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Osservazioni e ascolti

domenica 30 aprile 2006

Ma che cosa significa la parola "clandestino", ci avete mai pensato? Io credevo che clandestini fossero i passeggeri che non avevano pagato un biglietto di viaggio. Invece, i "clandestini", come quelli che vediamo in questa sua foto, vendono tutto quello che hanno per acquistare un passaggio verso un'altra vita.

Vita che viene poi loro negata, non capisco davvero con quale pretesto. Ma non siamo tutti esseri umani, abitanti di uno stesso pianeta? Perche' alcuni allora sarebbero clandestini? Perche' molti di noi sono stati accolti con tutti i diritti a vivere in un Paese diverso da quello dove siamo nati, mentre chi fugge dalla fame, dalle epidemie, dalle guerre non viene ricevuto nello stesso modo?

Di cosa si tratta? Paura di che? Di perdere il diritto che per qualcuno e' divino a guidare un SUV? Perche', in base a quale meccanismo, l'avidita' di queste persone e' diventata legge che condanna miliardi di persone a una vita senz'acqua, medicine, cibo?

A questo pensavo qualche giorno fa, mentre visitavo questo nuovo spazio dedicato al fotogiornalismo, che e' stato aperto a 2 minuti a piedi da dove vivo. Le foto di Medina sono davvero impressionanti, stringono il cuore in una morsa di compassione, rabbia, disperazione. Un grande schermo le propone con cadenza incessante. Immagini di corpi annegati, giovani stremati, coperti di stracci o avvolti in coperte, occhi senza luce, bambini che piangono.

[Non ho invece apprezzato, forse perche' molto provato, le sue foto che occupano l'altra meta' della galleria].

***

Vi racconto un altro paio di cose legate a questa giornata. La prima l'ho letta in un'intervista al chitarrista dei Public Image Limited, Keith Levine. Levine, non tutti lo sanno, si considerava discepolo di Steve Howe, proprio il chitarrista degli Yes, del quale era stato roadie quando aveva 15 anni. E infatti, la sua tecnica chitarristica era superlativa, specie se accostata ai chitarristi punk ai quali veniva spesso accostato. Lo sapete come ha inventato il suono squadrato come un blocco di granito e affilato come un rasoio che sentiamo nei dischi dei PIL? Sbagliando. Proprio cosi'. Levine, invece di correggere i propri errori, li ripeteva. Questo sfata il famoso luogo comune. E' una cosa che mi ha fatto molto pensare.

***

La seconda cosa mi e' successa sempre stamattina. Mi serviva una pianta da mettere in terrazzo e cosi' ho preso il 55 e in 20 minuti sono arrivato ai colori incredibili del Columbia Road Flower Market. Mi aggiro un po' tra fiori e piante dai nomi a me per lo piu' misteriosi, tra le grida dei venditori, fino a quando il mio sguardo incrocia lui, che sapevo avrei fatto mio.

Lui e' un meraviglioso pero fiorito, dell'altezza di quasi 4 metri (che va benissimo perche' il mio e' un roof terrace, quindi the sky's the limit). Pago il prezzo, decisamente decente, e mi ritrovo con tra le braccia il mio pero e nessuna idea di come portarlo a casa. Passo davanti alla fermata del 55, sempre stretto in quell'abbraccio, ma gli sguardi delle persone con piante piu' maneggevoli, del tipo "Non vorrai salire sul bus con quel babab, ti ci vuole un bus solo per te", mi dissuadono dall'idea di tornare come sono arrivato.

Resta un'unica soluzione: camminare, facendo un pezzo di Hackney Road e tutta, tutta Old Street abbracciato al mio altissimo albero di pero. Cosi' il nostro Fabio/ Marcovaldo si incammina, attento a evitare gli altri alberi, quelli fissi, nonche' ultra-insidiose segnalazioni stradali basse.

Ci ho messo una bell'ora a tornare, e intanto pensavo. Perche' in questo periodo sono single e nemmeno innamorato, ma insomma, sarebbe stato cosi' bello se invece avessi avuto qualcuno dal quale andare dicendo qualcosa tipo "Tesoro, sai, ho pensato di portarti un mazzo di fiori, ma vedi, mi sembrava troppo poco per te, per cui, ecco, ehm, ti ho portato fin qui un intero albero fiorito". Quel pensiero mi ha tenuto compagnia mentre invece, un'ora dopo, sono riuscito ad arrivare fino alla porta di casa, a risalire sempre stretto al mio albero i quattro piani di scale fino alla porta del mio appartamento, a lottare con qualche ramo ribelle trascinando infine il mio meraviglioso pero fiorito fino sul terrazzo, dove sta che e' una meraviglia.

Ed e' un po' come se quell'abbraccio lungo un'ora avesse generato un rapporto proprio speciale tra di noi.

sabato 29 aprile 2006


Dieci anni di slogan pubblicitari scambiati per politica, dibattito pubblico, sarebbero bastati a schiantare anche la vita culturale dell'Atene di Pericle, figurarsi questa. Ha fatto male, intendo, anche a chi stava all'opposizione. Essere costretti per tanto tempo a confutare scemenze da imbonitori e luoghi comuni reazionari e' un esercizio debilitante. Ruba spazio ed energia all'immaginazione. In questi anni in Europa si e' ragionato di nuovi media, bioetica, riorganizzazione industriale, sviluppo sostenibile, esplosione delle citta'. Qui siamo all'abc democratico, alle aste, alla difesa dell'antifascismo, alla confutazione che uno stato si possa gestire come un'azienda.


