after all this won't you give me a smile?

venerdì, novembre 20, 2009

Beginning to see the flash

Per il momento se ne sta sul tavolino davanti al divano, e la sfoglio una decina di volte al giorno, poi non so ancora se questa monumentale monografia sui Velvet Underground finira' nello spazio in alto a sinistra della mia parete libreria (quello dedicato ai volumi di tema musicale) o in quello in alto a destra (dedicato ai cataloghi fotografici).

Le immagini che contiene (foto, poster, flyers) sono cosi' emozionanti che e' impossibile leggere un'intera pagina di testo senza interrompersi, in estasi.

Nell'introduzione, l'editor del volume, paragona l'estetica dei Velvet Underground a quella di Caravaggio, per la capacita' di padroneggiare l'arte del chiaroscuro, e non solo nell'uso del linguaggio musicale. Di conseguenza, il proposito che lo ha guidato e' stato quello di trattare la monografia sul gruppo newyorkese con la cura che si dedicherebbe alla produzione di un volume su un maestro della storia dell'arte. Con la consapevolezza che i Velvet Underground inventarono un linguaggio ancora oggi miracolosamente attuale. Che l'importanza del gruppo di Lou Reed puo' essere paragonabile alla nascita del jazz e dell'espressionismo astratto, e il loro primo album a Les demoiselles d'Avignon e alla Sagra della primavera.

Nelle foto, la maggior parte in bianco e nero, spesso i Velvet emergono dall'oscurita' illuminati da una luce bianca, gelida, come a voler prendere le distanze stilisticamente dalla psichedelia che negli stessi anni andava per la maggiore sulla costa Ovest (anche se alcuni dei poster riportati annunciano date insieme a Grateful Dead e Quicksilver, convivenza temporalmente forzata di suoni radicalmente opposti).

Contiene interviste a Lou Reed, Maureen Tucker, Doug Youle, un saggio di Jon Savage e commenti di Lester Bangs. Acquisto super-consigliato durante la spesa del fine-settimana. Ci rivediamo qui Lunedi'.

mercoledì, novembre 18, 2009

Wild nights wild nights were I with thee wild nights should be our luxury

In questi ultimi anni ho visto concerti, spesso piu' di uno, di tutte le mie cantautrici preferite: Alela Diane, Joanna Newsom, Marissa Nadler, Mariee Sioux, Hope Sandoval, Vashti Bunyan, Regina Spektor.

Josephine Foster invece dal vivo non l'avevo mai sentita. Quando qualche settimana fa, ho letto che Sabato scorso avrebbe suonato al Cafe Oto (piccola e intima oasi/ caffe' letterario e musicale di Dalston, che rappresenta per la Londra di oggi quello che il Roxy o il 100 Club significavano nella Londra magnifica del 1976), ho iniziato ad augurarmi che Sabato arrivasse presto, e a caricarmi di aspettative.

Un concerto di Josephine Foster e' un'esperienza spirituale altissima. Al cospetto di un pubblico colto, sobrio, educato e silenzioso, Josephine ha presentato il suo ultimo album, Graphic as a star, trascrizione in musica di ventisei poesie di Emily Dickinson.

Pur non essendo nuova all'esplorazione di tradizioni letterarie e musicali del passato (nel 2006 pubblico' una raccolta di lieder cantati in tedesco, di Schubert, Schumann, ecc.), mai come in questo nuovo lavoro la Foster e' sembrata a proprio agio, come se interpretandone le poesie fosse riuscita a sviluppare un'identita' profonda con la poetica della natura espressa dalla reclusa poetessa americana.

La voce di Josephine Foster non appartiene a nessun tempo e a nessun genere musicale. Li attraversa, piuttosto, con la leggerezza di una nuvola in un cielo ventoso. E' una voce che non ha bisogno di alcun accompagnamento. In qualche modo, per percorsi non lineari che non so ritracciare, mi ha ricordato l'ultimo Sylvian, quello piu' lirico e recitativo. Non nei toni della voce naturalmente, quanto piuttosto nell'approcio incompromissoriamente profondo e interiore alla materia musicale.

