after all this won't you give me a smile?

venerdì, luglio 10, 2009

iDunes

Ci sono pochissimi gruppi capaci come i Tinariwen di proiettare chi li ascolta in un'altra dimensione, una sorta di stato ipnotico di purissimo ritmo nordafricano. Pero' mi e' sembrato abbastanza inappropriato farli suonare in un locale delle dimensioni della Roundhouse.

Tutt'altra cosa fu il concerto dell'anno scorso sul piccolo palco del Jazz Cafe', locale dove manca qualsiasi divisione tra i musicisti e ascoltatori (che quella volta erano un piccolo gruppo di appassionati - qualche foto di quella serata la trovate qui).

Sto diventando piuttosto insofferente nei confronti dei concerti che si tengono in sale di dimensioni medie (Shepherd's Bush Empire, Brixton Academy, Kentish Town Forum, ecc.). Il gruppo suona troppo lontano e troppo in alto, e cosi' si finisce per perdere quel contatto che e' essenziale per diventare una cosa sola con la musica.

Dette tutte queste cose, il blues sahariano dei Tinariwen resta molto coinvolgente, anche quando, come ieri sera, sono solo in sette, senza le coriste. Li ascolti, chiudi gli occhi, e sei sotto un cielo azzurro squarciato da una luce abbagliante, mentre stai bevendo te' speziato ai chiodi di garofano.

Bello questo documentario su di loro intitolato Music of resistance, realizzato da Al Jazeera, televisione della quale abbiamo anche in passato tessuto le lodi e proposto qualcosa.

(Coincidenza piuttosto strana: sto tenendo in sottofondo BBC Radio 3 e hanno appena citato proprio i Tinariwen. Hanno detto che in questi giorni hanno registrato una sessione per loro, che andra' in onda un Venerdi' notte di Agosto, ma non hanno specificato quale).

Ci si risente Lunedi', buon fine settimana.

giovedì, luglio 09, 2009

Living through another Cuba

La gemma piu' luminosa del festival del cinema cubano, che si chiude oggi al Barbican, direi che e' stata Fresa y chocolate, una pellicola del 1993 realizzata da due registi dell'isola, uno dei quali dopo la proiezione si e' intrattenuto con il pubblico per un Q&A davvero interessante, che passava in scioltezza da temi politici a sentimenti umani.

Il Guardian ha scritto, giustamente, che questo film e' un po' come some undiscovered early gem by Godard or Woody Allen. Aggiungerei tranquillamente il nome di Almodovar, per completezza.

Non so se qualcuno di voi ci e' inciampato in qualche festival, ma e' un film bellissimo, che consiglio assolutamente di recuperare. La storia, tenerissima, dell'amicizia tra due studenti. David, confuso, ingenuo, curioso. E Diego, spirito libero, raffinato, gay.

Alla fine, e' uno dei film piu' intensi sulla vita e sulla felicita' che mi ricordo di avere visto.

Mi domando spesso se non siano gli unici film che abbia senso vedere.

Schopenhauer diceva che

Vita e sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine e' vivere, sfogliarli a caso e' sognare.

E S. ha scritto

Voglio un campo di follia che non conosca stagioni e sia sempre fiorito tutti i giorni dell’anno.

Poi, ultima cosa ma non meno importante, voglio un fiume in piena che attraversi il mio campo di follia. Per poter andare controcorrente.

Vita e felicita', appunto.

Adesso mi preparo una cosa da mangiare, poi vado a sentire i Tinariwen alla Roundhouse.

martedì, luglio 07, 2009

Malizia

Gli scatti di Malick Sidibe' sono l'equivalente visuale delle raccolte Analog Africa. Un po' di sue foto sono in mostra fino a fine mese alla Hackelbury, una di quelle gallerie dove sarebbe bello andare anche se non esponessero niente. Nel cuore di Kensington, dove ogni strada e' uno spettacolo di piante fiorite inframmezzato da mews da paese delle fiabe. E c'e' pure un negozietto che vende il te' Chelsea Flower. Una volta che lo assaggi non puoi piu' farne a meno.

Malick Sidibe' e' un fotografo del Mali che ha raccontato la scena musicale degli anni '60 e '70 a Bamako. Club che si chiamavano Les Cyclones, Les Monkees, Les Chats Sauvages, e notti non finivano mai. Pure il suo studio pare fosse un ritrovo degli scenesters locali.