La cosa che mi colpisce sempre quando torno in Italia e' come tutti i giornali del nostro Paese, forse con un'unica eccezione, corrano dietro alla bassezza autarchica nella quale i 12 anni dalla discesa in campo del commendator Bellachioma hanno precipitato la discussione socio-politica. La recente campagna elettorale, per esempio, si e' giocata tutta sul tema delle tasse: voi conoscete le proposte dell'Unione in termini di politiche energetiche, ambientali, culturali? Credo proprio che restino un mistero per tutti quelli che non hanno il tempo di leggersi le 300 pagine di programma dell'Unione. Invece tutti sappiamo tutto sulla questione della tassazione dei titoli del debito pubblico o sull'imposta di successione sui grandi patrimoni. Prodi, che naturalmente ho votato (ma avrei votato anche, che ne so, Pippo Baudo se fosse stato lui l'avversario di Bellachioma - tenete presente che nella circoscrizione Europa DS, Verdi, PRC e Comunisti Italiani si sono presentati come lista unica), invece di spostare il dibattito sui temi dei quali si parla nei Paesi civili (temi che si presume che conosca, dato che in questi 5 anni e' stato piu' a Bruxelles che a Bologna) ha passato un mese a parlare di una cosa sola, come un disco rotto.

Il danno che in questi anni e' stato fatto allo sviluppo del nostro Paese e' incalcolabile, un ritardo che forse non recupereremo mai piu'. Quando qualche tempo fa scrivevo che "Il caimano" e' un film a mio parere poco incisivo, pensavo a quanto materiale Moretti avrebbe potuto utilizzare senza invece averne approfittato. Mi viene in mente, giusto a titolo di esempio, Bellachioma che nel 2001 si preoccupa dei panni stesi a Genova mentre i suoi colleghi discutono di rapporti economici con la Cina.

Ma non e' solo questo il problema, purtroppo. Non basta parlare di macro-temi, di grandi questioni planetarie. Il berlusconismo, attraverso l'occupazione del mezzo televisivo, si e' fatto strada dentro la mente di ciascuno di noi. Occupazione non nel senso di quello che ha fatto vedere (culi e tette per lo piu'), ma di quello che ha taciuto, occultato.

Io sono cresciuto negli anni '70, lo sapete. La televisione me la ricordo quando era in bianco e nero, con 2 canali, uno dei quali iniziava a trasmettere verso le 8 di sera. Quando arrivo' la TV Svizzera, con gli speaker del telegiornale che avevano quello strano accento montagnino, sembro' una rivoluzione. Di allora ricordo, anche se confusamente, alcuni programmi con nostalgia. "Sapere", per esempio, che il nonno guardava tutte le sere, e che andava in onda immediatamente dopo la TV dei Ragazzi. Ogni sera, alle 18, nelle case degli Italiani entrava un'ora di servizi culturali su temi che equivalevano a quelli che oggi sarebbero biotecnologie, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile. Oppure "L'Altra Domenica", programma realizzato in un piccolo studio, con due lire, nel quale Arbore e un giovanissimo Benigni deliravano di cinema in modo irresistibile, prima di trasmettere frammenti di concerti di Zappa e Hendrix.

Poi, a un certo punto, arrivarono le televisioni di Bellachioma. La TV Svizzera scomparve, le frequenze le aveva comprate questo commendatore brianzolo arrivato da chissa' dove. Quel tempo del giorno benedetto senza televisione (all'incirca fino alle 5 del pomeriggio) scomparve progressivamente. I programmi iniziavano la mattina, tipo alle 11. Poi sembro' troppo poco anche cosi' e ale', niente piu' tregua, sia dia il via ai programmi a ciclo continuo. E che programmi.


Il cliente ideale e' un disgraziato che trascorre ore e ore davanti al piccolo schermo, in stato di coma vigile, con un unico senso desto: la vista. L'etica del lavoro non conta, serve soltanto la voracita' del consumo. L'informazione che introduce elementi critici e' ridotta al minimo, meglio se azzerata in favore di salotti dove la solita compagnia di giro svolge il lavoro di digerire la realta' e ridurla a una pappa di luoghi comuni. La manipolazione politica delle notizie e' niente al confronto del devastante modo di trattare i fatti di cronaca e piegarli all'ideologia dominante. La tragedia di Cogne diventa un circo degli orrori, con tanto di plastico della casa del delitto. Un'adolescente psicopatica che uccide la madre e il fratellino offre una splendida occasione per fare pubblicita' a un libro alla moda, dove lo psicologo televisivo sostiene che e' tutta colpa dei genitori che non parlano abbastanza con i figli. Le signore in studio sospirano che ha ragione. Si sa quanto e' difficile dialogare con i figli, soprattutto quando hanno in mano un'ascia. Va da se' che il tema immenso delle malattie mentali, che secondo le statistiche riguarda un italiano su quattro, non e' neppure sfiorato. Di contro, la tendenza contemporanea della medicina a diventare uno spaccio di psicofarmaci, da distribuire fin dalla prima infanziae' molto ben vista: il bambino impasticcato diventa un cliente a vita dell'industria farmaceutica.


Altro che "Sapere".


Il cittadino e' ridotto alla dimensione di spettatore e target pubblcitario, terminale di milioni di spot. Il suo unico dovere e' guardare e spendere. Il sentimento che gli si chiede e' un'emotivita' continua, mista a un permanente stupore, piu' una disponibilita' fanciullesca a consumare il maggior numero possibile di favole. L'assenza di cultura e informazione e' il requisito ideale. Allo scopo e' stato eliminato perfino il nozionismo da quiz, in favore della lotteria. Il concorrente non presenta una "materia": vince se ha la fortuna di pescare la scatola giusta, se e' abbastanza infantile e meschino da chiedere "un'aiutino". L'ignoranza e' vista in televisione come un dono del cielo.


