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Ambiente Uguaglianza Tempo

lunedì 30 novembre 2009

Autogeddon

Non so se sia capitato per caso, ma appena prima che il Barbican annunciasse che avrebbe dedicato la Directorspective di Dicembre a Jacques Tati, il Centro Culturale Francese di South Kensington si e' ripreso cio' che e' suo, dedicando in questi giorni un'antologica al geniale regista, all'interno del Festival del Cinema Francese.

Tra Venerdi' scorso e Domenica prossima, si possono rivedere tutti e sei i suoi lungometraggi (su grande schermo e nel cinema con piu' spazio per le gambe di tutta la citta': ti puoi praticamente sdraiare), e io ne ho approfittato per recuperarne uno che ancora non avevo visto.

In Trafic, uscito nel 1971, Monsieur Hulot e' il direttore design di una casa automobilistica francese che intende presentare al salone di Amsterdam un rivoluzionario e stravagante furgone R4 in grado di trasformarsi in tenda da campeggio. Il viaggio, pieno di contrattempi di ogni tipo (dal traffico a guasti continui), e' come sempre solo il pretesto per Tati esercitare il suo straordinario spirito di osservazione sui rituali del quotidiano.

Quello che ti colpisce in Trafic e' il frastuono costante di motori, prima di realizzare che si tratta, in fondo, della colonna sonora delle nostre vite. E la sua accettazione, in nome dell'inevitabile progresso.

Meravigliose alcune gag, come per esempio quella dei due automobilisti rimasti a secco, che camminano con le loro taniche in cerca di un distributore, e si incontrano proveniendo da direzioni opposte. O quella dei tergicristalli che replicano i gesti dei guidatori. E la scena del maxi-incidente e' pura coreografia, come se di danza si trattasse.

Film bellissimo, capace di rasserenare l'animo in un piovoso pomeriggio domenicale. E contemporaneamente di fare riflettere sull'alienazione della quale siamo tutti vittime, alcuni consapevoli, altri incoscientemente felici.

venerdì 27 novembre 2009

B/ w no

Album assolutamente miracoloso. E' la seconda prova di Matthew Halsall, giovane (25 anni) e talentuosissimo trombettista di Manchester, particolarmente apprezzato da Gilles Peterson che non perde occasione di trasmettere i suoi due dischi nel suo programma settimanale su Radio 1.

Colour yes e' un capolavoro di jazz modale e spirituale che deve parecchio a John e Alice (per l'aggiunta di un'arpa, in tre tracce) Coltrane, Bill Evans, Pharoah Sanders, cosi' come ai nostri amati Phil Cohran e Ronnie Boykins.

E' un album leggero come una gentile brezza primaverile, rasserenante. Una carezza per la mente e il sistema nervoso. Sei tracce in tutto, due delle quali superano i dieci minuti, lasciando a queste soffici, notturne atmosfere tutto il tempo per esercitare con lentezza e profondita' il loro fascino.

Mi propongo di ascoltarlo, con calma, per tutto il fine settimana, inoltrandomi sempre maggiormente nella quieta, classica, avvolgente eleganza di questi suoni, a tratti neanche lontanissimi dal jazz nordico di Christian Wallumrod e Arve Henriksen.

Il disco piu' ECM pubblicato da questa parte della Manica, e uno dei migliori di quest'anno.

giovedì 26 novembre 2009

Gentlemen took Polaroids


Sabato scorso, durante una delle mie flanerie del fine settimana, intese sia come passeggiate che come idleness dello spirito, mi sono imbattuto in ben due mostre di Polaroid, entrambe inaugurate il 9 Ottobre scorso, giorno nel quale e' scaduto l'ultimo lotto di pellicole di questa marca.

La prima delle due e' alla Atlas Gallery, off Marylebone High Street, galleria associata all'agenzia fotografica Magnum, la seconda in una piccola galleria che si trova al centro di Battersea Park e si chiama Pump House, che avevo visto da fuori tante volte (e' in mezzo a un prato popolare per i pic-nic durante le serate estive), ma nella quale non ero mai entrato.

Sono mostre molto simili, con nomi noti che si ripetono in entrambe (Araki, Warhol, Mapplethorpe...). Tra le due ho preferito la seconda, ma direi piu' per l'installazione che per le opere. La Pump House ha uno sviluppo verticale su quattro livelli di dimensioni contenute, ai quali si accede salendo una scala di ferro. Quando ci sono stato io era molto ben frequentata, con pochi appassionati molto concentrati sulle opere in mostra. Dalle finestre si gode di una vista molto rilassante sul laghetto del parco.

