Post Statistiche Commenti Profitti Campagne Pagine Tema Impostazioni Elenco lettura Guida

Ambiente Uguaglianza Tempo

lunedì 31 gennaio 2011

Pedro Almodovar, Tutto su mia madre (1999)

La brutalita', e mi pare di poter dire anche la grossolana incomprensione, con la quale viene rappresentato in questi desolanti giorni l'universo femminile, mi ha fatto venire voglia di andare a rivedere Tutto su mia madre.

Appare quasi paradossale che un film come questo sia stato girato da un uomo. Direi che depone certamente a favore dell'estrema, unica sensibilita' di uno dei piu' grandi registi viventi. Solo un regista di infinito talento avrebbe potuto inventare un personaggio reale come Manuela, con quel misto di melodramma e humour che caratterizza il tono bunueliano di tutta la pellicola (e un po' di tutto il linguaggio di Almodovar).

A colpirmi e' stata soprattutto l'empatia profonda con la quale Manuela, sorella Rosa e Lola vengono rappresentate, nel confronto con la nascita e la morte. E poi l'interpretazione della maternita', come atto piu' profondamente creativo nella vita di una donna (Manuela e' stata da giovane una brava attrice, che lascia la sua carriera per vivere appieno l'esperienza di madre).

Tutto su mia madre e' anche un film di colori primari: rossi, blu, gialli, motivi cromatici ricorrenti in Almodovar. Non so se avete notato come per i titoli Almodovar sembra essersi ispirato all'estetica dei classici Blue Note.

Ed e' un film nel quale la musica gioca un ruolo importante, pur senza essere mai invadente. La colonna sonora di Alberto Iglesias e Dino Saluzzi (arricchita da una malinconica e bellissima canzone di Ismael Lo) e' un disco che mi e' capitato spesso di ascoltare anche indipendentemente, anzi che comprai prima di vedere il film.

Decisamente pertinenti anche i riferimenti/ omaggi a Tennessee Williams e a Truman Capote con una bella citazione da Musica per camaleonti (1980):

Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l'autoflagellazione.

Etichette: ,

domenica 30 gennaio 2011

Alexander Lonquich, Robert Schumann/ Heinz Holliger (ECM New Series, 2011)

Davvero una bella idea quella di combinare in un disco la fantasia per pianoforte Kreisleriana di Robert Schumann con una Partita del compositore contemporaneo svizzero Heinz Holliger, per sua stessa ammissione da Schumann molto influenzato.

L'effetto e' di sottolineare la continuita' tra la tradizione romantica tedesca e la dinamica marcata dello stile compositivo di Holliger (che in passato scrisse lieder su liriche di Holderlin). Separati da un secolo e mezzo, e si sente, ma in qualche modo legati dal gusto per il chiaroscuro e la vivacita' dei frequenti cambiamenti atmosferici.

L'esecuzione di Alexander Lonquich (pianista che ha in passato interpretato autori sia classici come Mozart e Schubert che contemporanei come Messiaen) e' intensa e personale. Il disco e' stato registrato nell'auditorium della Radio Svizzera, a Lugano.

Il ricco libretto che accompagna il disco e' generoso di note che preparano all'ascolto.

Della Kreisleriana ho trovato in rete questa esecuzione, molto piu' ornata, di Vladimir Horowitz.

Molto consigliato, e ideale ascolto per tranquille notti invernali.

Etichette: , , ,

venerdì 28 gennaio 2011

David Grubbs, Rickets & scurvy (Drag City, 2002)

La riscoperta degli ultimi giorni e' questo album, che non ascoltavo da una vita e nemmeno ricordavo di avere.

Quando usci', una decina di anni fa, ricevevo ogni settimana pacchi di dischi, che finivo per ascoltare una o due volte e poi archiviavo dopo avere scritto dieci righe per il Manifesto/ Alias. Alcuni li ho recuperati solo dopo anni, per scoprire che avrebbero meritato molta piu' attenzione.

David (definito da Liberation le plus Français des Américains) mi capito' di intervistarlo proprio per il Manifesto, quando ancora stava a Chicago. Ricordo che mi diede appuntamento alla stazione di Damen & Milwaukee a mezzogiorno di un sabato e mi invito' nella sua graziosa casa, una villetta circondata da girasoli. Pensavo di intervistarlo e venire via subito dopo, e invece passammo tutto il pomeriggio insieme, in giro per i negozi di dischi di Wicker Park.

