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Osservazioni e ascolti

mercoledì 25 febbraio 2009

Johanna drove slowly into the city

Arrivato a meta' della mia settimana milanese, mi lascio alle spalle la parte lavorativa e mi appresto a passare in Italia quattro giorni di sano riposo. Cioe' insomma, considerando che domani se ascoltate Radio Popolare sara' davvero difficile evitarmi. Prima sono ospite a Terminal 9 (tra le 9 e le 10, non so ancora quando), poi di Zoe (alle 11.30), poi monto la mia intervista a Bonnie Prince Billy che andra' in onda a Patchanka (sarete i primi a sapere quando) e infine alle 21 va in onda la replica del mio intervento mattutino a Zoe. Se proprio non volete sentirmi consiglio di stare il piu' possibile lontani dalla vostra radio.

Dopodiche' per vostra fortuna partiro' per il mare, e fino a Prospettive Musicali, Domenica alle 22.35, non ci si sente piu'.

Oggi di nuovo sono riuscito a stupirmi della bella luce di Milano. Ho passato la mattina in un piccolo ufficio tranquillo in Piazza Cavour, con una deliziosa presenza a condividere con me quello spazio. Poi giretto ai giardini di Porta Venezia, qualche chiacchiera con Bruno del baretto della Centrale del Latte che vado a trovare tutte le volte che torno in citta', e davvero non volevo piu' rientrare, sarei rimasto troppo volentieri al sole con un bel libro. Per tutto il pomeriggio, per consolarmi e non intristirmi troppo, ho suonato in loop questo disco.

Dal quale ci ascoltiamo una traccia che vi ho proposto anche settimana scorsa in radio, e che mi sta ossessionando in questi giorni di quasi primavera (a un anno buono dall'uscita dell'album, peraltro).

lunedì 23 febbraio 2009

It's a family affair

E cosi' dopo un po' di ripetizioni di tutto il processo da parte di Alessandro e Gigi, e un aiutino tecnico da parte di Vito (irie irie!), sono riuscito a fare una cosa che forse sognavo dal lontano 9 Ottobre 2004, quando per la prima volta pubblicai un post, e la soddisfazione e' esattamente la stessa che provai quel giorno, mischiata con quel senso di stupore reverente con il quale da anni guardo a questa macchina magica.

Prospettive Musicali e' diventato qualcosa che potete ascoltare la Domenica sera, quando la realizziamo nello studio acquario di Radio Popolare, oppure tutte le volte che desiderate, grazie alla colonnina qui a destra che contiene i podcast del programma. Avverto gia' segnali di nervosismo per lo share da parte di Bonolis, che infatti nelle interviste degli ultimi giorni ha passato la notizia sotto silenzio.

Ieri sera vi ho raccontato la storia dei Levitts e vi ho prosposto la traccia che apre il loro unico disco. I Levitts erano una famiglia di bohemien simpatici del Greenwich Village che nel 1968 si trovo' a registrare una serie di session per la ESP, etichetta specializzata in jazz modale e free jazz, insieme a nomi (alcuni di primo piano: Chick Corea per esempio) che incidevano per la stessa label.

Si inserivano in quella tradizione di famiglie musicali che in quegli anni comprendeva anche loro e loro.

Torno a consigliare quella bella ristampa, come faccio tutte le volte che un disco mi sembra particolarmente adatto al momento. Sono a Milano, e oggi ho passato un po' di tempo passeggiando ai giardini della Villa Reale, contemplando la luce, cosi' diversa da quella del cielo inglese, e i primi segni di risveglio della natura. Il jazz dei Levitts, leggero e primaverile, con accenti bossa nova e quel cantato che ricorda troppo Astrud Gilberto, e' la musica per questa stagione di cambiamenti. Leggera, come una piuma che volteggia in un cielo azzurro.

