270/ Quello che non abbiamo più.



Ben ritrovati!

A proposito di quello che ho scritto settimana scorsa, stasera nel colloquio settimanale con il mio analista mi è uscita un po' per caso l'espressione abitare i valori, che voglio annotare qui perchè di questo si tratta.

Abitarli, starci dentro, farsi ispirare costantemente, far sì che forniscano un perimetro di movimento, una cornice di senso, diventare una cosa sola con quei valori.

Ma veniamo al post di questa settimana.

Sto leggendo un imponente volume che ripercorre quel frammento di storia contemporanea che siamo soliti chiamare anni '60, con tutto il portato simbolico che chi appartiene alla mia generazione associa a quell'espressione.

Ne esce, almeno per me, lo spaccato di un mondo ingenuo che sa comunicarmi un'enorme purezza e molta semplicità.

E' una sensazione che provo anche ogni volta che i miei genitori aprono la loro personale scatola di ricordi di quegli anni. Si conobbero nel 1962, si sposarono nel 1964, e un anno più tardi venni al mondo io. Gli anni '60 cambiarono per sempre le loro vite.

Potremmo scrivere decine e decine di righe su quello che allora non avevamo e oggi sì.

Ma quello che mi viene naturale leggendo quelle pagine, è invece riflettere su quello che abbiamo perso. Che è molto. E mi vengono in mente in particolare tre cose.

1) La noia.

Lo scrivo un po' provocatoriamente. Avrei potuto scrivere il silenzio, o la capacità di stare nella celebre stanza vuota di Pascal. Invece rimando alla forza creativa della noia, quella sua naturale capacità di stimolare l'immaginazione e di generare nuove idee.

Oggi la noia è stata cancellata da un intrattenimento a ciclo continuo che sopprime il bisogno di inventare e di ri-inventarsi. Se si inventa qualcosa, ha sempre a che fare con la tecnologia.

Ma mi domando se il soggetto al centro di questo processo creativo sia chi inventa oppure l'inarrestabile e incontrollabile forza propulsiva della tecnica. Se l'inventore non sia cioè solo un mezzo che realizza un progresso di fatto inevitabile.

Quando ci annoiavamo, era diverso. Il progresso delle idee andava in tante direzioni, non in una sola.

2) Il futuro.

Il futuro non esiste più, o per meglio dire si è persa la nostra capacità di plasmarlo e trasformarlo. Il futuro è già scritto, definito dal progresso della tecnica. Provate a opporvi. Venite esclusi, ignorati, considerati vecchi (oggi, un peccato mortale senza diritto di appello).

E guardate che è stata proprio la fiducia nel futuro a definire il pensiero libero e la sua realizzazione (arte, design, musica) che ancora adesso ci affascinano quando torniamo a immergerci in quel decennio.

3) Lo spaesamento.

Alla percezione di conoscere solo un pezzettino di mondo, si è sostituita la convinzione di dominare il sapere, di essere esperti di qualsiasi cosa.

Ma era, quello spaesamento, quel sapere di non sapere, una forza che rendeva il viaggio, la lettura di libri, la ricerca e l'ascolto di dischi, la fonte di sorprese bellissime perchè ardentemente desiderate.

Lo spaesamento (conseguenza del non poter conoscere con precisione scientifica coordinate, distanze, cause, conseguenze di ogni fenomeno) era un enorme generatore di desiderio, e quel desiderio lo soddisfacevi immergendoti nella realtà.

Oggi, con tutto a portata di un clic, quel desiderio non esiste più. Il suo pallido surrogato lo soddisfi nel mondo digitale, tornando subito dopo a uno stato omeostatico. Ed è molto, molto diverso.

Vi ritrovate nei miei pensieri?

Ci sentiamo, sempre su queste frequenze, tra sette giorni, venerdì alle 7.

Buon fine settimana!

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