Da quel pomeriggio l'ho incontrato abbastanza spesso, a Chicago, Milano, Londra, e quando non abbiamo occasione di vederci di tanto in tanto ci scriviamo: recentemente mi ha mandato una foto molto bella di suo figlio letteralmente appeso alla barba del pazientissimo Will Oldham.

Rickets & scurvy e' un disco piu' intricato di quanto possa sembrare ascoltandolo distrattamente. Il lavoro chitarristico e' davvero superlativo, dal fingerpicking di Transom (aperto dall'elettronica dei suoi amici Matmos) alla bossanova di Don't think (che si trasforma in chiave Tortoise dopo la prima meta').

Ma il gioiello dell'album arriva alla fine e si intitola Kentucky karaoke: una ballata per piano e voce, con un testo semplicissimo (Here's a prediction: when you have stories to tell, you will tell them) ripetuto su accordi che possono addirittura ricordare una Gymnopedie (o la traccia di apertura del primo suo album solista Banana cabbage, potato lettuce, onion orange, che usci' su Table of the Elements nel 1997 e da molti anni non e' piu' disponibile).

Se da qualche anno non lo riascoltate, spero di avervi dato una buona idea per gli ascolti rilassati del fine settimana.

Etichette: ,

lunedì 24 gennaio 2011

Gyorgy Kurtag, Kafka-fragmente (ECM New Series, 2006)


I Kafka-fragmente di Kurtag sono probabilmente l'esperienza di ascolto piu' estrema che un ascoltatore coraggioso puo' intraprendere nel corso della propria vita. Li consiglio, ma solo a chi non teme di avvicinarsi a musica davvero ostica, dissonante, che lascia il sistema nervoso profondamente scosso.

Tra le pietre angolari della musica contemporanea della seconda meta' del ventesimo secolo, Kafka-fragmente venne scritto dal compositore ungherese nel biennio 1985/ 6, selezionando quaranta passi dai diari e dalle lettere dello scrittore praghese, spesso soltanto una frase, e sovrapponendoli a musica tagliente come cocci di vetro, per solo violino.

Sentiti in sequenza, i quaranta frammenti (spesso di pochi secondi) sono una sfida che esaurisce l'ascoltatore, costringendo a un livello di attenzione assoluto, che non da' tregua. E' un'esperienza totalmente diversa rispetto, ad esempio, all'ascolto di una serie di canzoni: piu' simile alla contemplazione di lampi o stelle cadenti, ma di abbagliante intensita'.

E di fatto solo un ascolto in assoluta concentrazione ha senso. Soltanto entrando dentro questa musica fino a divenirne parte, senza percepire piu' alcun confine tra noi ed essa, si fa esperienza completa di questi momenti di bellezza totale e indescrivibile. Ascoltando, davvero, questi frammenti di emozione concentrata alla sua massima potenza, si esperisce qualcosa di non dissimile dagli atti noetici dei quali parlavano i filosofi greci (concetto poi ripreso da Husserl e dai filosofi fenomenologici). Un livello di comprensione immediata e altissima della vita e della sua vastita', che ti investe nella molteplicita' delle sue forme, trascendendo il pensiero.

E' un linguaggio totalmente nuovo, di una densita' informativa e emozionale che richiede un grande sforzo empatico per essere decodificata. E contemporaneamente, sai che solo una piccola parte di quello che stai ascoltando puo' essere compresa. Il resto resta al di fuori del controllo e della comprensione (sia razionale che emozionale), e ci costringe ad accettare, con umilta', il paradosso che frammenti cosi' brevi richiedono cosi' tanto tempo e cosi' tanti ascolti ripetuti per rivelare tutta la loro complessa bellezza.

Emozione pura, per sua stessa natura impossibile da controllare. E' questo che rende l'ascolto dei Kafka-fragmente cosi' disturbante, fino a quando si decide di accettare che nello spettro delle musiche possibili puo' trovare un suo spazio anche questa, cosi' acida, disarmonica, selvatica.

Come recita uno dei frammenti: From a certain point on, there is no going back. That is the point to reach.

Attenzione pero', perche' raggiungere quel punto puo' essere un'esperienza davvero lacerante, di intollerabile intensita'.