In tutto quel silenzio (durante il concerto un tipo mi si e' avvicinato ammonendomi sottovoce: your camera is very loud), le dolci rime di Emily Dickinson si stagliano come luce abbagliante.

Ascolto concentrato, e mi viene in mente quando qualche anno fa comprai la raccolta delle poesie della Dickinson nell'elegante edizione Meridiani Mondadori. Portavo quel libro con me in collina e mi fermavo a leggerlo al tramonto, ascoltando il vento e osservando il cane che si divertiva a inseguire tracce di animali selvatici, entrambi immersi sempre piu' nel paesaggio. Sono al Cafe Oto, eppure molto molto lontano da questa citta'.

lunedì, novembre 16, 2009

Soul to soul

Per contrastare il freddo del quale parlava Lophelia nei commenti al mio ultimo post, Domenica mattina presto sono uscito di casa per arrivare alla National Gallery all'ora dell'apertura, quando ancora non c'e' nessuno. Altra abitudine che ripeto piuttosto regolarmente, da anni.

Alla National Gallery e' un vero piacere perdersi, senza seguire un percorso ordinato, mischiando periodi, stili, emozioni. Non importa quante volte ci sei gia' stato, scopri sempre qualcosa che ti era sfuggito durante le visite precedenti.

Protagonista assoluto della mia visita di Domenica e' stato un quadro di grandi dimensioni di Diego Velazquez, che rappresenta Gesu' dopo la flagellazione. Appartiene alla collezione permamente della National, anche se in questo periodo e' stato spostato, dalla sua sede originale all'interno della sezione dedicata al Seicento spagnolo al sotterraneo della Sainsbury Wing (dove e' in corso una bella mostra sull'arte sacra, meravigliosamente installata, con un'illuminazione fioca che favorisce una contemplazione meditativa e silenziosa).

Davanti al quadro di Velazquez sono stato per parecchi minuti, lasciando che entrasse lentamente dentro di me. E' un lavoro di una bellezza lancinante. Se fosse una canzone, credo sarebbe Sad song, la traccia che chiude Berlin. Come il capolavoro di Lou Reed, il quadro del maestro spagnolo ci lascia senza parole per la capacita' di trasformare il dolore in poesia purissima.

Pochi artisti sono stati capaci di trasformare il dolore in qualcosa di cosi' empaticamente tangibile. Lo sguardo indifeso di Gesu' ti entra nell'anima e non ti lascia piu'. Di quell'uomo, portatore di un messaggio realmente rivoluzionario, in senso pacifista e comunista, ti colpiscono l'infinita profondita' e, soprattutto, la terrena umanita'. Nella rappresentazione di Velazquez, Gesu' diventa davvero uno di noi, che condivide il nostro destino di pellegrini su questa Terra.

Mi sono venute in mente tante cose contemplando questo capolavoro, ma soprattutto le parole di Enzo, ascoltate lo scorso Venerdi' Santo a Bose, quando invitava ad adottare un modo altro di pensare, misurare la realta', reagire alle prove della vita, che sia alto e contemporaneamente umile.

Non e' facile, richiede motivazione e disciplina, ma sento che e' probabilmente l'unica direzione plausibile, l'unica capace di donare senso all'esistenza.

(Post dedicato agli ascoltatori di Uomini e profeti, programma che a me ha aperto mondi).

domenica, novembre 15, 2009

Con Kelm

Fine settimana stranissmo. Sabato invernale, freddo e piovoso e Domenica soleggiata, mite, verrebbe da dire primaverile, come se avessimo saltato a pie' pari la brutta stagione.

Ne ho approfittato per andare a esplorare con calma le gallerie dell'East End, come faccio periodicamente. Sceso dalla metro a Bethnal Green, invece che alla ormai classica Vyner Street ho svoltato in direzione opposta. Destinazione Herald Street, della quale avevo letto che e' sede di due gallerie fotografiche, una che si chiama proprio come la via, e l'altra che porta il nome della gallerista Maureen Paley.