Al di la' degli scatti (a me sono piaciute soprattutto le Polaroid di Rankin, Goldberg, Teller e Bourdin), e' una bella occasione per riflettere sulle possibilita' offerte da un formato fotografico povero, senza zoom o grandangolo, che impediva le magie alle quali la fotografia digitale ci ha abituati.

Parlandone, in questi giorni, mi sono reso conto di quante tra le persone che conosco hanno un rapporto caldo con fotografie stampate, vinili, lettere, e invece puramente funzionale e distaccato nei confronti di MP3, email, macchine fotografiche digitali.

Le Polaroid raccontano soprattutto un mondo che era fatto di oggetti destinati a restare con noi per molti anni, ai quali attribuivi senso, dei quali ti dispiaceva disfarti, un po' come quelle vecchie giacche che ti ricordano luoghi e persone adesso lontani, e che quando indossi annullano spazi e ti fanno rivivere emozioni.

[Questo post verra' raccontato agli ascoltatori di Alaska, su Radio Popolare, Giovedi' 3 Dicembre a mezzogiorno e in replica alle 21.

lunedì 23 novembre 2009

Welcome to the jungle

I festival delle comunita' del mondo sono, da soli, una buona ragione per vivere in questa citta'.

Giunto alla sua sesta edizione, quest'anno il Festival del Cinema Curdo ha abbandonato il Rio di Dalston, sua tradizionale sede, e letteralmente invaso la citta', dall'Est (il Rich Mix di Bethnal Green) all'Ovest (il Riverside di Hammersmith), passando per Bloomsbury (il cinema del Birkbeck College) e Shoreditch (la sede di Amnesty International).

Per due settimane, attraverso film e documentari, il festival racconta la storia passata e presente di un popolo senza una nazione, che vive in una regione politicamente divisa tra Turchia, Iraq, Iran, Siria e Armenia.

Il tema dell'immigrazione e' centrale, raccontato sia da una prospettiva soggettiva che attraverso la macchina da presa di registi non appartenenti alla comunita'.

E' il caso del film che ho preferito tra quelli proiettati fino a qui, Welcome, del regista francese Philippe Lioret, con Vincent Lindon, uno dei miei attori francesi preferiti, nel ruolo di protagonista.

Accompagnato da una toccante colonna sonora scritta da Nicola Piovani, Welcome racconta la storia di un diciassettenne curdo, Bilal, che ha attraversato tutto il Medio Oriente e l'Europa con la speranza di raggiungere l'Inghilterra, dove vive la sua fidanzatina.

A Calais, Bilal e' costretto a interrompere il suo viaggio, scoperto dalla polizia francese proprio mentre nascosto nel rimorchio di un camion sta per imbarcarsi e attraversare la Manica.

Bilal, determinato fino in fondo ad arrivare in Inghilterra, inizia a pianificare l'attraversamento della Manica a nuoto. Decide di spendere i suoi ultimi risparmi per comprare un abbonamento alla piscina, risoluto a un regime di allenamento senza sosta.

Qui conosce Simon, burbero maestro di nuoto, che si incuriosisce per la passione e i progressi di questo ragazzino educato e gentile. Simon che e' appena stato lasciato dalla moglie, attivista per i diritti dei migranti, della quale e' ancora innamorato.

Un po' per la simpatia che prova per Bilal, un po' per riconquistare la passionaria moglie, Simon inizia a dare rifugio a Bilal, e nonostante cerchi di dissuaderlo dall'impresa, gli presta la sua muta e assiste alle prove di attraversamento.

Oltre a Bilal, ospita un suo amico. Ma i vicini non gradiscono. A seguito di un diverbio, uno di loro (che ha scritto sullo zerbino Welcome, da cui il titolo del film) avverte la polizia, suggerendo che Simon abbia una relazione con il minorenne Bilal...

Spero di non avervi gia' raccontato troppo. Il film (la cui scena finale e' girata all'interno del deprimente shopping centre di Elephant & Castle) ha il pregio di raccontare con grande efficacia e straordinario senso ritmico, pregiudizi e discriminazioni all'interno della civile Europa.