Consiglio l'esecuzione uscita qualche anno fa per ECM, che e' quella che ho io (Juliane Banse soprano, Andras Keller violino), secondo me superiore rispetto a quella di Dawn Upshaw e Geoff Nuttall sentita un paio di mesi fa qui al Barbican (con le foto di David Michalek come parte della scenografia).

In rete ho trovato questo frammento, registrato nel 2009 al Festival di Nancy, che dovrebbe dare un'idea (ma molto sommaria: credo che solo ascoltando l'intera sequenza si possa fare esperienza dell'intensita' assoluta di questo lavoro).

Etichette: ,

sabato 22 gennaio 2011

Enzo Bianchi, L'altro siamo noi (Einaudi, 2010)


L'altro siamo noi prosegue il ragionamento che Enzo Bianchi inizio' con La differenza cristiana (2006) e Per un'etica condivisa (2009), a supporto di pratiche di accoglienza e fratellanza, che non possono mai prescindere dal concetto di umanita' che tutti ci unisce, pur se nel rispetto delle differenze.

Enzo, mi ripeto ogni volta che torno a Bose, e' un uomo davvero fortunato, un uomo che ha tutto: sapienza, valori, capacita' di ascolto e riflessione, amore per il prossimo, per la natura, per il silenzio che ci permette di ascoltare gli altri e noi stessi, di dare senso anche alle piccole cose. Cos'altro serve per vivere bene, con pienezza, la nostra vita?

Silenzio che non deve naturalmente impedire l'incontro, lo scambio, ma che anzi e' funzionale a costruire un rapporto con l'altro che sia partecipato, non indifferente.

Di fronte alla squallida esibizione di desolazione, abbruttimento, disumanita', cinismo, reificazione, vuoto che i giornali italiani ci mostrano in questi giorni, la lettura delle parole di Enzo ci eleva a una dimensione superiore, calma, profonda, serena, contemplativa.

Leggi Enzo e capisci l'importanza, e la bellezza, della responsabilita', percepisci il desiderio e la necessita' di un rinnovamento che passa attraverso una semplificazione del vivere e un'esercizio di cura e approfondimento continui.

Pagine che danno ispirazione quelle di Enzo. Vi propongo un paio di frammenti di Il pane di ieri (1 e 2) e una bella intervista di Fabio Fazio (parte 1 e 2). Rileggo, riascolto, e mi propongo di riflettere sulle parole di questo uomo davvero speciale, nei prossimi due giorni.

Buon fine settimana, ci vediamo qui lunedi'.

Etichette: ,

mercoledì 19 gennaio 2011

Jimi Hendrix Experience, Electric ladyland (Reprise, 1968)

Questa notte ho riascoltato, dopo secoli, Electric ladyland, concludendo che e' il disco di Hendrix che preferisco. In Electric ladyland, il chitarrista di Seattle porto' a compimento una combinazione di rock, blues, soul e psichedelia che suona ancora oggi modernissima, insuperata.

Ascoltato piu' di quarant'anni dopo la sua realizzazione, il terzo album di Hendrix resta attuale, sorprendente, e continua a suonare davvero coraggioso.

In quegli anni, il rock, era davvero una cosa molto diversa da cio' che sarebbe diventato. Era musica, a suo modo, sperimentale, che guardava sempre oltre, trovava la sua ragione di esistere nel dire cio' che nessuno aveva mai affermato prima e nell'aprire strade nuove.

Nulla a che vedere con la deriva conservatrice di questi giorni, la ripetizione di cliche' sempre piu' frusti e stanchi, esaltati da riviste di proprieta' di grandi gruppi editoriali e di conseguenza assai poco indipendenti, la giostra a rotazione continua di ristampe e rimasterizzazioni in confezioni pacchiane al punto da essere ridicole (un disco che durava 40 minuti diventa una lagna che va avanti per tre ore di versioni millimetricamente diverse, chissa' perche' all'epoca scartate), una minestra riscaldata che e' in fondo sempre la stessa.

A noi ascoltatori resta pero' il patrimonio di quegli anni, al quale sappiamo di potere attingere scoprendo sempre qualcosa che ci era sfuggito: per sempre fonte di emozioni e ispirazione. Senza ricorrere all'ultima ri-rimasterizzazione, semplicemente riascoltando i nostri gloriosi vinili che portano con se' i segni del tempo che e' passato.