Da We are the Levitts vi propongo un'altra traccia. Questa e' Fun city.

domenica 22 febbraio 2009

Prospettive Musicali del 22 Febbraio 2009


1) ANTONY & THE JOHNSONS Her eyes are underneath the ground (da The crying light, Secretly Canadian 2009)


2) ANTONY & THE JOHNSONS Hope there's someone (da I am a bird now, Secretly Canadian 2005)


3) GAVIN BRYARS The English mail-coach (da Hommages, Les Disques du Crepuscule, 1981, rist. LTM 2008)


4) DAVE MASON & CASS ELLIOT Walk to the point (da Dave Mason & Cass Elliot, Blue Thumb 1970, rist. Rev-Ola 2008)


5) LEVITTS The saints of my city are children (da We are the Levitts, ESP-Disk 1968, rist. 2008)


6) VAMPIRE WEEKEND A-punk (da Vampire Weekend, XL 2008)


7) WAR ON DRUGS Arms like boulders (da Wagonwheel blues, Secretly Canadian 2008)


8) LOREN CONNORS & JIM O'ROURKE Or possibly Koln (da Two nice catholic boys, Family Vineyard 2009)


9) LOREN CONNORS Sorrow in the house (da As roses bow: collected airs 1992 - 2002, Family Vineyard 2007).

Ascolta.

mercoledì 18 febbraio 2009

Post's not dead


Forse dovremmo condizionare a tutto questo il nostro ingresso nell'euro, affermare che non possiamo adottare la moneta di un continente che accetta un politico come Mr. Berlusconi mi diceva stamattina col suo accento distintamente Oxbridge il soft spoken dottor O'Doherty, il mio medico. Sono andato da lui per parlare della mia salute, e invece un po' come se fossi stato in un film di Moretti mi sono messo a raccontargli i mali del mio Paese.

Ieri sera invece ho partecipato alla riunione del gruppo induista che si riunisce vicino a dove lavoro, come ogni tanto mi capita di fare, impari sempre qualcosa, E i principi guida del lecturer di ieri mi sono proprio piaciuti : follow your passions, share happiness, live simply, give more, expect less. Ci sono cose che e' bello sentirsi ripetere, e cio' che preferisco del fatto di non credere in una religione specifica e' che puoi cogliere gli elementi che ti piacciono da tanti sistemi di pensiero diversi, e finire naturalmente per elaborarne uno che ti rispecchia.

Pensavo queste cose nel mio percorso attraverso le meditative e silenziose sopraelevate del Barbican, e arrivato a casa ho suonato un disco adatto al clima riflessivo che la lecture aveva suscitato, l'estratto del tour europeo di Loren Connors e Jim O'Rourke del 1997, appena pubblicato dalla Family Vineyard di Connors.

L'album si intitola Two nice catholic boys e lo sto ascoltando davvero parecchio in questi giorni. Jim O'Rourke non l'ho mai incontrato di persona, anche se mi sarebbe piaciuto molto. Nel periodo nel quale mi capitava di passare lunghi periodi a Chicago, il mio host era in genere David Grubbs. Lui e Jim si evitavano, a seguito dei dissapori che avevano portato alla rottura dei Gastr Del Sol, e quindi in quegli anni mi capito' di frequentare un po' tutti, dai Tortoise ai gruppi Skin Graft, tutti tranne proprio O'Rourke.

Sara' per questo che mi e' sempre sembrato un personaggio mitico. Tutti cosi' raggiungibili tranne lui, Jim O'Rourke, del quale tra l'altro ricordo che tutti parlavano con enorme rispetto. Jim O'Rourke ha fatto tutto, e tutto bene. Se ci pensate, non esiste un chitarrista piu' diverso da Loren Connors, che invece per tutti questi anni ha analizzato nei minimi dettagli un suono, sempre quello, entrandoci dentro con sempre maggiore profondita'. Per chi non fosse particolarmente famigliare con Connors, consiglio questa raccolta, che abbiamo del resto gia' ascoltato insieme a Prospettive Musicali. Due buoni entry points per conoscere Jim O'Rourke invece direi che potrebbero essere Bad timing o Upgrade & afterlife dei Gastr Del Sol (che invece personalmente mi ricordano troppo i tempi delle notturne Tropici e Meridiani).