Scorrono i titoli di coda, e la comunita' curda libera la tensione in un caloroso applauso, riconoscendo in quello che ha visto sullo schermo il proprio viaggio alla ricerca di un futuro migliore.

Cinema civile, interessante, che fa capire molto, che tutti dovrebbero vedere.

venerdì 20 novembre 2009

Beginning to see the flash

Per il momento se ne sta sul tavolino davanti al divano, e la sfoglio una decina di volte al giorno, poi non so ancora se questa monumentale monografia sui Velvet Underground finira' nello spazio in alto a sinistra della mia parete libreria (quello dedicato ai volumi di tema musicale) o in quello in alto a destra (dedicato ai cataloghi fotografici).

Le immagini che contiene (foto, poster, flyers) sono cosi' emozionanti che e' impossibile leggere un'intera pagina di testo senza interrompersi, in estasi.

Nell'introduzione, l'editor del volume, paragona l'estetica dei Velvet Underground a quella di Caravaggio, per la capacita' di padroneggiare l'arte del chiaroscuro, e non solo nell'uso del linguaggio musicale. Di conseguenza, il proposito che lo ha guidato e' stato quello di trattare la monografia sul gruppo newyorkese con la cura che si dedicherebbe alla produzione di un volume su un maestro della storia dell'arte. Con la consapevolezza che i Velvet Underground inventarono un linguaggio ancora oggi miracolosamente attuale. Che l'importanza del gruppo di Lou Reed puo' essere paragonabile alla nascita del jazz e dell'espressionismo astratto, e il loro primo album a Les demoiselles d'Avignon e alla Sagra della primavera.

Nelle foto, la maggior parte in bianco e nero, spesso i Velvet emergono dall'oscurita' illuminati da una luce bianca, gelida, come a voler prendere le distanze stilisticamente dalla psichedelia che negli stessi anni andava per la maggiore sulla costa Ovest (anche se alcuni dei poster riportati annunciano date insieme a Grateful Dead e Quicksilver, convivenza temporalmente forzata di suoni radicalmente opposti).

Contiene interviste a Lou Reed, Maureen Tucker, Doug Youle, un saggio di Jon Savage e commenti di Lester Bangs. Acquisto super-consigliato durante la spesa del fine-settimana. Ci rivediamo qui Lunedi'.

mercoledì 18 novembre 2009

Wild nights wild nights were I with thee wild nights should be our luxury

In questi ultimi anni ho visto concerti, spesso piu' di uno, di tutte le mie cantautrici preferite: Alela Diane, Joanna Newsom, Marissa Nadler, Mariee Sioux, Hope Sandoval, Vashti Bunyan, Regina Spektor.

Josephine Foster invece dal vivo non l'avevo mai sentita. Quando qualche settimana fa, ho letto che Sabato scorso avrebbe suonato al Cafe Oto (piccola e intima oasi/ caffe' letterario e musicale di Dalston, che rappresenta per la Londra di oggi quello che il Roxy o il 100 Club significavano nella Londra magnifica del 1976), ho iniziato ad augurarmi che Sabato arrivasse presto, e a caricarmi di aspettative.

Un concerto di Josephine Foster e' un'esperienza spirituale altissima. Al cospetto di un pubblico colto, sobrio, educato e silenzioso, Josephine ha presentato il suo ultimo album, Graphic as a star, trascrizione in musica di ventisei poesie di Emily Dickinson.

Pur non essendo nuova all'esplorazione di tradizioni letterarie e musicali del passato (nel 2006 pubblico' una raccolta di lieder cantati in tedesco, di Schubert, Schumann, ecc.), mai come in questo nuovo lavoro la Foster e' sembrata a proprio agio, come se interpretandone le poesie fosse riuscita a sviluppare un'identita' profonda con la poetica della natura espressa dalla reclusa poetessa americana.

La voce di Josephine Foster non appartiene a nessun tempo e a nessun genere musicale. Li attraversa, piuttosto, con la leggerezza di una nuvola in un cielo ventoso. E' una voce che non ha bisogno di alcun accompagnamento. In qualche modo, per percorsi non lineari che non so ritracciare, mi ha ricordato l'ultimo Sylvian, quello piu' lirico e recitativo. Non nei toni della voce naturalmente, quanto piuttosto nell'approcio incompromissoriamente profondo e interiore alla materia musicale.