La Biennale di Venezia nel 2007 gli assegno' un Leone d'Oro alla carriera: in un colpo solo primo artista africano e primo fotografo ad aggiudicarsi l'onore, et voila'.

Oggi ci sono stati un paio di acquazzoni improvvisi, ma fa ancora parecchio caldo. Vado a nanna, buona notte.

venerdì, luglio 03, 2009

Stereo lab

Una bomba, molto semplicemente. 1973, quinto e ultimo album di una formazione di Louisville Kentucky, che suonava come una jam stellare tra Funkadelic, Earth Wind & Fire e Weather Report.

Ristampa Dusty Groove. E' estate, e non serve altro per stare bene.

giovedì, luglio 02, 2009

Correr es mi destino para burlar la ley

Qualche passaggio di questo libro, per festeggiare come si deve l'approvazione, qualche minuto fa, del pacchetto di leggi razziali che, nell'era Obama, porta il nostro Paese a uno stato di barbarie sconosciuto agli altri Paesi civilizzati, relegandolo ai margini forse per sempre. Nell'indifferenza generale, ovvio.

Ormai e' indubitabile che gli italiani cerchino innanzitutto il proprio benessere personale. La perdita di tutti i credi lascia il posto alla ricerca della soddisfazione degli interessi immediati.

[...]

Eppure la destra non si accontenta di proporre valori. Sa anche farne canzoni. Manipola l'ottimismo, si mostra festosa, promette felicita', denuncia il pessimismo degli avversari, la loro tristezza, le previsioni di cattivo auspicio. Per questo motivo erige il romanzo personale di Berlusconi a success story che ha fatto sognare e suscita emulazione.

[...]

La destra impone anche uno stile che si vota alla concretizzazione della rottura che proclama. Uno stile spesso volgare, maleducato e volontariamente incivile. Ne sono prova ad esempio le immagini, che hanno fatto il giro del mondo, in cui i senatori di destra stappano bottiglie di champagne e mangiano mortadella nell'emiciclo del Senato all'annuncio della sconfitta di Romano Prodi all'inizio del 2008.

[...]

Il governo e la sua maggioranza riescono nell'impresa di farsi passare per amici del popolo. Un po' di pratiche "barbare" in opposizione alla sottigliezza della civilta'. I riferimenti alla tradizione, in particolare religiosa, si combinano quindi con pratiche di trasgressione. Il vecchio e il nuovo, ancora e sempre.

[...]

In ogni caso, se in passato dichiararsi di destra in Italia era pressoche' impossibile, il tabu' e' ormai definitivamente caduto. Non solo, oggi in certi ambienti, la propria appartenenza alla destra e' diventata motivo di orgoglio, se non addirittura una moda o una forma di snobismo. Grazie a Silvio Berlusconi.

Un Paese che non riconosco piu'. Addio Resistenza, addio Democrazia, addio Civilta'.

lunedì, giugno 29, 2009

Il futurismo non e' piu' quello di una volta

E' Martedi' sera, la serata che di solito dedico a preparare le mie corrispondenze per Zoe. E dato che il programma e' partito per le vacanze, la retrospettiva della Tate sul Futurismo viene frullata in un post di quelli a punti:

1) La prima considerazione da fare (un po' una ripetizione dato che l'ho spesso detto sia alla radio che qui) e' che alla Tate ha senso andare durante le aperture serali, quando e' letteralmente vuota e tutto quello che potete sentire sono i vostri passi sul pavimento di legno e il ronzio dell'impianto di condizionamento. Il Venerdi' e il Sabato tra le 20 e le 22 in ogni sala trovate massimo due altre persone oltre a voi.

2) La seconda cosa da dire e' che la mostra sul Futurismo e' assolutamente da vedere, ma a patto che ci si riesca ad astrarre dall'obbrobrioso Manifesto di Marinetti, e, se possibile ancora peggio, dal Manifesto delle Donne Futuriste di Valentine de Saint-Point. Non metto il link, cercate quest'ultimo documento solo se volete farvi molto male.