Questa e' Voodoo Chile, dal vivo.

Etichette: ,

lunedì 17 gennaio 2011

Nicholas Ray, Bigger than life (1956)

Un altro bell'esempio di quello che si diceva ieri e' questo film che Nicholas Ray giro' un anno dopo Rebel without a cause.

In superficie e' un melodramma familiare: un insegnante, per mantenere un buon tenore di vita per la sua famiglia, durante il pomeriggio svolge segretamente un secondo lavoro, in una compagnia di taxi. Ma a un certo punto cede, crolla.

Gli viene diagnosticata una malattia che dovra' curare con delle pasticche di cortisone, un farmaco all'epoca del film non ancora testato. Ne risulteranno disturbi psicotici che disintegreranno gli apparentemente solidi equilibri della graziosa famiglia suburbana. Prima (naturalmente, e' un film hollywoodiano) del prevedibile lieto fine (trombe, The end).

Questo, appunto, in superficie. A me pero' e' sembrato di cogliere, scavando solo un po', tutta una serie di tematiche di critica sociale nemmeno tanto nascoste.

Intanto, sembra che nemmeno allora gli insegnanti se la passassero molto bene dal punto di vista salariale, se il protagonista per mantenere uno stile di vita piccolo borghese e' costretto a un doppio lavoro.

Ma soprattutto, mi e' sembrato che tutta la faccenda del cortisone e dei suoi effetti fosse in realta' un pretesto per raccontare la fragilita' degli equilibri della middle class americana, e non solo. In fondo gli stessi equilibri che in questi anni la recessione economica ha messo in discussione, forse per sempre.

Mi ha colpito soprattutto l'elenco delle ambizioni tipicamente borghesi, latenti in una situazione normale, che la malattia mentale porta a galla. Dal consumismo binge, espresso nei costosi regali alla moglie (che risulteranno in debiti strangolanti), al desiderio di un figlio che eccella nello sport e a scuola, desiderio che fara' perdere la testa definitivamente al protagonista.

Si puo' forse vedere a tanti livelli, ma a me Bigger than life ha comunicato un senso di critica all'American dream senza appello. Consigliato: decisamente piu' profondo del pur bellissimo Rebel without a cause.

Questa e' la scena nella quale il precedentemente affettuoso padre di famiglia si trasforma in un despota, accecato dalle ambizioni, ossessionato dall'incertezza del futuro.

18/ 1: mi hanno appena segnalato questa presentazione del film, fatta da James Mason, che mi fa piacere condividere.

Etichette: ,

domenica 16 gennaio 2011

Howard Hawks, The criminal code (1931)

Da quando un paio di mesi fa mi sono associato al British Film Institute ho visto davvero molti classici hollywoodiani, soprattutto di Frank Capra e Howard Hawks, ai quali sono state dedicate rassegne molto complete (quella su Hawks, ancora in corso, si concludera' solo a fine febbraio).

Vedere film hollywoodiani classici risponde a un gran bisogno di chiarezza e semplicita'. Nei film di quegli anni, la struttura sulla quale si basa la trama e' un po' sempre la stessa: i buoni sono di qui e i cattivi di la', e il buono e' spesso un eroe vessato dalle ingiustizie. Dopo molte vicissitudini, alla fine il buono vince sempre. Al suo fianco c'e' sempre una donna fascinosa, che lo sostiene, e l'ultimo fotogramma e' sempre un bacio tra l'eroe e la donna fascinosa (in quel momento la musica si alza e compare la scritta The end, e poi il film e' finito, non ci sono come adesso i titoli di coda). Per cui il ritorno alla realta' e' in genere un po' brutale. E pero' in qualche modo quella semplicita' strutturale ti resta impressa, cosi' come il senso di sollievo conseguente alla vittoria del bene sul male: dell'amore, della giustizia, della mitezza, del coraggio, insomma di qualcosa che sentiamo come positivo, di valore.

Mi sono pero' sorpreso a scoprire che qualche volta i film hollywoodiani sono tutt'altro che conservatori, anzi comunicano messaggi che i sociologi afferirebbero alla corrente del determinismo sociale. E' il caso di questo The criminal code, che mi e' rimasto molto impresso per la rappresentazione della condizione carceraria, e una non troppo implicita presa di posizione per una riforma penale ispirata a valori di rieducazione anziche' di punizione.