Ricordo un concerto dei Fugazi, qualche anno fa alla Cascina Monlue'. Prima di loro salirono sul palco i leggendari Kina, da Aosta, che chissa' se esistono ancora. Il loro cantante, dopo una bella tirata anti-televisione disse: "C'e' solo una cosa bella da fare con la televisione: spegnerla". O non comprarla neanche, mi permetto di aggiungere, per mantenere il proprio spirito critico fresco e attivo.

[I brani in corsivo li ho ricopiati da questo libro].

venerdì 28 aprile 2006

Io non so cosa deve aver pensato lei dopo il concerto di qualche sera fa al Mean Fiddler. So pero' cos'ho pensato io. Perche' sono stato a tanti concerti senza aver mai visto niente di simile.

Ora, Tift Merritt suona country rock proprio tradizionale, di quello da grandi strade americane dove incontri una macchina ogni tanto. E' stata nominata per un Grammy e di lei parlano soprattutto le riviste country tradizionali come questa (che per altro, avete visto?, in Maggio ha lui in copertina).

Pero', caspita, che pubblico! Il piu' giovane (a parte Marco e me) avra' avuto 60 anni. E perche', direte, ai concerti di Richard Thompson e di Chris Hillman chi trovi? A parte che ci vedi spesso Sid Griffin, che di anni ne ha 50 ma che li' in mezzo sembra un teenager. Ma ci sono 60enni e 60enni. Quelli che vanno a sentire Thompson hanno barbe curate, giacche di velluto a coste con le toppe e il Guardian sotto il braccio. Il pubblico dell'altra sera era allucinante invece. Anziani con la pancia da birra e la camicia di una settimana, generalmente con la pelata e poi capelli bisunti che scendevano oltre il collo. E che camicie. Alla fine del concerto Marco e io siamo rimasti incantati a osservare un quasi 70enne con camicia a fantasia hawaiana che reclamava a gran voce la set list, come avevo visto fare a ragazzine 16enni a un gig degli Arctic Monkeys.

Diciamo subito una cosa, il concerto e' stato discreto e il gruppo supporter, Hayes Carl & the Gulf Coast Orchestra, astri nascenti di un country rock che deve molto ai Flying Burrito Bros. via Long Ryders, proprio niente male. E pero' i dischi di Tift Merritt la prossima volta li ascolto in terrazzo sorseggiando un succo di mela fresco.

Ma non e' che qualcuno ha voluto mandarmi un messaggio? Perche' non e' che voglio ritrovarmi a 70 anni con camicie improbabili a pregare tecnici di palco che non vedono l'ora di andare a casa perche' si chinino per concedermi con fare condescending un pezzo di carta con la lista delle canzoni del concerto. No eh.

Lo scrivo qui cosi' me lo ricordo: basta, per sempre, concerti country rock.

giovedì 27 aprile 2006


This is a LIVE recording, everything cut in three one-day sessions ('97, '05, '06) with no rehearsal. All arrangements were conducted as we played, you can hear me shouting out the names and instruments of the players as we roll. This approach takes the listener along for the whole ride, as you hear the music not just being played but being made. So, turn it up, put on your dancin' and singin' shoes, and have fun. We did. Here's the Seeger sessions. Pete, thanks for the inspiration.

Ricordo una conversazione a proposito di musica, fatta uno o due mesi fa. Dopo un po' che parlavamo, mi e' stato chiesto, in modo sarcastico "Ma musica di questo secolo non ne ascolti?", al che in modo niente affatto sarcastico (anzi, in un certo senso preoccupato) ho sentito me stesso rispondere "Perche', esiste una musica di questo secolo? E quale sarebbe?". Dall'altra parte non e' arrivata alcuna risposta, come era logico sarebbe successo.

Chi di voi ha letto il fondamentale "Rip it up and start again" di Simon Reynolds si e' fatto probabilmente un'idea di quello che la musica ha saputo essere fino all'avvento della sciagurata MTV. La nascita di MTV ha segnato la fine di tutta quella creativita' musicale che si esprimeva in sottoculture vitali e indipendenti che cercavano di cambiare il mondo attraverso la musica. MTV ha generato l'abbraccio stritolante offerto dalla corporate culture alla musica. Persino gli Arctic Monkeys ammettono che oggi la musica si scrive per vendere i ringtones dei telefonini.

Gli indie-kids che leggevano all'inizio questo blog e ascoltavano Tropici & Meridiani se ne sono andati da un pezzo. Ma se qualcuno passasse di qui, mi piacerebbe che leggesse queste parole: quello che voi state ascoltando adesso e' (non sempre, ma molto molto spesso) una neanche tanto mascherata variazione sul tema di quello che noi quarantenni ascoltavamo grosso modo tra il 1980 e il 1985. Purtroppo, oggi, tutto e' revival: l'hip-hop, la dance, il rock indipendente. Gli anni che stiamo vivendo passeranno alla storia come la stagione delle ristampe. I dischi dei Talking Heads, tanto per fare un nome, sono gia' stati ristampati almeno 3 volte, ed ogni volta presentati con recensioni che li salutavano come una grande novita' (e' successo 3 mesi fa l'ultima volta e probabilmente succedera' ancora nel 2008 o 2009 se non interverra' qualcosa della portata del punk).

Ci sono eccezioni? Si', qualcuna. La musica proposta da Wire per esempio. Dischi che riesci a trovare solo in websites oscuri, stampati in 150 copie. Non molti, ma alcuni di quei dischi contengono declinazioni musicali mai udite prima. Ognuno poi puo' decidere se personalmente preferisce accettare la logica delle ristampe oppure andare su un sito giappones e comprare per la modica cifra di 22 euro piu' spese di spedizione un disco di effetti larsen registrati in casa sua da Otomo Yoshihide.