Two nice catholic boys si compone di tre lunghe improvvisazioni, scrivendo delle quali Byron Coley su Wire ha usato non a vanvera il termine telepatia. Quando vennero realizzate, Jim e David avevano da poco pubblicato, per la loro Dexter's Cigar, uno dei capolavori di Connors, e Jim stava per produrre questa collaborazione tra Connors e Alan Licht, per cui immagino che i discepoli prediletti di John Fahey si frequentassero con buona regolarita'. Nel disco, i passaggi da muro sonoro elettrico a frammenti di silenzioso blues decostruito suonano fluidi e emozionalmente morbidi come raramente accade di ascoltare in un disco improv.

Non ho trovato in rete frammenti sonori di questa collaborazione, ma ho invece particolarmente apprezzato questo brano di grande atmosfera, suonato dal vivo a New York da Connors insieme a Licht.

Ci sentiamo questa Domenica a Prospettive Musicali, Radio Popolare Milano e Roma, alle 22.35.

lunedì 16 febbraio 2009

Rodchenko deserves a quiet night


Il momento piu' bello del fine settimana, uno di quei momenti nei quali ti senti proprio vivo e felice di esserlo, e' accaduto Sabato sera, saranno state le nove e mezza. Sarebbe potuto succedere un po' prima o un po' dopo, ma invece quelli nei quali realizzi di essere felice sono sempre istanti che arrivano quando decidono loro e danno finalmente un senso a tutto. Poi passano e vanno, quando e se ritorneranno non e' dato sapere.

Tu li puoi aiutare, puoi magari facilitarne l'arrivo, dare loro appuntamento da qualche parte a una qualche ora, pero' non sai se arriveranno oppure se starai li' ad aspettare e non si faranno vedere. Ci sono luoghi nei quali quei momenti vanno piu' volentieri di altri. I sentieri dell'Engadina, la passeggiata tra Camogli e San Fruttuoso quando ti fermi a guardare il mare la' sotto, la Tate Modern.

Alla Tate Modern ho scoperto pero' che li incontri solo quando le gallerie sono deserte: alle 10 del mattino, al momento della chiusura, il Venerdi' e Sabato sera quando inspiegabilmente la Tate chiude alle 10.

Inspiegabilmente, perche' non c'e' nessuno, e insomma immagino che l'investimento necessario per tenere aperto quel catafalco di posto non sia mica indifferente. Pero' e' cosi', tradizionalmente. Qualcuno c'e': perlopiu' giovani coppie italiane, francesi, spagnole, che si riempiono gli occhi di linee e colori e si muovono in tutto quel silenzio, increduli. I custodi delle sale con lo sguardo fisso sulla lancetta dei secondi dei loro orologi, che se ti infili un Picasso nello zaino forse non se ne accorgono neppure. Inglesi non pervenuti: ci stanno gia' dando dentro con birra e vomito da alcune ore.

E insomma gironzolavo per le sale deserte della mostra sul costruttivismo, gustandomela per la terza volta (ha aperto Giovedi', fate da soli la stima delle volte che la vedro', considerando che chiude a meta' Maggio) e a un certo punto mi sono fermato per tipo 5 minuti a guardare i tre quadri monocromi Pure red colour, Pure yellow colour, Pure blue colour, nella sala 7, riempiendomi la retina di quelle pennellate (che dovevano, nelle intenzioni di Rodchenko, decretare la fine del linguaggio pittorico). Vicino, lontano, ancora un po' piu' lontano, ancora vicino.

Poi ho deciso di proseguire e sono entrato nella sala successiva, dove Barbara, unica presenza, era immersa in una serie di illustrazioni dal catalogo di una mostra del 1921. Ed e' stato a quel punto che mi sono reso conto un po' all'improvviso che le coordinate della realta' come siamo abituati a viverci in mezzo erano state totalmente annullate. Non c'e' nulla di drammatico in tutto questo, niente che riesco a descrivere a chi non ha mai fatto l'esperienza di diventare parte del tutto che ti circonda e in quel tutto perdertici completamente, non capire piu' dove finisci tu e inizia lo spazio tutt'attorno. Sensazioni sottili, in fondo. E del resto, a pensarci, chi cercava sensazioni forti a quell'ora del Sabato sera era da tutt'altra parte.