Si era nell'America pre-New Deal, ma il tema e' purtroppo ancora attuale. Certo, c'e' l'eroe (un carcerato buono), c'e' la donna fascinosa (la figlia del direttore del carcere), l'eroe viene accusato ingiustamente, viene sottoposto a vessazioni, eccetera. La storia e' sempre la stessa, come dicevamo.

Pero' questo e' un film insolitamente coraggioso, e molto progressista per i suoi tempi (infatti in alcuni stati la censura si abbatte' sulla pellicola, che subi' tagli o nemmeno pote' essere mostrata, per la pretestuosa accusa di violenza).

Se vi capita di trovarlo in giro, cercate di non perderlo.

Questo e' un celebre frammento, starring Boris Karloff, che se non l'avete gia' visto vi dovrebbe dare un'idea dell'atmosfera che si respira un po' in tutto il film.

Etichette: ,

mercoledì 12 gennaio 2011

Voces8, Bach motets (Signum, 2010)

I mottetti di Bach (i sei che sono giunti fino a noi) sanno esprimere con immediatezza una fede religiosa gioiosa, davvero profonda e sentita.

Stasera, riascoltandoli per l'ennesima volta nella bella esecuzione pubblicata l'anno scorso da Signum Classics ad opera di questo eccellente gruppo vocale del Berkshire, sono andato a studiarmi un po' la loro storia.

I mottetti (composizioni corali di tema religioso) in realta' non sono cosi' comuni nella musica barocca, e la loro tradizione si perde subito dopo. Si tratta infatti di una forma compositiva precedente, che appartiene al Medioevo e al Rinascimento. Tutte informazioni che voglio presto approfondire.

Quelli di Bach vennero composti come accompagnamento delle liturgie luterane, nel corso delle quali il canto degli inni era mezzo di espressione di un'unificazione tra tutte le classi sociali. Gli storici della musica sostengono che i sei mottetti contenuti in questo disco furono scritti individualmente a distanza di tempo, come commissioni per cerimonie religiose. E in effetti si differenziano abbastanza, soprattutto per il senso di solennita', decisamente maggiore in alcuni (in particolare Jesu, meine freude, il piu' lento, raccolto e meditativo).

Per me, che mi sono avvicinato alla musica barocca solo negli ultimi anni trovandola un patrimonio musicale di sconcertante modernita', questo disco e' un passo davvero interessante nel mio percorso di ascoltatore. Del resto credo di aver capito che esplorando il repertorio di Bach non si sbaglia davvero mai.

In rete ho trovato il mottetto che apre il disco (Singet dem Herrn ein neues lied), eseguito l'anno scorso nel corso di questo festival (al quale mi piacerebbe molto assistere quest'estate). Un luminoso inno alla gioia, che comunica uno stato di armonia con tutto l'universo, naturale e spontaneo.

Etichette: , ,

martedì 11 gennaio 2011

Paul Auster, Sunset Park (Henry Holt & Co./ Einaudi, 2010)

Stasera avrei voluto scrivere un post su questo libro, letto tutto d'un fiato. Poi mi sono perso a guardare la bella intervista di Fabio Fazio a don Gallo (segnalatami dallo stesso amico che mi ha regalato Sunset Park), un po' di video di Eno che non avevo mai visto prima, ho letto un po' sul divano sentendo un pezzo del lungo (12 giorni senza interruzioni!) speciale che BBC Radio 3 sta dedicando all'opera omnia di Mozart, e infine ho visto questa intervista rilasciata da Paul Auster all'editor di Granta, sull'essere scrittore (You get to work hard to make it look easy), nella quale dichiara che i suoi libri raccontano sostanzialmente intense e intime storie d'amore (even in Timbuctu, just between a man and a dog). Se la guardate anche voi, vi prego di notare il soggiorno di casa Auster, perche' nella sua semplicita' e' il soggiorno piu' bello della storia mondiale dei soggiorni, pieno di libri e librerie, con colori caldi, comode poltrone sulle quali stravaccarsi a leggere, delle belle fotografie, un vecchio camino e un luminoso bow window affacciato su un albero.

E adesso crollo dal sonno dopo una lunga giornata di lavoro, troppo per scrivere qualsiasi cosa dotata di senso compiuto.