In tutto quel silenzio (durante il concerto un tipo mi si e' avvicinato ammonendomi sottovoce: your camera is very loud), le dolci rime di Emily Dickinson si stagliano come luce abbagliante.

Ascolto concentrato, e mi viene in mente quando qualche anno fa comprai la raccolta delle poesie della Dickinson nell'elegante edizione Meridiani Mondadori. Portavo quel libro con me in collina e mi fermavo a leggerlo al tramonto, ascoltando il vento e osservando il cane che si divertiva a inseguire tracce di animali selvatici, entrambi immersi sempre piu' nel paesaggio. Sono al Cafe Oto, eppure molto molto lontano da questa citta'.

lunedì 16 novembre 2009

Soul to soul

Per contrastare il freddo del quale parlava Lophelia nei commenti al mio ultimo post, Domenica mattina presto sono uscito di casa per arrivare alla National Gallery all'ora dell'apertura, quando ancora non c'e' nessuno. Altra abitudine che ripeto piuttosto regolarmente, da anni.

Alla National Gallery e' un vero piacere perdersi, senza seguire un percorso ordinato, mischiando periodi, stili, emozioni. Non importa quante volte ci sei gia' stato, scopri sempre qualcosa che ti era sfuggito durante le visite precedenti.

Protagonista assoluto della mia visita di Domenica e' stato un quadro di grandi dimensioni di Diego Velazquez, che rappresenta Gesu' dopo la flagellazione. Appartiene alla collezione permamente della National, anche se in questo periodo e' stato spostato, dalla sua sede originale all'interno della sezione dedicata al Seicento spagnolo al sotterraneo della Sainsbury Wing (dove e' in corso una bella mostra sull'arte sacra, meravigliosamente installata, con un'illuminazione fioca che favorisce una contemplazione meditativa e silenziosa).

Davanti al quadro di Velazquez sono stato per parecchi minuti, lasciando che entrasse lentamente dentro di me. E' un lavoro di una bellezza lancinante. Se fosse una canzone, credo sarebbe Sad song, la traccia che chiude Berlin. Come il capolavoro di Lou Reed, il quadro del maestro spagnolo ci lascia senza parole per la capacita' di trasformare il dolore in poesia purissima.

Pochi artisti sono stati capaci di trasformare il dolore in qualcosa di cosi' empaticamente tangibile. Lo sguardo indifeso di Gesu' ti entra nell'anima e non ti lascia piu'. Di quell'uomo, portatore di un messaggio realmente rivoluzionario, in senso pacifista e comunista, ti colpiscono l'infinita profondita' e, soprattutto, la terrena umanita'. Nella rappresentazione di Velazquez, Gesu' diventa davvero uno di noi, che condivide il nostro destino di pellegrini su questa Terra.

Mi sono venute in mente tante cose contemplando questo capolavoro, ma soprattutto le parole di Enzo, ascoltate lo scorso Venerdi' Santo a Bose, quando invitava ad adottare un modo altro di pensare, misurare la realta', reagire alle prove della vita, che sia alto e contemporaneamente umile.

Non e' facile, richiede motivazione e disciplina, ma sento che e' probabilmente l'unica direzione plausibile, l'unica capace di donare senso all'esistenza.

(Post dedicato agli ascoltatori di Uomini e profeti, programma che a me ha aperto mondi).

domenica 15 novembre 2009

Con Kelm

Fine settimana stranissmo. Sabato invernale, freddo e piovoso e Domenica soleggiata, mite, verrebbe da dire primaverile, come se avessimo saltato a pie' pari la brutta stagione.

Ne ho approfittato per andare a esplorare con calma le gallerie dell'East End, come faccio periodicamente. Sceso dalla metro a Bethnal Green, invece che alla ormai classica Vyner Street ho svoltato in direzione opposta. Destinazione Herald Street, della quale avevo letto che e' sede di due gallerie fotografiche, una che si chiama proprio come la via, e l'altra che porta il nome della gallerista Maureen Paley.

Herald Street si trova in una zona molto deprived e abbastanza tetra della capitale inglese, e quindi e' bene tenere gli occhi aperti, soprattutto se si decide di visitare le gallerie dopo le quattro del pomeriggio, ora del calare del sole in questa stagione. Entrambe le gallerie occupano gli spazi di quelli che sembrano essere stati fino a poco fa magazzini. Spazi poveri, con pavimenti di cemento e vecchie finestrone industriali. Alla Herald Street ho chiesto di poter fotografare i particolari architettonici vintage, e appena ho un minuto mi riprometto di inserire le foto di la' nel Flickr (insieme a quelle dei bei graffiti che decorano alcuni muri e seracinesche della zona), cosi' vi fate un'idea.