La mostra e' strepitosa, tra le migliori degli ultimi anni. Ieri sera ho cercato di concentrarmi e prepararci sopra un pezzo per Zoe, senza riuscirci. Troppi sono i riferimenti ai quali la mia mente correva ogni volta che provavo a buttare giu' qualche appunto. Ci riprovero' stasera, ma sinceramente non so quante speranze di successo potro' avere.

Qualche nota: dodici sale, lavori soprattutto (ma non solo) di Rodchenko e Popova, realizzati tra il 1917 e il 1925. I curatori hanno evitato il Rodchenko successivo, le sue opere fotografiche, che erano del resto state oggetto di una mostra alla Hayward Gallery meno di un anno fa (anche quella, magari qualcuno ricordera', presentata a Zoe - e per i musicofili che leggono no, non c'e' il ritratto di Lilya Brik ripreso dagli Ex).

La prima parte della mostra e' dedicata ai lavori pittorici, con i painterly architectonic della Popova, e le constructions e le astrazioni di Rodchenko. Magnifica la sesta sala, dedicata alla scultura, con due esempi di sculture sospese ottimamente illuminate che proiettano le loro ombre sulle pareti della galleria. L'ultima parte e' dedicata alla grafica, ai manifesti pubblicitari (la collaborazione tra Rodchenko e Mayakovsky), ai tessuti, ai costumi di scena per il teatro, al cinema. E per chi ha tempo, nel caffe' al quarto piano della Tate mandano in loop uno splendido film sulla Rivoluzione d'Ottobre.

venerdì 13 febbraio 2009

Intuito femminile

E' una giornata bellissima a Londra. Il cielo e' azzurro con qualche nuvola candida casualmente sospesa. Per la prima volta quest'anno ho visto i turisti che posavano per le foto sulle scale della cattedrale di San Paolo finalmente non intirizziti. E il sito della BBC dice che domani il tempo sara' ancora migliore, evviva! I miei occhi si stanno lentamente abituando al sole - ora dovro' fare abituare anche gli occhi della mia Eos, che il sole non l'ha ancora visto essendo nata nell'inverno British.

Questo sara' il mio ultimo fine settimana londinese di Febbraio, poi per due consecutivi saro' a Milano. Quando tornero' qui sara' Marzo e l'inverno, spero, finito. La rubrichetta settimanale del Venerdi' dedicata alla musica lascera' il posto per due settimane a the real thing, Prospettive Musicali (che condurro' Domenica 22 Febbraio e I Marzo, alle 22.35 - su Radio Popolare Milano e Roma).

L'azzurro di questo cielo mi ha fatto pensare alla copertina di un disco uscito nel 1977, e ristampato un paio di anni fa dalla Fall Out. Etichetta della quale so pochissimo: dovrebbe essere tedesca da quello che mi diceva stamattina Marco Reina, e comunque i suoi dischi si trovano dai soliti mail order che se leggete Engadina Calling proabilmente usate gia': Other Music, Dusty Groove, Sounds of the Universe.

Sto facendo riferimento al capolavoro minore Intuition, della cantautrice americana Caroline Peyton. Uscito originariamente autoprodotto per un'etichetta dell'Indiana, la Bar-BQ.

Disco superlativo di questa cantante del Mississippi che ricorda parecchio nello stile Joni Mitchell, Carole King, Carly Simon, Judee Sill, Linda Perhacs - insomma il miglior cantautorato femminile americano degli anni '70.

Caroline Peyton arrivava da studi classici - le sue prime incisioni sono tre dischi di cantate di Bach pubblicati sul finire degli anni '60. Poi qualcosa accade e pochi anni dopo la ritroviamo cantante degli Screaming Gipsy Bandit, voce della art community di Bloomington, Indiana, e formazione folk-rock che in quegli anni aprira' per Captain Beefheart, Mahavishnu Orchestra, Jefferson Airplane, Sly Stone.