Pero' Sunset Park ve lo consiglio. E' un libro sostanzialmente ancora una volta sulla musica del caso. Sulla paziente ricostruzione di una vita dopo una volontaria espiazione. Ma, appunto, il caso attende dietro l'angolo.

Cedo, vado a nanna.

Etichette: ,

venerdì 7 gennaio 2011

Amadinda Percussion Group, Varese, Chavez, Cage & Harrison (Hungaroton Classic, 1994)

Nell'ultimo anno e mezzo, mi e' capitato di lavorare dal mio soggiorno la maggior parte dei giorni, tre o quattro su cinque. Quasi da subito, ho preso l'abitudine di tenere in sottofondo per tutto il giorno BBC Radio 3, che trasmette una piacevole colonna sonora di musica classica, contemporanea, jazz e musiche folk del mondo.

Questa abitudine ha trasformato profondamente sia la musica che ascolto, che il modo di sentirla e conoscerla. In genere, tengo aperto il website di Radio 3, e quando sento qualcosa che mi interessa vado a cercare di capire di cosa si tratta. In questo modo, sto scoprendo davvero molto.

L'effetto che questo ha avuto su di me e' stato soprattutto la liberazione dall'ascolto di musica legata al presente e di origine anglo-americana: ogni giorno mi capita di compiere un viaggio musicale a 360 gradi, geografico e temporale. Come conseguenza, quest'anno ho dovuto declinare diversi inviti a compilare la lista dei dischi dell'anno. Non ho che una vaga idea di cosa sia uscito negli ultimi dodici mesi: su 150 - 200 album comprati nell'ultimo anno, solo forse 20 - 25 sono stati pubblicati nel 2010. Le riviste musicali, con la sola eccezione di Wire che acquisto tutti i mesi perche' mi sembra l'unica indipendente dai condizionamenti degli uffici marketing, a casa mia non entrano da un pezzo.

Non sempre la musica che trasmettono a BBC Radio 3 e' facile da reperire, anzi quasi mai: ci si deve armare di pazienza, cercare, scrivere, contattare, aspettare (per inciso, come ho gia' detto altre volte, ascoltare musica scaricata mi da' la stessa soddisfazione di leggere una pila di fotocopie invece di un libro originale; e quindi e' una cosa che se posso appena appena evito. Non parliamo nemmeno di scaricare illegalmente: considerando la musica che mi piace, scaricare illegalmente significherebbe rubare a chi ha ancora meno di me, e mi farebbe sentire un verme).

A un certo punto, a volte preceduti da una mail di conferma che aumenta l'aspettativa, arrivano nella cassetta delle lettere gli oggetti del desiderio (inutile dire che a volte scendo quattro volte in una mattina, per controllare che il postino sia passato). In genere non ascolto immediatamente: aspetto di fare una pausa, per uno spuntino e una tazza di te'. L'ascolto di un disco nuovo specie se lungamente atteso resta sempre una piccola cerimonia.

Il disco che vivamente consiglio oggi, ho dovuto ordinarlo da un'etichetta magiara, la Hungaroton Classic, e attendere che con calma rovistassero i loro polverosi archivi e me lo trovassero. Ma e' un album assolutamente fantastico.

Si tratta di quattro composizioni per sole percussioni: una di Edgard Varese (1883 - 1965), una di Carlos Chavez (1899 - 1978), e una di John Cage (1912 - 1992) insieme a Lou Harrison (1917 - 2003). Completa il disco la celebre 4'33" di Cage, che come sapete consiste nell'invito ad ascoltare le casuali interruzioni del silenzio nell'ambiente nel quale si e'.

A eseguirle e' un gruppo di percussionisti ungherese che si chiama Amadinda Percussion Group, che ci accompagna in un viaggio di scoperta della prima musica composta interamente per percussioni. Se si fa eccezione per musiche tribali e ci si limita alla tradizione classica occidentale, dobbiamo infatti aspettare fino al decennio 1930 per ascoltare musica scritta per sole percussioni, e proprio composta da Varese, Chavez e Cage.

E' un ascolto che richiede un po' di concentrazione e di disponibilita' iniziale, come del resto un po' tutta la musica contemporanea. I pianissimi si alternano ai fortissimi imprevedibilmente, e richiedono il desiderio di farsi assorbire e trasportare in un viaggio avventuroso.