Le due mostre hanno molto in comune. Protagoniste sono due giovani fotografe, la berlinese Annette Kelm e la londinese Anne Hardy, che entrambe usano il mezzo fotografico in chiave complessa e concettuale, sebbene con finalita' rappresentative differenti.

Gli scatti di Annette Kelm, che preferisco, definiscono uno stile piuttosto difficile da definire. Direi che nell'elusivita' e nell'indeterminatezza delle sue immagini sta buona parte del fascino che questa piccola mostra mi ha saputo comunicare. Questo al di la' degli aspetti concettuali, che pero' si colgono principalmente leggendo la press release (peraltro scritta particolarmente bene). Per farvi un esempio, la foto che apre il post si intitola Venice, Zurich, Brussels, dal luogo dove sono stati acquistati (non prodotti: una delle stoffe proviene dal Pakistan) gli oggetti nella foto. L'intenzione non e' soltanto quella di rappresentare il nostro mondo, fatto di incontri tra provenienze geografiche sempre diverse. Ma anche quella di riflettere sulla quantita' di informazione necessaria per permettere a colui che osserva un lavoro concettuale di mettersi in relazione con il significato che l'artista vuole comunicare.

Meno interessanti, e un po' ripetitivi, i lavori di Anne Hardy, che sembra usare la tecnica fotografica soprattutto per rendere in qualche modo trasportabili le sue laboriose installazioni. A me, ma non so se fosse questa l'intenzione dell'artista, ha fatto riflettere sui limiti della fotografia nel trasmettere l'esperienza, che osservando questi scatti possiamo solo immaginare, non vivere con tutti i nostri sensi.

Entrambe le mostre restano aperte ancora una settimana, fino a Domenica prossima, e le consiglio per approfondire la conoscenza di una delle direzioni piu' concettuali ed esplorative della fotografia contemporanea.

giovedì 12 novembre 2009

She's like heroin to me

Inferno, di Henri-Georges Clouzot e' una scatola cinese di ossessioni e dipendenza. La storia del film e' questa. Nel 1964, Clouzot decide di dare una bella lezione alla nouvelle vague, e in particolare all'enfasi posta da Truffaut, Godard, Rohmer, Chabrol, su uno stile di recitazione naturale e in qualche misura improvvisativo.

Con un budget apparentemente illimitato, inizia a girare una pellicola che dovrebbe raccontare la gelosia ossessiva di un uomo nei confronti della propria moglie. Gli attori sono Serge Reggiani nel ruolo del marito e Romy Schneider, che interpreta l'oggetto della sua gelosia.

Per ragioni che riusciamo a immaginare, Clouzot si concentra con particolare attenzione sulle scene che vedono quale protagonista la Schneider. Con lei sperimenta per mesi, girando chilometri di pellicola dopo averla coperta di vernice blu, olio d'oliva, lustrini, ed esposta a psichedelicissimi, pinkfloydiani light shows, alla ricerca dell'inquadratura perfetta.

A Serge Reggiani invece chiede di girare lunghe sequenze nelle quali l'attore e' costretto a correre a perdifiato per chilometri, al punto che Reggiani a un certo punto si dara' per malato e dovra' essere sostituito...

Il film non verra' mai terminato. Qualche anno fa, pero', una squadretta di cinefili francesi si e' messa in testa di riprendere in mano la sceneggiatura e il girato, aggiungere qualche scena recitata da attori di oggi in chiave ultra-minimalista, alcune interviste a collaboratori di Clouzot (tra i quali Costa Gavras), mettere tutto insieme e fare un film sul film.

Il risultato dell'esperimento a me e' molto piaciuto, soprattutto per la capacita', attraverso quello che doveva essere un trattamento delle immagini immensamente innovativo, di raccontare la deformazione della realta' conseguente a uno stato d'animo di sofferenza. Una specie di monito a non lasciare che le passioni prendano un completo sopravvento, realizzato con spirito coraggioso da un regista che a tali passioni finira' per soccombere, travolto dall'infinito fascino della Schneider.