I suoi dischi migliori vengono considerati Mock up del 1972 (almeno pare: uscira' finalmente una molto attesa ristampa per la Numero Group il 2 Marzo - naturalmente l'estensore di questo blog ha gia' fatto il pre-order presso l'etichetta) e questo Intuition. Album decisamente eclettico: si apre con una traccia country - rock, prosegue con un blues elettrico, al quale fa seguito un brano soul disco, eccetera.

La traccia che vi propongo apre la seconda facciata e dimostra bene l'eclettismo di Caroline Peyton: inizia come una ballata di Joni Mitchell e evolve come una bossa nova pianistica di Luiz Eca e del Tamba Trio (l'altro nome che mi viene in mente e' quello di Bill Evans). Gilles Peterson, l'unico altro advocate di Caroline Peyton alla radio credo, l'ha trasmessa alcune volte a Radio 1. Si intitola Just as we.

Dopo questo disco Caroline Peyton si dedichera' a progetti un po' estranei ai nostri interessi. La ritroveremo come protagonista di un musical insieme a Andy Gibb (il fratellino sfortunato dei Bee Gees, che mori' a soli trent'anni) e poi come cantante di colonne sonore disneyane negli anni '90 (La bella e la bestia, Aladino, Pocahontas). Il suo ultimo album risale al 1998. Si intitola Celtic Christmas spirit e, beh, che non vi venga in mente di regalarmelo.

Buon ascolto e buon fine settimana, ci risentiamo Lunedi'.

martedì 10 febbraio 2009

Fast flood

Ci vuole un po' a raggiungerla, bisogna scendere in metropolitana fino a Oval e poi saltare su un autobus, il 36 o il 436, e soprattutto sapere dove scendere, ma la South London Gallery non delude mai. In passato vi ho raccontato (un po' qui e un po' alla radio) installazioni e mostre di Christian Boltanski, Kim Gordon, Saskia Olde Wolbers, Nigel Cooke viste in quell'improbabile galleria sospesa nel vuoto residenziale tra Camberwell e Peckham.

Adesso che per chi ha la pazienza di seguire sto curando per Zoe una serie di inserti da staccare e conservare sulle gallerie pubbliche minori di Londra, ci sono tornato, per l'inserto numero 3 che andra' in onda domattina alle 11.30 e poi domani sera alle 21, naturalmente su Radio Popolare.

La galleria e' stata trasformata in una sala di proiezione con grande schermo dal soffitto al pavimento, come gia' successe quando presentarono gli splendidi video di Saskia Olde Wolbers. Questa volta protagonista e' il collettivo danese Superflex, con un video di 20 minuti, in loop fino al I Marzo, intitolato Flooded McDonald's.

A me e' piaciuto davvero parecchio, soltanto non fate l'errore (che noi, London Smog e io, peraltro non abbiamo fatto solo per caso, semplicemente perche' siamo arrivati al momento giusto tra due proiezioni) di entrare a film iniziato.

In sostanza quello che vedete e' un McDonald's, uno come tanti. Vuoto, come se dopo l'orario di chiusura tutti l'avessero abbandonato, senza preoccuparsi di fare le pulizie. Vassoi sui tavoli, cartoncini di patatine mangiati a meta', panini sbocconcellati, avanzi di McNuggets. Le luci sono accese e le cineprese riprendono un po' panoramiche del locale, un po' dettagli: le casse, le pile di bicchieri, i distributori di cannucce, le piastre delle cucine, le seggioline, le pattumiere.

Poi, improvvisamente, accade qualcosa di imprevisto. Un piccolo rivolo d'acqua inizia a filtrare da sotto la porta dei bagni. L'acqua inizia a coprire completamente il pavimento e il livello comincia a salire. Il primo a venire travolto e' uno di quei cartelli gialli con la scritta Caution Wet Floor. Poi tocca al pupazzone Ronald McDonald capitolare dopo aver oscillato un po' nell'acqua con quel suo gesto di saluto della mano e lo sguardo ebete che potrebbero ricordare il papa o la regina.

L'effetto e' quello del crollo di una statua imperiale nell'antica Roma, o della capitolazione dell'enorme Saddam Hussein in una piazza di Baghdad. L'inizio della fine. L'acqua sale sempre piu' e travolge ormai tutto. I vassoietti galleggiano sul pelo del liquido sempre piu' lurido come surf abbandonati a se stessi. L'acqua si riempie di schifezze: patatine, cartaccia, cannucce, plastica. Gli impianti elettrici saltano lasciandoci nella semi-oscurita'.

Il livello dell'acqua sale oltre quello delle cineprese. Siamo ormai anche noi spettatori immersi in quel liquido scuro pieno di rifiuti...

I riferimenti sono belli espliciti: il livello del mare che sale sempre piu', i fondali marini sempre piu' inquinati, lo stomaco di chi mangia senza cura sempre piu' simile a una pattumiera.

Flood for thought:



Flooded McDonald's from Superflex on Vimeo.

lunedì 9 febbraio 2009

If you don't start undressing me soon, this is going to turn into a panel discussion

La scoperta del fine settimana in realta' non e' affatto una scoperta, nel senso che del caffe' vegetariano del Mary Ward Education Centre mi parlo' la mia amica Francesca, che viveva da quelle parti, tipo quattro anni fa. E ci sono passato pure davanti parecchie volte in questi quattro anni, dato che e' nel cuore di quello che insieme a Hampstead e' il quartiere di Londra che preferisco, e cioe' Bloomsbury.

Ma chi si sarebbe aspettato una cosa del genere? Main courses vegetariani squisiti con insalata a 3 sterline e mezza. Torte sontuose a 1 sterina e 20. Te' a 50 pence. Espresso Illy a 70 pence. Marco che continuava a ripetere ma questa e' l'Inghilterra degli anni '70... qui il tempo si e' fermato... Io in totale estasi gastronomica/ visiva/ sensoriale.

Poi cosi', un po' a caso, le scoperte delle ultime settimane. Il negozio di Oliver Spencer in Lamb's Conduit Street, che sta facendo sconti a tutto spiano e che e' entrato nell'olimpo dei miei negozietti di menswear preferiti insieme a Folk Clothing, nella stessa via, e Albam a Soho (fatti da parte Tyler Brulee!).

La pizzeria Franco Manca nel mercato di Brixton: la migliore pizza di Londra, con pomodorini biologici e forno a legna costruito da un artigiano napoletano. Francois che segue un vassoio di focacce e ci troviamo nel negozio di Giuseppe, che vende vini biologici dei colli tortonesi (casa!) e collabora con il Manifesto. Andateci quando avete tanto ma tanto tempo perche' Giuseppe e' uno storyteller da paura.

Della South London Gallery parliamo Giovedi' a Zoe, e comunque merita un post a parte.

Poi beh, la sorpresa del fine settimana e' stato quanto mi e' piaciuto Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen. Non avrei mai pensato. Ieri sera sentivo a Radio 4 un'intervista a Rebecca Hall (Vicky) che diceva che Woody Allen appena l'ha vista le ha affidato la parte. Vedendo il film capisci perche'. Mi viene in mente quello che ci diceva Bonnie Prince Billy qualche giorno fa, quando gli abbiamo chiesto quanto si identificava in Kurt, il protagonista di Old Joy, e lui ha risposto che l'identificazione era cosi' totale che quando la regista gli dava indicazioni gli risultava difficile seguirle: il personaggio era gia' dentro di se'.

Ecco, l'impressione e' che in quel film Bardem facesse proprio Bardem, Scarlett Joahansson proprio Scarlett Johansson, eccetera. Che quello sia un po' l'ingrediente segreto del film. E Rebecca Hall, beh, lei faceva Woody Allen in persona. Quel volere e non volere, quella lotta con se stessi che non si vuole davvero mai vincere.

Film bellissimo, e amarissimo - e a pensarci non c'e' niente di piu' bello che vedere un tuo eroe che torna alla sua forma migliore.

(E come mi scriveva stamattina un'amica, a proposito della casa del poeta, il padre del pittore Bardem, la casa del poeta infondeva pace solo a guardarla...e che poetico poter dedicare la propria vita a scrivere, ma solo per se stessi o per gli amici, non per commercializzare i propri pensieri ! Ci penso spesso ultimamente a quanto e' totalmente innaturale trascorrere 12 ore al giorno davanti a uno schermo, mi sembra sempre piu' che il 90% della nostra economia sia un gioco per adulti tipo Risiko, in cui si gioca a bleffare e vendere il niente e si e' tutti intrappolati in questa falsa economia di falsi bisogni, falsi servizi, falsi imperativi...saremmo tutti piu' concretamente produttivi e vivi se ci dedicassimo a coltivare il nostro orto e a autoprodurre l'essenziale, oltre che a coltivare la nostra mente e la nostra anima...).


venerdì 6 febbraio 2009

Black guitar

Ieri davanti a casa e' comparso un altro cartello contro noi lavoratori non British. Questo dice Why so many Africans working in Government offices + council offices? Jobs for English now! Fortunatamente l'avevano gia' staccato dalla ringhiera alla quale era stato appeso e giaceva nella pioggia. Mi ha fatto piacere pulirmici la suola delle scarpe.

Come sempre accade, nei momenti di crisi i furbi la fanno franca e i deboli pagano per tutti. Invece di occupare Buckingham Palace e buttare finalmente in strada la vecchia vacca, i principini e la nobilta' parassita tutta, gli inglesi ancora una volta se la prendono con chi non ha nulla ed e' arrivato qui per cercare un po' di fortuna e felicita', lavorando onestamente.

I miei ascolti risentono di questo clima e si tingono di nero. Ascolto e riascolto le strepitose raccolte di rock psychedelico nigeriano pubblicate da Soundway e Analog Africa. Ma soprattutto in questi giorni sento un disco del 1974, realizzato non si sa come da un gruppo chiamato Chrissy Zebby Tembo & Ngozi Family.

Si intitola My ancestors, lo ha ristampato la spagnola Hummingbird Songs in sole 500 copie - distribuite nei miei 3 negozi preferiti del pianeta: Other Music di New York, Dusty Groove di Chicago e Sounds of the Universe di Londra - ed e' assolutamente irresistibile.

Chrissy Zebby Tembo era il batterista di un gruppo hard psychedelico dello Zambia, tali Scorpions, che poi cambiarono nome in Ngozi Family. Con quel nome incisero un album che e' l'equivalente africano di quello che possono essere stati gli immensi Mutantes per il suono carioca.

La Ngozi Family trasformava l'highlife, come se a suonarla fosse stato Hendrix in persona con una chitarra fuzz da due lire. La qualita' della produzione e della registrazione e' degna di una cassetta comprata al mercato di Lusaka e lasciata in macchina al sole per una settimana. Spettacolare, quindi.

Il brano che vi propongo e' la title track, ma in rete se ne trovano anche altri. Ascoltate anche Trouble maker con quel suono impossibilmente compresso da C60 dimenticata in cantina da 30 anni.

E poi, quest'oggi Engadina Television rende omaggio a Lux Interior e ai Cramps. Avevo 16 anni quando ascoltavo dalla mattina alla sera Songs the Lord taught us, alternandolo ossessivamente con Fire of love dei Gun Club. Adesso Amazon lo vende a 3 sterline e 98 e su Youtube qualcuno ha messo frammenti dello storico concerto al Napa State Mental Hospital.

Somebody told me that you people are crazy but I am not so sure about that dice invasato un giovane Lux Interior prima di attaccare una versione totalmente deragliata di The way I walk di Jack Scott...

Enjoy folks. Ci sentiamo Lunedi' per raccontarci il fine settimana.



mercoledì 4 febbraio 2009

Elliott e le corde tese

[Igor Stravinsky e Elliott Carter]

Nel Paese messo in ginocchio da 15 centimetri di neve, la situazione sta lentamente tornando alla normalita'. Hanno riaperto la Circle line, che non fa un metro che non sia sottoterra e che il sindaco Boris Bellachioma con una scrollata di caschetto aveva Lunedi' mattina deciso di chiudere, insieme a tutte le linee della metropolitana, dei treni e dei bus. Senza peraltro preoccuparsi di far buttare un granello di sale per sciogliere un po' di ghiaccio, cosicche' in questi giorni i marciapiedi erano gia' pronti per la gara di pattinaggio acrobatico delle Olimpiadi 2012.

Se qualcuno fosse ancora in dubbio sul fatto che questo e' un Paese allo sfascio, con una moneta che non vale piu' un cazzo e un'economia basata puramente sul debito e su operazioni finanziarie da mago di Napoli, ha avuto in questi giorni la riprova di quanto i sudditi di sua maesta' siano assoluti dilettanti in tutto. Del resto se avessero un minimo di coscienza collettiva avrebbero probabilmente gia' stampato le suole delle loro Doc Martens sulle chiappe flaccide della demente ottantenne e della sua corte di parassiti sociali che invece mantengono nella pinguedine.

Intanto lo sciopero contro i lavoratori italiani continua. E l'Independent oggi dedica la prima pagina al fatto che impediranno le assunzioni di skilled workers dall'Europa, per dare la precedenza ai laureati britannici. Delle volte mi domando perche' la civile Europa accetti sto popolo di nazionalisti che se ne infischia delle regole dell'Unione e non li lasci marcire nei loro pub e Topshop fino a quando saranno costretti a presentarsi a Bruxelles col cappello in mano. Per altro non credo manchi molto prima che questo succeda. Poi qualcuno mi chiede ancora perche' voglio scappare in Svizzera.

Ecco, in tutto questo scenario (e per calmarmi un po'), ieri sera sono stato alla Wigmore Hall a sentire i 5 quartetti d'archi scritti tra il 1951 e il 1995 dall'immenso Elliott Carter. Davvero fondamentale e' il terzo quartetto, scritto nel 1971. I musicisti sono costretti a suonarlo stando in piedi, tanto e' spaventosamente dinamico. Sembra di vedere una danza. Le partiture assomigliano a scarabocchi, per quanto sono dense di segni. Meta' del quartetto viene suonato da ogni musicista con le dita anziche' con gli archi. Musica di lancinante bellezza. Eccone un frammento:



[Elliott Carter]

[Confermato: stasera il mio intervento sulle librerie di Londra e' in replica alle 22 su Radio Popolare. Mi ha appena scritto Paolo Maggioni che mettera' sul sito della radio anche il podcast - appena riesco lo attacco qui. Eccolo].

lunedì 2 febbraio 2009

Il cello in una stanza


Citta' bloccata per neve, completamente. Bellissima alle 7 e mezza, quando sono uscito di casa: tutto era silenzioso e la coltre attorno a me immacolata. Due ore dopo camminare per le strade era impossibile, ghiaccio vivo, un'impresa titanica restare in piedi. E' ufficiale: gli inglesi non sanno che per sciogliere il ghiaccio basta buttare un po' di sale. Come risultato, hanno bloccato metro e bus e non si muove piu' nessuno.

La neve ha iniziato a scendere ieri pomeriggio mentre aspettavo il 243 che mi portasse al Southbank, dopo aver finalmente visto i video di Jayne Parker che avevo perso al London Film Festival. Bellissimi, li mandano in loop in una galleria di Shoreditch, che sta dall'altra parte della Kingsland Road rispetto a Columbia Road, e che si chiama semplicemente Room: una stanza, nemmeno troppo grande. Musica superlativa, per solo violoncello, di Asperghis, Bussotti e Crane.
Suonata da un violoncellista che non conoscevo e che ho scoperto suonera' alla Conway Hall il 16 Febbraio, tal Anton Lukoszevieze, bravissimo.

Video cercati in rete per condividerli con voi e non trovati. Ma ho trovato una composizione per violoncello molto simile, sempre di Bussotti, che mi e' piaciuta parecchio e mi sembra particolarmente indicata per osservare paesaggi innevati:



[Stop press di Mercoledi' 4. Per chi avesse tempo di ascoltare e fosse interessato all'argomento, sono stato invitato a proporre un intervento sulla situazione a Londra, all'interno di un programma che affrontera' il tema della chiusura delle librerie indipendenti. Oggi alle 14 su Radio Popolare e poi, dicono al 90%, in replica - alle 22 credo].