Se pero' volete ascoltare musica davvero inusuale ed esplorativa, questo disco fa per voi. Arriva con note piuttosto esaustive, anche se un po' tecniche e cervellotiche.

Per farvi un'idea, questo e' un frammento di Ionisation di Varese (che come i piu' musicofili di voi certamente ricordano, e' il brano che Frank Zappa nella sua autobiografia sostiene che gli fece desiderare di diventare un musicista) proprio eseguito dall'Amadinda Percussion Group.

Buon fine settimana.

Etichette: , , , , ,

mercoledì 5 gennaio 2011

Ralph Stanley and the Clinch Mountain Boys featuring Charlie Sizemore, 16 years (River Tracks, 1986)

Sempre un grande piacere curiosare nel catalogo Rounder, etichetta del Massachusetts specializzata nel recupero del suono dell'America rurale: country, bluegrass, blues, folk.

L'ultima mia scoperta, che sto ascoltando in loop da quando sono tornato a Londra, non e' un disco di adesso, ma una cassetta del 1986, registrata dal magnifico suonatore di banjo (e veterinario) Ralph Stanley (classe 1927) e dal suo gruppo, i Clinch Mountain Boys, autori di purissimo bluegrass di montagna, fresco e incontaminato come acqua di sorgente.

16 years fu originariamente concepito come cassetta tirata in 500 copie da un'etichetta che pubblica solo nastri a livello locale, chiamata River Tracks (che non ha nemmeno un sito Internet: che meraviglia!), e solo grazie alla passione della Rounder e' possibile oggi riascoltare suoni cosi' genuini, di stupefacente semplicita' e sincerita'.

Oltretutto, un blog che si chiama Engadina Calling non puo' che apprezzare il nuovo titolo attribuito dalla Rounder alla cassetta: Can't you hear the mountains calling. Un richiamo che da queste parti conosciamo bene.

Il riferimento e' a aria pura e cristallina, a cieli azzurri e a belle passeggiate che tengono alla larga ogni preoccupazione di quelle che ci assalgono dopo troppi giorni passati nella follia della citta'. Cristallina proprio come e' questa musica, registrata tra un concerto e l'altro in piccoli bar e circoli di lavoratori lungo strade di montagna, per un ristretto pubblico di contadini, operai, ragazze di campagna desiderose di danzare.

Musica che trasmette soprattutto gioia di vivere, e pero' a tratti anche un umore malinconico, specie quando i ritmi delle ballate si fanno piu' meditativi e il banjo dialoga con il nostalgico suono del violino.

E pero' sorrido, ascoltando un disco come questo nella notte, le sue armonie e le sue liriche cosi' semplici ed evocative di sentimenti sinceri, di quelli che non moriranno davvero mai. Proprio come le melodie senza tempo di questo ultra-ottantenne che con costanza e passione dagli anni '40 gira le campagne d'America con il suo banjo, raccontando storie e emozioni semplici che tutti possono capire e condividere.

Questa e' la traccia che apre la cassetta.

Etichette: , , ,

martedì 4 gennaio 2011

Jose' Saramago, Cecita' (Einaudi, 1996)

Sono convinto che non esista un libro piu' illuminante (paradossalmente) di Cecita' per interpretare il mondo di questo inizio del terzo millennio.

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono, sostiene la moglie del medico, e il senso del libro e' tutto contenuto in questa amarissima considerazione.

Come ha esplicitamente dichiarato lo scrittore portoghese nel discorso di accettazione del premio Nobel, Cecita' parla della dissoluzione delle reti e dell'ideale di solidarieta' nel mondo contemporaneo.

E indaga, del mondo nel quale ci dibattiamo, valori e disvalori, strutture di potere, egoismo e spirito di appartenenza al gruppo, ruoli scelti e imposti, dagli altri attorno a noi e dalle circostanze.

La grandezza di Cecita' sta nel fatto che leggendolo non ti puoi tirare fuori: ti costringe a pensare, a immedesimarti, a fare delle scelte.

Non inganni il finale: Cecita' e' un libro di un pessimismo assoluto e universale. La difficolta' collettiva non richiama ideali di fratellanza e condivisione, ma l'instaurazione di una legge di natura, brutale e spietata.