Tra l'altro, alla sfortunata attrice austriaca, ho visto che l'Istituto Culturale Francese dedichera' una bella retrospettiva a partire dal 20 Novembre.

Inferno, i lettori di Londra lo trovano in questi giorni all'Istituto Culturale Francese e all'Istituto di Arti Contemporanee.

lunedì 9 novembre 2009

Fire of love



Ennesima eccellente uscita marchiata Tompkins Square (etichetta newyorkese della quale ho fatto la conoscenza grazie all'ottimo James Blackshaw).

Questa volta si tratta di un'antologia, di considerevoli proporzioni (tre dischi, quasi quattro ore, ottanta tracce), dedicata alla musica religiosa afro-americana. Viaggio che mischia 78 giri, field recordings, vinili polverosi recuperati da qualche vecchia soffitta. Outsider art pure questa, in un certo senso.

Eccellente la sequenza dei brani, che copre un periodo di oltre sessant'anni ma non cronologicamente, e salta continuamente tra blues, gospel corale, sermoni cantati, deliri di invasati, composte e rispettose preghiere cantate.

Inutile fare nomi: si tratta per lo piu' di sconosciuti reverendi e cori registrati in chiese di piccoli centri sperduti nella campagna americana, soprattutto negli stati rurali del Sud.

Raccolta che scalda il cuore e che ascoltero' spesso, ora che Natale si sta avvicinando, certo che mi consentira' di recuperare lo spirito religioso autentico della celebrazione.

Il Signore vi prenda per mano, e come si legge a caratteri cubitali rossi sulla sobria copertina, let not your heart be troubled.

venerdì 6 novembre 2009

Gun club

Secondo Conflitti Dimenticati, nel mondo ci sono attualmente venti aree di crisi, che stanno vivendo o hanno recentemente vissuto conflitti armati. Di queste, ben sette sono in quell'Africa che qui a Engadina Calling citiamo spesso per celebrarne il magnifico patrimonio musicale.

Algeria, Burundi, Uganda, Rwanda, Liberia, Congo e Sudan sono insanguinati da guerre. E come scrive Emergency sul suo sito, nei conflitti contemporanei 90% delle vittime sono civili.

Questo esaustivo articolo, al quale sono arrivato dal sempre ottimo sito Peacelink, prende l'avvio dal dramma del Darfur per raccontare la diffusione di armi (Kalashnikov per lo piu') nelle mani sia delle milizie filo-governative cosi' come dei ribelli. Lo consiglio come lettura domenicale, se siete interessati: parte dalle conseguenze della fine della guerra fredda (tema attuale quindi considerando il ventennale dal crollo del muro di Berlino) e racconta come la smobilitazione prima, e il successivo ammodernamento poi, degli arsenali bellici della NATO e del Patto di Varsavia, generano una costante collocazione sul mercato di enormi stock di armi che vengono vendute ad entrambe le fazioni in guerra.

Il film del quale ho riportato qui sopra il manifesto, mostra assai realisticamente le conseguenze del traffico di armi sulla vita delle popolazioni civili. Protagonista e' una squadra di ragazzini che viene dotata di una combinazione altamente tossica di Kalashnikov, pasticche, alcol, propaganda. E' un film di una durezza insopportabile, ma credo vada visto per capire. Una specie di City of God africano, interpretato da ragazzini che sono stati veri protagonisti dei fatti narrati.

I lettori di Londra lo possono trovare al Curzon Soho.

mercoledì 4 novembre 2009

Funk's not dead

La californiana Stones Throw di Peanut Butter Wolf ci sta abituando davvero bene. A Luglio pubblicando l'ultimo collettivo elettroacustico di space jazz e percussioni di Madlib, a Settembre con il fantastico esordio di Mayer Hawthorne e adesso con un altro eccellente esordio (monumentale, 5 vinili, quasi due ore e mezza), quello di Dam-Funk.

Stamattina mentre girava per l'ennesima volta sul mio stereo, ho capito la ragione per la quale lo trovo assolutamente irresistibile. Al di la' di tutti i paragoni abbastanza incomprensibili con Prince che ho trovato in tutte le recensioni che mi e' capitato di leggere (Prince era assai piu' eclettico, e mai avrebbe registrato un doppio album che contiene sostanzialmente 24 variazioni su un unico tema), per chi appartiene alla mia generazione (ad esempio tutti i lettori di Engadina Calling che conosco personalmente) i suoni di questo disco sono esattamente gli stessi che ascoltavamo al mare durante le spensierate vacanze estive tra un anno delle scuole medie e l'altro. (In attesa che Soul Jazz, Now Again, Strut, qualcuno vi prego, ristampi questo manifesto politico, dichiarazione di intenti programmatica, patrimonio dell'umanita').