3) La terza e' che non ci sono soltanto lavori futuristi. Anzi, ci sono intere sale di lavori non futuristi: cubisti, orfisti, vorticisti. E forse sono le sale che ho preferito. Come quella sulla Section d'or che racconta il rapporto tra Futurismo e Cubismo: la convergenza di interesse per la rappresentazione del movimento in pittura, e pero' il rifiuto da parte dei Francesi (soprattutto i fratelli Duchamp), di condividere le conclusioni filosofiche dei colleghi italiani. Dovessi misurare il lavoro che ho preferito dal tempo che mi sono fermato a contemplarlo, a vincere sarebbe probabilmente il ritratto di giovane donna di Jacques Villon: per la capacita' di rappresentare, con colori vivi e semplici forme geometriche, l'energia scomposta e frammentata della giovane eta'.

4) Tra i Futuristi, forse quello che mi continua a piacere maggiormente resta Severini. Il suo Treno suburbano che arriva a Parigi, del 1915, vuole rappresentare un convoglio di soldati ed esaltare l'eroismo bellico, ma io lo trovo invece una delle migliori rappresentazioni del cambiamento nel paesaggio urbano introdotto dai mezzi di trasporto meccanici.

5) A me sembra di poter dire che Severini fu anche, tra i Futuristi, quello piu' vicino ai movimenti internazionali suoi contemporanei, come dimostra assai bene Le voci della mia stanza, con quella scomposizione degli oggetti che riprende lo stile cubista di Picasso e Braque.

6) Picasso del quale sono esposti alcuni lavori nella sala dedicata al Cubismo: tra i quali la celebre Donna seduta su una poltrona del 1910 (soggetto ripreso credo in ognuna delle fasi del suo percorso artistico).

7) Altra magnifica rappresentazione di movimento e' Le nuotatrici di Carra' con le sue forme umane che si stemperano nell'ambiente nel quale sono immerse. Non so se abbia senso, ma io ci ho scorto un esempio della crescente influenza che la fotografia iniziava ad esercitare sulla pittura all'inizio del Novecento.

8) Sempre di Carra', non trovo in rete una riproduzione di Il movimento del chiaro di luna, che mi sarebbe piaciuto inserire per un paio di motivi. Il primo e' che mi pare di poter dire che ponga le basi stilistiche per il movimento inglese del vorticismo, e il secondo e' che si differenzia da tutti i lavori presenti nella stessa sala e piu' in generale in tutta la mostra, per quel voler rappresentare lo stesso chiaro di luna che Marinetti voleva fare fuori a tutti i costi. E pero' la luce lunare viene rappresentata in modo nuovo, futurista per l'appunto. Come a voler affermare un primato dello stile rappresentativo sul soggetto della rappresentazione.

9) Ottima mi pare la scelta della Tate di usare per il manifesto della mostra (e l'ho detto spesso a Zoe: i manifesti delle mostre della Tate arredano la citta': li vedi ovunque, nelle stazioni della metropolitana, sulle fiancate degli autobus, nelle vie e nelle piazze di grande passaggio) La rivolta di Russolo, a sottolineare il carattere rivoluzionario dello stile futurista, di rifiuto radicale dell'arte pre-moderna. Pochi quadri come La rivolta mi sembrano capaci di rappresentare i movimenti collettivi che hanno attraversato tutto il Novecento (e che poi si sono un po' inspiegabilmente fermati).

10) Se invece sul Futurismo desiderate leggere qualcosa di serio vi rimando al bel catalogo, al celebre saggio di De Maria, e a questi commenti parecchio critici pubblicati in questi giorni dal Guardian e dall'Independent.

venerdì, giugno 26, 2009

J'y pense et puis j'oubli, c'est la vie, c'est la vie

Vi lascio per il fine settimana con un altro consiglio per i nostri ascolti. Questa volta segnalo la pubblicazione da parte di una sussidiaria della Cherry Red (la RPM, che ha da poco pubblicato anche questa indispensabile raccolta dedicata alla sublime Sylvie Vartan) di un'antologia (1966 -69) su Jacques Dutronc.

Uomo di straordinaria avvenenza ed eleganza, marito di Francoise Hardy, Jacques Dutronc fu autore di canzoni pop che strizzavano l'occhio alla psichedelia inglese e californiana, con un bel beat sostenuto e chitarre distorte che a tratti fanno pensare agli immortali Count Five.

Piccola curiosita', Dutronc venne citato in pieni anni '90 in questa celebre canzone dei Cornershop.


L'estate e' arrivata, e qui in Engadina musicalmente non ci facciamo mai trovare impreparati. Buon ascolto e buon fine settimana.