A cavallo tra 2010 e 2011 sono stato qualche giorno in Italia, mi ci sono immerso completamente. Vi ho gia' raccontato che sto pensando di lasciare la Gran Bretagna, e per questo ho voluto pormi domande e cercare risposte che siano il piu' possibile oggettive, senza lasciarmi troppo coinvolgere emotivamente. Ho provato a registrare l'esistente, senza precipitare giudizi e decisioni.

Ho fatto lo sforzo di osservare il Paese che ho lasciato dieci anni fa come se non lo avessi mai visto prima.

L'Italia di oggi mi sembra, di fatto, un Paese molto diverso da quello di allora. E' un Paese imbarbarito, che sta correndo all'indietro, stracciando giorno dopo giorno i diritti di uguaglianza e civilta' faticosamente conquistati in anni di lotte operaie e intellettuali. Un Paese dominato in uguale misura dalla frivolezza e dall'egoismo, da un ideale di immagine priva di sostanza (televisiva, verrebbe da dire) e da un sostanziale pessimismo, che senti in continuazione riflettersi nei discorsi che ascolti.

Non mancano le oasi, certo. Mi viene in mente Radio 3, che quando torno ascolto con grande costanza e sempre regala interviste lucide e emozionanti. Fahrenheit, Uomini e profeti (con ospite il sempre ottimo Guido Chiesa, il giorno di Santo Stefano), Battiti, le scelte musicali dell'ottimo Arturo Stalteri (lo scoprii per caso nel 1989, quando ero obiettore di coscienza tra le montagne della Val Camonica dove arrivavano solo le radio RAI, e gli sono sempre stato molto affezionato, senza peraltro averlo mai conosciuto di persona). RAI News e' un'altra voce che apprezzo, libera e diversa.

Ma non so, non vedo piu' gli anticorpi che hanno permesso al nostro popolo di liberarsi or non e' molto da una dittatura. Anzi. Ricordo che anni fa non mi capacitavo del fatto che i nostri connazionali avessero permesso un'avventura cosi' sciagurata. E oggi vedo la storia ripetersi, nell'indifferenza e addirittura nell'adesione da parte di non pochi a idee sgangherate e anti-storiche.

Certo, vedo anche un'Italia ancora sana. La sento nelle parole dell'ottimo Maurizio Landini, segretario generale della Federazione degli Operai Metalmeccanici, che vorrei eleggere personaggio dell'anno di Engadina Calling, insieme ai lavoratori che lo sostengono e voteranno orgogliosamente no al referendum su Mirafiori, resistendo alla regressione.

Ma sono eccezioni, mi pare di capire. Il resto e' chiasso, comportamenti vistosi, frivoli, scalmanati, privi di quella sobrieta' di modi che ci permetteva di distinguerci in positivo dalla volgarita' americana, solo pochi anni fa.

Avrei voluto parlare di Cecita', poi sono uscito dal tema. Chiedo perdono, anche se forse no, a pensarci ho continuato a parlare del capolavoro di Saramago, solo interpretandolo un po'.

Etichette: ,

domenica 2 gennaio 2011

Prospettive Musicali del 2 gennaio 2011

1) MEREDITH MONK W/ ROBERT EEN
Chinook
da Facing North
(ECM New Series, 1992)

2) MARILYN CRISPELL/ DAVID ROTHENBERG
Tsering
da One dark night I left my silent house
(ECM, 2010)

3) KEITH JARRETT/ CHARLIE HADEN
For all we know
da Jasmine
(ECM, 2010)

4) BONNIE PRINCE BILLY & THE CAIRO GANG
Troublesome houses
da The wonder show of the world
(Drag City, 2010)

5) MEREDITH MONK W/ ROBERT EEN
Keeping warm
da Facing North
(ECM New Series, 1992)

6) JOANNA NEWSOM
Have one on me
da Have one on me
(Drag City, 2010)

7) JOANNA NEWSOM
Esme
da Have one on me
(Drag City, 2010).

Ascolta.

Prospettive Musicali torna, eccezionalmente, martedì 4 gennaio alle 21, per una puntata riepilogativa del meglio che abbiamo ascoltato insieme nel 2010.

Il 6 gennaio, alle 19.50, Radio Popolare manderà in onda una replica dello speciale Captain Beefheart (ascolta).

Prospettive Musicali va in onda tutte le domeniche alle 22.35 su Radio Popolare, FM 107.6.

Etichette: