Ma che cosa significa la parola "clandestino", ci avete mai pensato? Io credevo che clandestini fossero i passeggeri che non avevano pagato un biglietto di viaggio. Invece, i "clandestini", come quelli che vediamo in questa sua foto, vendono tutto quello che hanno per acquistare un passaggio verso un'altra vita.Vita che viene poi loro negata, non capisco davvero con quale pretesto. Ma non siamo tutti esseri umani, abitanti di uno stesso pianeta? Perche' alcuni allora sarebbero clandestini? Perche' molti di noi sono stati accolti con tutti i diritti a vivere in un Paese diverso da quello dove siamo nati, mentre chi fugge dalla fame, dalle epidemie, dalle guerre non viene ricevuto nello stesso modo?
Di cosa si tratta? Paura di che? Di perdere il diritto che per qualcuno e' divino a guidare un SUV? Perche', in base a quale meccanismo, l'avidita' di queste persone e' diventata legge che condanna miliardi di persone a una vita senz'acqua, medicine, cibo?
A questo pensavo qualche giorno fa, mentre visitavo questo nuovo spazio dedicato al fotogiornalismo, che e' stato aperto a 2 minuti a piedi da dove vivo. Le foto di Medina sono davvero impressionanti, stringono il cuore in una morsa di compassione, rabbia, disperazione. Un grande schermo le propone con cadenza incessante. Immagini di corpi annegati, giovani stremati, coperti di stracci o avvolti in coperte, occhi senza luce, bambini che piangono.
[Non ho invece apprezzato, forse perche' molto provato, le sue foto che occupano l'altra meta' della galleria].
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Vi racconto un altro paio di cose legate a questa giornata. La prima l'ho letta in un'intervista al chitarrista dei Public Image Limited, Keith Levine. Levine, non tutti lo sanno, si considerava discepolo di Steve Howe, proprio il chitarrista degli Yes, del quale era stato roadie quando aveva 15 anni. E infatti, la sua tecnica chitarristica era superlativa, specie se accostata ai chitarristi punk ai quali veniva spesso accostato. Lo sapete come ha inventato il suono squadrato come un blocco di granito e affilato come un rasoio che sentiamo nei dischi dei PIL? Sbagliando. Proprio cosi'. Levine, invece di correggere i propri errori, li ripeteva. Questo sfata il famoso luogo comune. E' una cosa che mi ha fatto molto pensare.
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La seconda cosa mi e' successa sempre stamattina. Mi serviva una pianta da mettere in terrazzo e cosi' ho preso il 55 e in 20 minuti sono arrivato ai colori incredibili del Columbia Road Flower Market. Mi aggiro un po' tra fiori e piante dai nomi a me per lo piu' misteriosi, tra le grida dei venditori, fino a quando il mio sguardo incrocia lui, che sapevo avrei fatto mio.
Lui e' un meraviglioso pero fiorito, dell'altezza di quasi 4 metri (che va benissimo perche' il mio e' un roof terrace, quindi the sky's the limit). Pago il prezzo, decisamente decente, e mi ritrovo con tra le braccia il mio pero e nessuna idea di come portarlo a casa. Passo davanti alla fermata del 55, sempre stretto in quell'abbraccio, ma gli sguardi delle persone con piante piu' maneggevoli, del tipo "Non vorrai salire sul bus con quel babab, ti ci vuole un bus solo per te", mi dissuadono dall'idea di tornare come sono arrivato.
Resta un'unica soluzione: camminare, facendo un pezzo di Hackney Road e tutta, tutta Old Street abbracciato al mio altissimo albero di pero. Cosi' il nostro Fabio/ Marcovaldo si incammina, attento a evitare gli altri alberi, quelli fissi, nonche' ultra-insidiose segnalazioni stradali basse.
Ci ho messo una bell'ora a tornare, e intanto pensavo. Perche' in questo periodo sono single e nemmeno innamorato, ma insomma, sarebbe stato cosi' bello se invece avessi avuto qualcuno dal quale andare dicendo qualcosa tipo "Tesoro, sai, ho pensato di portarti un mazzo di fiori, ma vedi, mi sembrava troppo poco per te, per cui, ecco, ehm, ti ho portato fin qui un intero albero fiorito". Quel pensiero mi ha tenuto compagnia mentre invece, un'ora dopo, sono riuscito ad arrivare fino alla porta di casa, a risalire sempre stretto al mio albero i quattro piani di scale fino alla porta del mio appartamento, a lottare con qualche ramo ribelle trascinando infine il mio meraviglioso pero fiorito fino sul terrazzo, dove sta che e' una meraviglia.
Ed e' un po' come se quell'abbraccio lungo un'ora avesse generato un rapporto proprio speciale tra di noi.






