E comunque, di fatto, la logica delle ristampe e' quella dominante, anche quando la musica viene ri-suonata da musicisti giovani, dagli Yeah Yeah Yeahs ai Kaiser Chiefs e la lista sarebbe interminabile. Sono le ristampe, vere o presunte, che tengono in piedi la baracca delle case discografiche, major o piu' o meno indipendenti.

Tutta questa introduzione per parlare del disco nuovo di Springsteen. Anzi, no, dico prima un'altra cosa. Esistono a mio parere un tempo musicale oggettivo e uno soggettivo, i quali possono camminare in modo anche decisamente diacronico. Facciamo un esempio semplice. E' ovvio che Hank Williams e' arrivato prima dei Joy Division (tempo musicale oggettivo), ma e' altrettanto vero che per me (e forse per molti di voi che state leggendo in questo momento) i Joy Division sono arrivati prima di Hank Williams (tempo musicale soggettivo).

In questo senso, in questa logica di ripescaggio e ristampe, "We shall overcome" puo' suonare ben piu' fresco e nuovo di un disco di, poniamo, gli Editors. Per me, nella mia visione soggettiva delle cose, e' proprio cosi'. Pensate, per esempio, che Springsteen dice di avere scoperto Pete Seeger nel 1997. A me e' successo addirittura dopo, proprio negli ultimi anni.

Non la tiro ulteriormente lunga, siete gia' stati molto pazienti ad arrivare fino a qui, se davvero state ancora leggendo. Aggiungo solo che le storie di Jesse James (che rapinava banche e treni per dare ai poveri e mori' colpito alle spalle da un"amico" che voleva intascare i 25 dollari di taglia) e Ted McGrath (che perse entrambe le gambe in guerra nell'inno pacifista tradizionale irlandese dell'800) mi fanno battere il cuore e mi commuovono. Anch'io devo ringraziare Pete Seeger, e naturalmente un uomo con un cuore grande come una casa, che porta il nome di Bruce Springsteen.

mercoledì 26 aprile 2006



And if you said to me in 1971 that, 30 years later, I'd be ringed in by steel and security cameras would be filming my every move, I would have just thought it was some mad Orwellian nightmare. But Glastonbury may still be considered a prequel of how we have to behave if the climate goes berserk - love the mud, forget your computer and be human again.

L'ha detto lui, intervistato dal Guardian.

In un certo senso, il suo film su Glastonbury e' un impietoso specchio dei tempi che cambiano. La spontaneita' free form degli anni '70 vs. l'organizzazione fatta di corporate sponsors di oggi. Pensate che c'e' pure lo sportello bancomat.

Del resto, come mi faceva notare Marco, basta aprire un numero qualsiasi dell'NME per osservare come tutto e' brought to you by Virgin Mobile o sponsored by Levi's.

Nel film c'e' tutta questa trasformazione, impietosamente offerta. Le colonne di autostoppisti con i cartelli di cartone. I furgoni Volkswagen ridipinti, che facevano quel rumore cadenzato, ricordate? Capelli lunghi e barbe. E poi il presente, cosi' completamente contrapposto. I telefonini multifunzione che fanno anche il caffe'. Il binge drinking superficiale. Le doppie reti di recinzione. Le telecamere a circuito chiuso.

Eppure, a Glastonbury, un'eco di quello che e' stato rimane. Credevo fosse un festival musicale, e invece non e' cosi'. Glastonbury e' un festival da seguire soprattutto con gli occhi.

Mentre sullo schermo scorrevano immagini di personaggi davvero interessanti mi sono fatto molte domande. Non conosco le risposte, ma so per certo che la frase detta da un hippy super freak che vive in un teepee mi ha reso davvero difficile addormentarmi:

Che senso ha lavorare tutta la vita, rispettare orari che non si sono scelti, fare qualcosa che non ci appassiona, solo per pagare un mutuo? Io vivo nella mia tenda, con le mie poche cose, ma sono libero e a contatto con la natura.

Gia', be human again.

martedì 25 aprile 2006

lunedì 24 aprile 2006


Provo un'enorme tranquillita' quando i miei occhi si posano sui suoi piu' recenti lavori.

Semplice sovrapposizione/ combinazione di tele. Colori primari.

Segni. Significati simbolici immediati.

Blu mare. Verde prato. Rosso energia.

Nient'altro. Tutto cosi' minimo.

Spazi nei quali provare emozioni primitive. Ricercare un senso, e quindi se stessi.

Luce e ombra, giorno e notte, attivita' e stato stazionario.

Contemplo queste tele, prima di ritrovare attorno a me la contagiosa, sorridente vitalita' dei Kensington Gardens in un Sabato assolato di primavera.

[Qualche informazione sulla mostra di Ellsworth Kelly alla Serpentine Gallery la trovate qui].

sabato 22 aprile 2006

Because there's no moisture, the air is crystal clear and you can see further than ever before. But because there's no horizon line, you lose all sense of scale and, instead of a landscape unfolding towards the horizon, there's literally nothing to see.

- Simon Faithfull



Percorsi secondari. Cambridge Heath, dalle parti di Regent's Canal, non lontano da Bethnal Green. Il cortile di quella che sembra una carrozzeria abbandonata. Ti guardi attorno e vedi una scala. Una ragazza sorridente seduta su una panchetta a leggere ti indica che la mostra e' nella soffitta di quello che sembra uno squat.