Herald Street si trova in una zona molto deprived e abbastanza tetra della capitale inglese, e quindi e' bene tenere gli occhi aperti, soprattutto se si decide di visitare le gallerie dopo le quattro del pomeriggio, ora del calare del sole in questa stagione. Entrambe le gallerie occupano gli spazi di quelli che sembrano essere stati fino a poco fa magazzini. Spazi poveri, con pavimenti di cemento e vecchie finestrone industriali. Alla Herald Street ho chiesto di poter fotografare i particolari architettonici vintage, e appena ho un minuto mi riprometto di inserire le foto di la' nel Flickr (insieme a quelle dei bei graffiti che decorano alcuni muri e seracinesche della zona), cosi' vi fate un'idea.

Le due mostre hanno molto in comune. Protagoniste sono due giovani fotografe, la berlinese Annette Kelm e la londinese Anne Hardy, che entrambe usano il mezzo fotografico in chiave complessa e concettuale, sebbene con finalita' rappresentative differenti.

Gli scatti di Annette Kelm, che preferisco, definiscono uno stile piuttosto difficile da definire. Direi che nell'elusivita' e nell'indeterminatezza delle sue immagini sta buona parte del fascino che questa piccola mostra mi ha saputo comunicare. Questo al di la' degli aspetti concettuali, che pero' si colgono principalmente leggendo la press release (peraltro scritta particolarmente bene). Per farvi un esempio, la foto che apre il post si intitola Venice, Zurich, Brussels, dal luogo dove sono stati acquistati (non prodotti: una delle stoffe proviene dal Pakistan) gli oggetti nella foto. L'intenzione non e' soltanto quella di rappresentare il nostro mondo, fatto di incontri tra provenienze geografiche sempre diverse. Ma anche quella di riflettere sulla quantita' di informazione necessaria per permettere a colui che osserva un lavoro concettuale di mettersi in relazione con il significato che l'artista vuole comunicare.

Meno interessanti, e un po' ripetitivi, i lavori di Anne Hardy, che sembra usare la tecnica fotografica soprattutto per rendere in qualche modo trasportabili le sue laboriose installazioni. A me, ma non so se fosse questa l'intenzione dell'artista, ha fatto riflettere sui limiti della fotografia nel trasmettere l'esperienza, che osservando questi scatti possiamo solo immaginare, non vivere con tutti i nostri sensi.

Entrambe le mostre restano aperte ancora una settimana, fino a Domenica prossima, e le consiglio per approfondire la conoscenza di una delle direzioni piu' concettuali ed esplorative della fotografia contemporanea.

giovedì, novembre 12, 2009

She's like heroin to me

Inferno, di Henri-Georges Clouzot e' una scatola cinese di ossessioni e dipendenza. La storia del film e' questa. Nel 1964, Clouzot decide di dare una bella lezione alla nouvelle vague, e in particolare all'enfasi posta da Truffaut, Godard, Rohmer, Chabrol, su uno stile di recitazione naturale e in qualche misura improvvisativo.

Con un budget apparentemente illimitato, inizia a girare una pellicola che dovrebbe raccontare la gelosia ossessiva di un uomo nei confronti della propria moglie. Gli attori sono Serge Reggiani nel ruolo del marito e Romy Schneider, che interpreta l'oggetto della sua gelosia.

Per ragioni che riusciamo a immaginare, Clouzot si concentra con particolare attenzione sulle scene che vedono quale protagonista la Schneider. Con lei sperimenta per mesi, girando chilometri di pellicola dopo averla coperta di vernice blu, olio d'oliva, lustrini, ed esposta a psichedelicissimi, pinkfloydiani light shows, alla ricerca dell'inquadratura perfetta.

A Serge Reggiani invece chiede di girare lunghe sequenze nelle quali l'attore e' costretto a correre a perdifiato per chilometri, al punto che Reggiani a un certo punto si dara' per malato e dovra' essere sostituito...

Il film non verra' mai terminato. Qualche anno fa, pero', una squadretta di cinefili francesi si e' messa in testa di riprendere in mano la sceneggiatura e il girato, aggiungere qualche scena recitata da attori di oggi in chiave ultra-minimalista, alcune interviste a collaboratori di Clouzot (tra i quali Costa Gavras), mettere tutto insieme e fare un film sul film.