Proprio come Madlib, che, se e' vero quello che dice, pare addirittura non usi Internet e non abbia un indirizzo e-mail, Dam-Funk usa tecnologie che non vanno oltre la prima meta' degli anni '80. In buona sostanza Moog, drum machine primitive, vocoder, zero campionatori. Suoni che molti di noi hanno riscoperto grazie a questa superlativa, imprescindibile raccolta.

L'effetto sulla memoria e' devastante, distanze temporali che si annullano completamente. Se ti concentri rivedi il mondo con gli occhi innocenti di allora, recuperi ricordi, volti, emozioni che credevi di avere perso per sempre.

Magnifica black music che sa costantemente rinnovarsi, guardando al passato con devozione e ri-interpretandolo con grande rispetto.

lunedì 2 novembre 2009

Se mi lasci non vale

L'esperienza centrale del mio fine settimana (che si e' estesa fino alla cena di Domenica sera, durante la quale la mostra e' stata oggetto di una discussione durata credo almeno un'ora) e' stata la retrospettiva che la sempre superlativa Whitechapel Gallery ha dedicato all'artista visuale e scrittrice francese Sophie Calle.

Alcuni anni fa, mentre si trovava a Berlino per lavoro, Sophie Calle ricevette una ben poco cerimoniale e-mail, 25 - 30 righe in tutto che sembrano scritte in fretta, con il quale il fidanzato le annunciava che la loro storia era finita per sempre.

The heart of the idea was that I didn't know how to interpret that letter. Do I answer back? Do I beg him? Do I disappear? So I asked other women to tell me what they read, speaking with their vocabulary and their professional point of view. The answer is made of the accumulation.

E cosi' la perdita si trasforma. In qualcosa di emotivamente parecchio complesso. Le amiche e conoscenti dell'artista che ricevono in copia la mail (alla fine saranno in tutto 107, tra le quali Laurie Anderson, Carla Bruni e Peaches) la interpretano a modo loro. La analizzano, la commentano, la cantano, la danzano, la recitano, la mettono in musica.

I had to be clear with myself that it was not revenge. The project became better than my life with him, so once I saw the work's possibilities I began to pray that he wouldn't come back, even though I was still very much in love. He said that he he didn't like to be the victim of the idea but that he respected it, which I thought was very generous. Actually we became very friendly because of that.

Le 107 risposte sono diventate un'installazione, fatta di disegni, scritti, video, fotografie, addirittura un SMS. Un percorso attraverso l'intero spettro delle possibili risposte emotive: dolore, ironia, indifferenza, isteria. Una cantante di fado prima prova ad interpretare l'e-mail, poi si interrompe. Non c'e' poesia e serve poesia per un fado. Una letterata va alla ricerca di possibili richiami letterari, e ci trova Henry Miller e i Beatles. Ci sono analisi semantiche, traduzioni, racconti, interpretazioni lessicometriche, ermeneutiche, psicanalitiche, etnografiche, riduzioni a grafici e a fattori primi della comunicazione. Simpatia, pochissima.

Il piano superiore della galleria ospita lavori meno recenti, uno dei quali e' stato ispirato dallo scritto di Paul Auster Personal instructions for SC on how to improve life in New York City, nel quale lo scrittore newyorkese suggerisce di sorridere molto agli sconosciuti, portare con se' panini da distribuire a persone affamate e prendersi cura di un angolo abbandonato della citta'. Sophie Calle segue le istruzioni. Si assume la responsabilita' di rendere accogliente e sempre in perfetto ordine una cabina telefonica e di instaurare relazioni amichevoli con i suoi utenti. E prende nota di tutto...

Fino al 3 Gennaio alla Whitechapel Gallery di Aldgate East, e molto consigliata da Engadina Calling.


[Avviso ai naviganti: di Sophie Calle e di questa mostra parleremo Venerdi' 13 Novembre a mezzogiorno all'interno di Alaska, su Radio Popolare.