Su una parete viene proiettato un video girato dall'oblo' di una nave in viaggio verso l'Antartide. La parete diventa l'oblo', al di la' c'e' il mare. Tranquillo sotto un cielo azzurro. Schiumante di rabbia sotto una coltre grigio-verde di minaccia. Luminoso di raggi di sole. Nero come la pece.

Alle altre pareti i disegni fatti durante il viaggio da lui con un palm pilot. Poi una porta. Il video di una whaling station che e' stata letteralmente occupata da una colonia di foche. E' la loro casa e non gradiscono particolramente venire filmate. Ma non hanno paura. Sembrano curiose.

La mostra continua in due piccoli container, impilati giu' in cortile. Altri video di neve e silenzio.

Esco nel traffico, cammino verso la fermata del 55, disorientato, pieno di un nulla carico di significati.

La mostra rimane aperta fino al 30 Aprile, qui.

venerdì 21 aprile 2006

I've said this once before and was made fun for it, but for me he's Bruce Springsteen before there was a Bruce Springsteen - the lone singer-songwriter who gets this almost church-like feeling in his performance. I went to [Diamond's] concert recently in Madison Square Garden, and it reminded me of U2's concert, except for older people.

- Rick Rubin ad Uncut


Tutto, tutto avrei pensato che avrei comprato nella mia vita, tranne un disco di Neil Diamond. In un certo qual senso, pure adesso mi vergogno un po' per averlo fatto. L'ho portato con me a Radio Popolare questo album, senza avere il coraggio di suonarlo. Comprare un disco di Neil Diamond e' un tale segno di invecchiamento, senti proprio il tempo che e' passato facendo quei pochi passi che separano le vaschette dei dischi dalla cassa del negozio. Se poi il negozio e' Sister Ray, dove l'eta' media dei cassieri e' circa la meta' della mia, quei pochi passi sono quasi impossibili da percorrere.


It was such an intimate musical group that every note and every nuance had to not only be played, but felt. It was the kind of sound that hearkened back to my earliest days in a recording studio, when all I could afford was my guitar and maybe a bass player. This time around it was magic because it was still small but that was exactly what we wanted. Nothing was superfluous, every sound had to be honest and it all had to weave soulfully around the lyric for this to work. If we were lucky we might capture the essence of the idea and really make some beautiful things happen.

- Neil Diamond


Il fatto e' che "12 songs" (che sono 14 nelle prime copie dell'album - e una delle tracce extra e' un duetto con Brian Wilson) e' un disco troppo emozionale. Ascoltate "Save me a Saturday night", chitarra acustica, violoncello vibrafono e voce, quella voce. Oppure il dialogo essenziale tra piano e chitarra acustica che si intrecciano nella dylaniana, commovente "What's it gonna be". Non canzoni, ma essenziale ombrosa poesia, tutto cosi' minimale e senza mediazioni.

Non succede anche a voi quando suonate "American recordings" di Johnny Cash di percepire la presenza di the man in black in un angolo del vostro soggiorno, mentre suona tranquillo le sue ballate acustiche? Stessa cosa succede con Neil Diamond e con queste "12 songs".


The artist I'd really like to work with would be U2. It's up to them, but I love'em and I feel like we could do something different than they do, and it'll still be them, and it'll be great.

- Rick Rubin ad Uncut


C'e' da augurarsi che Uncut abbia ampia diffusione in Irlanda.

giovedì 20 aprile 2006

I love the Floyd. However I didn't anticipate using the song in the film as much as I did. I brought it back a third time because the more I lived with that song and the movie, the more I started to think of them together, and it started to feel like it was written for the film.

- Noah Baumbach

I felt I could have written it, so the fact that it was already written was kind of a technicality.

- Jesse Eisenberg as Walt

Ieri sono uscito dal lavoro un po' prima, senza una ragione precisa (mi ero stancato di stare qui dentro), sono tornato a casa e mi sono preparato un piatto di pasta, poi ho tagliato una fetta di colomba e mi sono messo in terrazzo a guardare lo spettacolo degli scoiattoli che si inseguivano dall'albero al muretto del piccolo playground davanti a me. Infine ho dato un'occhiata a Time Out che giaceva intonso nella mia borsa da un paio di giorni, per scoprire che al mastodontico centro culturale a 5 minuti a piedi da dove vivo davano questo film, stra-incensato dal Guardian e dall'Observer.

E' un film di libri, giacche di velluto, barbe, cordless enormi, giradischi di legno posati su amplificatori valvolari Sansui (l'ho riconosciuto perche' ne conservo uno identico). E musica: Dean Wareham e Britta Phillips che hanno scritto la colonna sonora originale, Lou Reed che compare con "Street hassle" nella scena finale e topica, "Hey you" di Roger Waters che uno dei protagonisti pretende di avere scritto (vincera' per questo un premio, prima di essere miseramente scoperto).

Lo ha fatto per imitare il padre (uno strepitoso, strepitoso, Jeff Daniels, nella sua interpretazione migliore dai tempi di questo film e soprattutto di questo), scrittore un tempo di successo, ora superato nei gusti del pubblico dalla piu' giovane moglie.

Il film e' stato girato a Brooklyn in 23 giorni, con cinepresa manuale e un budget ridicolo, da un giovane regista alla sua quarta prova (la prima circolata fuori dagli Stati Uniti) e racconta invidie, gelosie, amori, paure dei quattro protagonisti (genitori e figli). Tutto con uno stile minimalista e coltissimo, pieno di riferimenti letterari (Carver, Murakami) e cinematografici (Eustache, "a young Monica Vitti", "Blue velvet", la corsa finale di Manhattan), con personaggi secondari formidabili (la ultra sexy studentessa squattrinata Lili, che andra' a vivere con Bernard e Walt, facendo innamorare di lei perdutamente padre e figlio; Sophie, la fidanzata di Walt, che lui prima lascera' per poi pentirsi amaramente). E si ride come dei pazzi, come quando il figlio minore si appassiona a un nuovo "hobby": masturbarsi in mano per poi spalmare di sperma i libri della biblioteca scolastica.

