempio del fatto che alcuni di quei musicisti si esibissero anche dal vivo ma concepissero i dischi in modo radicalmente diverso dai concerti.
Quanto alle cessazioni di attività di cinema, sale d'incisione, musicisti ecc., non è necessario criminalizzare nessuno ma non per questo si può fingere che le azioni non abbiano conseguenze.
E, a mio avviso, il motivo per cui il mercato istituzionale della musica e "gli altri" (come in "Lost") paiono trovarsi su posizioni simili è semplicemente che -- come dicevo -- gli uni vedono scomparire le proprie prospettive di profitto e gli altri la speranza di recuperare i costi: sono due cose ben diverse ma entrambe sono conseguenze del downloading non autorizzato ed è per questo che appaiono così spiacevolmente simili anche se in un caso parliamo di miliardi, di plusvalore e di un'intera industria mondiale, e nell'altro di novemila sterline e di "mettere insieme il pranzo con la cena".
Ciao
Alessandro

domenica, 09 ottobre, 2011

 
Blogger ALDEZABAL said...

beh mi fai nomi di gruppi storici, la maggior parte, e che comunque hanno anche suonato, chi più e chi meno, dal vivo per molti anni.
non so, non mi convince, mi sembrano pensieri vecchi e ormai fuori dalle cose e in tutti i modi, fatte salve le necessità economiche di tutti, mi pare comunque sbagliato prendersela con quelli che mettono i file in rete o con quelli che scaricano, trovo sia contro-producente, di fatto è mettersi contro al proprio pubblico, potenziale e non.
poi se gli Henry Cow vogliono riformarsi perché non cominciano a fare un bel tour?
non credo proprio che avrebbero difficoltà a trovare delle date e a venire pagati per questo, invece di stare a frignare per il 15% degli incassi persi sui loro dischi di 30 anni fa!
non so, a me non pare gli faccia onore a Cutler quell'articolo.

ne parleremo a voce, ciao, F.

domenica, 09 ottobre, 2011

 
Blogger Fabio said...

Sposto un po' il punto focale del discorso.

Ti sentivo stanotte a Battiti, Alessandro. E tra l'altro e' buffo che ci conosciamo da 10 anni, abbiamo parlato molte volte, scambiato centinaia di mail, cenato insieme, eppure scopro solo adesso, via radio, quanto sono simili le nostre origini.

Pensa che io Supersonic lo conobbi grazie a mio papa', che allora, ancora giovane negli anni '70, lo ascoltava tutte le sere.

(A casa mia la televisione era una scatola muta che prendeva polvere in salotto, non si vedeva nemmeno la propaganda catto-padronale del cosiddetto telegiornale. Mentre al giradischi non si dava tregua).

Devo avere assorbito qualcosa da quegli ascolti, anche se non avevo ancora 10 anni.

Invece Popoff lo scoprii grazie a un cugino di 6 anni piu' grande. Per il mio babbo Popoff era decisamente sperimentale.

Ma insomma, si faceva la stessa cosa che racontavi. Supersonic si registrava su Revox (il radioregistratore, un Grundig mono e profilato in vero legno, arrivo' a casa nostra per un Natale, solo verso la fine settanta), e poi il sabato papa' andava a comprare i dischi che gli erano piaciuti.

Quello mi sembra tuttora un modo molto "sano" di ascoltare e amare la musica. Certo, prima ascolto e scelgo. E poi compro.

Io faccio ancora oggi la stessa cosa. Ascolto la BBC, poi compro. E trasmetto alla radio, pagando la promozione dei musicisti che amo di tasca mia.

Non dimentichiamo una variabile importante nell'equazione della quale stiamo discutendo.

E' un enorme piacere, almeno per me, dirottare soldini sottratti alla Cazzentur e investirli fuori dal sistema.

Che poi si tratti di piccole etichette indipendenti, caffe' indipendenti, cinemini indipendenti, librerie indipendenti... beh si tratta pur sempre di un atto di piccolo e legalissimo boicottaggio al sistema.

Parlo per me naturalmente: boicottare il sistema mi fa stare molto bene. Danneggiare i musicisti che amo mi farebbe sentire molto meschino.

lunedì, 10 ottobre, 2011

 

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