Il risultato dell'esperimento a me e' molto piaciuto, soprattutto per la capacita', attraverso quello che doveva essere un trattamento delle immagini immensamente innovativo, di raccontare la deformazione della realta' conseguente a uno stato d'animo di sofferenza. Una specie di monito a non lasciare che le passioni prendano un completo sopravvento, realizzato con spirito coraggioso da un regista che a tali passioni finira' per soccombere, travolto dall'infinito fascino della Schneider.

Tra l'altro, alla sfortunata attrice austriaca, ho visto che l'Istituto Culturale Francese dedichera' una bella retrospettiva a partire dal 20 Novembre.

Inferno, i lettori di Londra lo trovano in questi giorni all'Istituto Culturale Francese e all'Istituto di Arti Contemporanee.

lunedì, novembre 09, 2009

Fire of love



Ennesima eccellente uscita marchiata Tompkins Square (etichetta newyorkese della quale ho fatto la conoscenza grazie all'ottimo James Blackshaw).

Questa volta si tratta di un'antologia, di considerevoli proporzioni (tre dischi, quasi quattro ore, ottanta tracce), dedicata alla musica religiosa afro-americana. Viaggio che mischia 78 giri, field recordings, vinili polverosi recuperati da qualche vecchia soffitta. Outsider art pure questa, in un certo senso.

Eccellente la sequenza dei brani, che copre un periodo di oltre sessant'anni ma non cronologicamente, e salta continuamente tra blues, gospel corale, sermoni cantati, deliri di invasati, composte e rispettose preghiere cantate.

Inutile fare nomi: si tratta per lo piu' di sconosciuti reverendi e cori registrati in chiese di piccoli centri sperduti nella campagna americana, soprattutto negli stati rurali del Sud.

Raccolta che scalda il cuore e che ascoltero' spesso, ora che Natale si sta avvicinando, certo che mi consentira' di recuperare lo spirito religioso autentico della celebrazione.

Il Signore vi prenda per mano, e come si legge a caratteri cubitali rossi sulla sobria copertina, let not your heart be troubled.

venerdì, novembre 06, 2009

Gun club

Secondo Conflitti Dimenticati, nel mondo ci sono attualmente venti aree di crisi, che stanno vivendo o hanno recentemente vissuto conflitti armati. Di queste, ben sette sono in quell'Africa che qui a Engadina Calling citiamo spesso per celebrarne il magnifico patrimonio musicale.

Algeria, Burundi, Uganda, Rwanda, Liberia, Congo e Sudan sono insanguinati da guerre. E come scrive Emergency sul suo sito, nei conflitti contemporanei 90% delle vittime sono civili.

Questo esaustivo articolo, al quale sono arrivato dal sempre ottimo sito Peacelink, prende l'avvio dal dramma del Darfur per raccontare la diffusione di armi (Kalashnikov per lo piu') nelle mani sia delle milizie filo-governative cosi' come dei ribelli. Lo consiglio come lettura domenicale, se siete interessati: parte dalle conseguenze della fine della guerra fredda (tema attuale quindi considerando il ventennale dal crollo del muro di Berlino) e racconta come la smobilitazione prima, e il successivo ammodernamento poi, degli arsenali bellici della NATO e del Patto di Varsavia, generano una costante collocazione sul mercato di enormi stock di armi che vengono vendute ad entrambe le fazioni in guerra.

Il film del quale ho riportato qui sopra il manifesto, mostra assai realisticamente le conseguenze del traffico di armi sulla vita delle popolazioni civili. Protagonista e' una squadra di ragazzini che viene dotata di una combinazione altamente tossica di Kalashnikov, pasticche, alcol, propaganda. E' un film di una durezza insopportabile, ma credo vada visto per capire. Una specie di City of God africano, interpretato da ragazzini che sono stati veri protagonisti dei fatti narrati.

I lettori di Londra lo possono trovare al Curzon Soho.