Quante volte capita di essere completamente rapiti da un film, di ritrovare sullo schermo le proprie emozioni, desideri, vicende, timori, il paesaggio che ci circonda, le persone che conosciamo?

Ecco, a me e' successo ieri sera. Film dell'anno? Probabilmente. Fate il possibile per cercare questo piccolo capolavoro.

martedì 18 aprile 2006


Ma ogni tanto arriva la domandina cattiva: "Che senso ha tutto questo? Come ti collochi nello spazio e nel tempo, come ti collochi qui?". Ecco, la felicita', per me, adesso, e' trovare le condizioni per articolare una risposta a questa domanda che si fa sempre piu' pressante.

Questo passaggio, trascritto dall'ultimo libro di Aldo Nove, mi ha fatto molto pensare. Ci sara' un motivo.

Correndo, le risposte che cerchiamo non si trovano. Rallentando, le riusciamo a intravvedere, scritte in spazi che sembrano vuoti ma che vuoti non sono mai.

Sapere leggere attese e silenzi e' importante. Difficile non temerli, fondamentale saperli affrontare. Confrontarsi con essi. Affidarsi ai tempi sospesi.

Trovare momenti per ascolto e comprensione, bianche intercapedini nell'affollato quotidiano. Lento scorrere del tempo.

La mia settimana in Italia, di questi momenti e' stata prodiga. Contemplando il mare aperto, camminando in collina, guardando il panorama scorrere sulla superficie di finestrini, respirando prati e alberi mentre la mia bici corre leggera.

Tutto quel bianco mi e' entrato dentro, regalandomi finalmente la calma che desideravo. Che sia questa la felicita'?

domenica 16 aprile 2006


It's remarkable what you can learn
once you are born, born, born
-
da "At last I am born"

Pochi minuti prima di entrare in studio. La redazione deserta. Poco fa c'erano qui Maurizio Principato e Giancarlo Nostrini, ora se ne sono andati tutti. Nello studio sta girando il minidisc di "Il popolo del blues" e io ho appena dato un certo ordine ai dischi che ho portato con me questa sera. Serata piuttosto calda, che segue un bel giorno di primavera.

In questa settimana di vacanza ho ascoltato parecchio l'ultimo album di Morrissey. "Ringleader of the tormentors", incensato come capolavoro dalla stampa britannica, non mi convince completamente. Troppe poche sorprese forse, se si fa eccezione per gli archi iper-romantici di "Dear God please help me", per il finale struggente di "LIfe is a pigsty" e per la primaverile "At last I am born". Il resto non pare anche a voi davvero già sentito? Tony Visconti dà al tutto una copertura glassata di glam (molto T-Rex), ma mi sembra un po' poco.

Direi di più, ma il tempo è scaduto, devo entrare in studio.

Buon ascolto.

Prospettive Musicali, 16/ 4/ 2006

1) JAPAN Ghosts (single version) (da The very best of, Virgin 2006)

2) DAVID SYLVIAN Nostalgia (da Brilliant Trees, Virgin 1984)

3) JAPAN Visions of China (da Tin drum, Virgin 1981)

4) MORRISSEY Dear God please help me (da Ringleader of the tormentors, Attack 2006)

5) MORRISSEY The never played symphonies (da Irish blood, English heart, Attack 2004)

6) MORRISSEY In the future when all's well (da Ringleader of the tormentors, Attack 2006)

7) ROLLING STONES Brown sugar (da Sticky fingers, Virgin 1971)

8) ROLLING STONES Gimmie shelter (da Let it bleed, Decca 1969)

9) ROLLING STONES Can't you hear me knocking (da Sticky fingers, Virgin 1971)

10) NEKO CASE Star witness (da Fox confessor brings the flood, Anti 2006)


Prometto di non parlare delle recenti elezioni italiane. L'hanno fatto davvero tutti (compreso un elettore italiano all'estero di mia conoscenza a Zoe, Mercoledì scorso, dove ha avuto modo di sfogarsi e dire finalmente quello che pensa di Bellachioma e del suo seguito) e poi sapete piuttosto bene da che parte sto. Dico solo che sono contento di come sono andate le cose e che trovo piuttosto divertente questa legge del contrappasso che ha colpito la rivoltante destra italiana. Ho letto che alcuni studenti romani avrebbero mandato al compagno Calderoli (santo subito!) una maglietta con la scritta "Io sono un coglione", mai abbigliamento è stato più appropriato a chi lo porterà. Propongo, cari studenti, una XXL da inviare all'indirizzo del compagno Tremaglia, un uomo che si batte da molti anni per preparare questa nostra vittoria.

Vorrei invece scrivere qualcosa su "Il caimano" di Nanni Moretti, che ho visto qualche sera fa al mio amato Anteo. Ma perchè Moretti non ha dato più spazio allo straordinario Elio De Capitani e alla sua fantastica interpretazione di Bellachioma? De Capitani sa rappresentare come nessun altro lo spirito, l'essenza del primo berlusconismo, quello sorridente, quello dall'illimitato ottimismo. Ma si vede pochissimo, e il film si sofferma sulla noia mortale delle storie private del sempre uguale a se stesso Silvio Orlando. Ma chi se ne importa del matrimonio del personaggio impersonato da Orlando e dei suoi problemi economici? Tutta la parte centrale del film non mi ha detto assolutamente nulla: che c'entra con l'Italia berlusconiana? Un'occasione sprecata di mostrare quel legame improbabile ma purtroppo esistente tra cumenda furbetti evasori fiscali e popolino ignorante, entrambi preoccupati di difendere l'argenteria dai "comunisti" (con la differenza che i primi l'argenteria l'hanno, i secondi si condannano da soli a non averla mai).

Colpo da maestro di Nanni alla fine, però. Ho trovato geniale la sostituzione di un Berlusconi con un altro, perchè è proprio quello che è successo nella realtà. Il Berlusconi cupo, lugubre, ringhiante, offensivo di oggi non ha proprio nulla a che vedere con il costruttore sorridente che trent'anni fa rivoluzionava (in peggio) la televisione massacrando, di riflesso, la cultura del nostro Paese in chiave iper-consumista.

L'ultima scena (che non racconterò, tranquilli voi che non avete ancora visto il film) è proprio l'inquietante finale che stiamo vivendo in questi giorni.

domenica 9 aprile 2006

Prospettive Musicali, 9/ 4/ 2006

1) CLARENCE ASHLEY The house carpenter (da VV. AA. Anthology of American folk music volume 1: ballads, Folkways 1952)

2) CARTER FAMILY John Hardy was a desperate little man (da VV. AA. Anthology of American folk music volume 1: ballads, Folkways 1952)

3) BUELL KAZEE The butcher's boy (da VV. AA. Anthology of American folk music volume 1: ballads, Folkways 1952)

4) HOWE GELB But I did not (da 'Sno angel like you, Thrill Jockey 2006)

5) HOWE GELB Saint Conformity (da Confluence, Thrill Jockey 2001)

6) HOWE GELB Hey man (da 'Sno angel like you, Thrill Jockey 2006)

7) DONALD FAGEN What I do (da Morph the cat, Reprise 2006)

8) DAVID BYRNE Glass, concrete & stone (da Grown backwards, Nonesuch 2004)

9) BRIAN ENO - DAVID BYRNE Mea culpa (da My life in the bush of ghosts, Sire 1981)

10) BRIAN ENO Sky saw (da Another green world, EG 1975)

11) BRIAN ENO - DAVID BYRNE Very, very hungry (da My life in the bush of ghosts, Sire 1981)

Jonathan Coe, The closed circle (Viking 2004)

"Il Partito Laburista attuale è pro imprese, pro creazione di ricchezza, pro competizione come mai prima d'ora"
- Gordon Brown, Financial Times, 28/ 3/ 2002

"Perchè stiamo facendo questo? si chiese. Perchè stiamo cercando di convincerci a vedere una minaccia in un Paese piccolo e impoverito a migliaia di chilometri di distanza, senza nessuna prova di un suo legame con il terrorismo, un Paese con un arsenale di vecchie armi scalcinate, smantellato anni fa sotto il controllo degli ispettori dell'ONU?"
-
Jonathan Coe, The closed circle

"The closed circle" è il sequel, e l'epilogo, di "The rotters club". Non è graffiante come "What a carve up!" nè innovativo come "The house of sleep", però io credo che sia un libro da leggere se si vuole comprendere la società inglese contemporanea e le sue veloci trasformazioni degli ultimi anni.

I suoi personaggi tragici (su tutti Paul Trotter, MP laburista che decide di votare per l'intervento in Iraq con il solo scopo di poter utilizzare l'appartamento del cognato giornalista - massì, mandiamolo a Baghdad - per incontrare la giovane amante) sono descritti con un sottile humour britannico tendente al sarcasmo.

Non tutto funziona alla perfezione in "The closed circle". Succedono troppe cose e tutte insieme, come se Coe fosse ansioso di perdere l'attenzione di noi lettori, se temesse di annoiarci. Col risultato che le storie più coinvolgenti finiscono per essere "diluite" e si fatica un po' a distinguere percorsi principali e secondari della narrazione.

A porre rimedio però è la forza dei personaggi inventati da Coe, da sempre uno dei punti di maggior forza dello scrittore britannico. Coinvolgente e sorprendente, ma non vi dico di più, la storia di Benjamin.

[Un grazie speciale a Simo che mi ha regalato il libro].

*

Tutto questo lo sto scrivendo aspettando di entrare in studio per una nuova puntata di Prospettive Musicali. Ho appena incontrato Massimo Rebotti, il nostro direttore. Abbiamo parlato un po' delle elezioni di oggi. "Come andrà secondo te Massimo?" gli ho chiesto. E lui, con un grande sorriso sicuro, mi ha risposto "Vinciamo noi". Speriamo, speriamo.

Adesso compilo la scaletta, così appena finisce Prospettive la metto online, contenti?

venerdì 7 aprile 2006

A volte basta aprire una porta



A volte bisogna spaccare vetri



giovedì 6 aprile 2006

Howe Gelb, 'Sno angel like you (Thrill Jockey 2006)

"Oh my worried spirits
oh my troubled mind".

Il senso dell'ultimo disco di Howe e' tutto in quella risata spontanea del coro, alla fine di "Get to leave". Howe che prepara il finale solenne e poi lo stecca nell'ilarita' generale. E lo vedi mentre ride sotto quei baffi simpatici.

"'Sno angel like you" e' un disco semplice. Blues sereno, se non fosse una contraddizione di termini. E' leggero, sa alleggerire l'anima. Ci sono gli "worried spirits", c'e' la "troubled mind", ma i cori gospel che colorano queste ballate le infondono di un senso di speranza e di luce.

"But I did not" e' diventata una canzone essenziale per me. "Seeing the dark clouds' silver lining" una frase che ripeto a me stesso in continuazione.

E splendida "Love knows no borders" che inizia silenziosa e alla fine per ribadire il concetto assesta distorsioni impreviste.

Da qualche parte tra "Valley of rain" e "Chore of enchantment", per ricordarci che Howe sa essere geniale. "''Sno angel like you" avra' un posto di rilievo tra i dischi del 2006.

[Ascolteremo insieme "'Sno angel like you" se vorrete tenermi compagnia, questa Domenica, a Prospettive Musicali, 22.35, sui 107.6 di Radio Popolare].

lunedì 3 aprile 2006

Tommy Lee Jones, The three burials of Melquiades Estrada


"Veniamo da Cincinnati, ci sono tanti malls li'" dice con aria trasognata, poco dopo l'inizio del film, la giovane e avvenente moglie della guardia di frontiera. I due si si sono appena trasferiti in un paese texano di poche anime, prossimo alla linea di confine con il Messico.

"The three burials of Melquiades Estrada" [se ho fatto le cose per bene cliccando dovrebbe aprirsi il trailer] si svolge tutto nei primi 50 minuti, poi si trascina per altri 80, senza mantenere le promesse della prima parte. Che pero' e' splendida. Un frammento di vita contemporanea nell'America rurale dei mandriani e della musica country: moralista, chiusa, invidiosa e orgogliosa di esserlo.

La giuria di Cannes ha assegnato la Palma d'Oro a Tommy Lee Jones, ma io credo che se in questo film qualcuno merita tale onorificenza e' la superlativa January Jones. Il suo ritratto della moglie annoiata che lascia la brillante vita cittadina ("Al liceo eravamo piuttosto popolari") per seguire il marito, alla quale per altro e' legata da un rapporto in avanzato stato di decomposizione, e' strepitoso. La sua non esistente vita sociale, che si svolge noiosa e solitaria nell'unico bar della cittadina dove si intrecciano notizie e tresche, lo sguardo con il quale osserva la vicina sovrappeso che prende il sole, la distanza siderale dal marito, rappresentata dalle due televisioni in casa, quella in cucina dove la moglie vede le soap opera e quella in soggiorno sintonizzata sullo sport, il rapporto sessuale consumato in cucina in dieci secondi, la mania per i mall commerciali, tutto questo racchiude per me il senso del film. Che dovrebbe terminare con la tanto attesa visita al centro commerciale.

Invece prosegue, anzi la storia principale inizia proprio dopo tutto questo. Il viaggio verso il Messico, vero filone principale del film, mi ha lasciato l'amaro in bocca. January Jones scompare dal film e con il suo personaggio una delle poche ragioni di interesse della storia. L'altra infatti, l'immigrazione, resta un po' sempre sullo sfondo della narrazione principale. La quale ha troppi elementi fiction e spettacolari per piacere a un iper-realista come me.

Vi direi consiglierei quasi di andare a vedere il film, ma di uscire dopo la prima ora.

Remain in light





domenica 2 aprile 2006

Rolling Stones, Let it bleed (Decca 1969) e Sticky fingers (Virgin 1971)

Risentiti a ciclo continuo nel fine settimana, sotto un cielo che cambiava colori e forme senza dare tregua. "Wild horses", "You can't always get what you want", "Gimmie shelter", la cover di "Love in vain" di Robert Johnson.

"Well I followed her to the station
With a suitcase in my hand
Yeah, I followed her to the station
With a suitcase in my hand
Whoa, it’s hard to tell, it’s hard to tell
When all your love’s in vain

When the train come in the station
I looked her in the eye
Well the train come in the station
And I looked her in the eye
Whoa, I felt so sad so lonesome
That I could not help but cry

When the train left the station
It had two lights on behind
Yeah, when the train left the station
It had two lights on behind
Whoa, the blue light was my baby
And the red light was my mind

All my love was in vain
All my love’s in vain".

Non e' uno dei testi piu' emozionanti della storia della musica?

Paul Kilsby, Hoopers Gallery


La zona nella quale vivo si sviluppa attorno a una bella chiesa, circondata da un tranquillo giardino e da strette vie quasi esclusivamente pedonali. Non ci sono particolari ragioni per esplorare quelle stradine, se non il piacere di dimenticare, per qualche minuto, di fare parte di una delle megalopoli del mondo. Clerkenwell Green, con la chiesa, la vecchia scuola, la biblioteca, un pub storico, e' una piccola oasi di pace e silenzio.

Clerkenwell Close, la via che rimane dietro St. James Clerkenwell, la immagineresti forse in un paesino irlandese, non certo a Londra. Proprio sul retro della chiesa si trova una piccola galleria dedicata alla fotografia, che si chiama Hoopers, dal nome del fotografo che la inauguro' un paio di anni fa.

In questo periodo ospita la mostra di questo artista di Oxford chiamato Paul Kilsby, il quale fotografa in bianco e nero i capolavori dei maestri della pittura rinascimentale e barocca accentuandone profondita' e senso prospettico. La sua mostra si intitola "After Vermeer" ed e' composta da 16 grandi interpretazioni delle opere del maestro olandese.

L'idea che dovrebbe animare questo esperimento e' quella di trascendere i confini tra epoche diverse, questo secondo la press release. A me invece ha fatto tanto venire il desiderio di tornare alla National Gallery a ritrovare "A lady seated at a virginal" e "A lady standing at a virginal", nella piccola sala dove vengono ospitate. Lo faro' Mercoledi', approfittando dell'apertura serale, quando la National diventa un luogo nel quale fuggire dal blues di meta' settimana.

Intanto che sono qui, posso ricordarvi l'appuntamento con London Calling a Zoe, tutti i Martedi' alle 12.15 su Radio Popolare? Questa settimana parleremo della mostra di Martin Kippenberger alla Tate.