after all this won't you give me a smile?

mercoledì, novembre 04, 2009

Funk's not dead

La californiana Stones Throw di Peanut Butter Wolf ci sta abituando davvero bene. A Luglio pubblicando l'ultimo collettivo elettroacustico di space jazz e percussioni di Madlib, a Settembre con il fantastico esordio di Mayer Hawthorne e adesso con un altro eccellente esordio (monumentale, 5 vinili, quasi due ore e mezza), quello di Dam-Funk.

Stamattina mentre girava per l'ennesima volta sul mio stereo, ho capito la ragione per la quale lo trovo assolutamente irresistibile. Al di la' di tutti i paragoni abbastanza incomprensibili con Prince che ho trovato in tutte le recensioni che mi e' capitato di leggere (Prince era assai piu' eclettico, e mai avrebbe registrato un doppio album che contiene sostanzialmente 24 variazioni su un unico tema), per chi appartiene alla mia generazione (ad esempio tutti i lettori di Engadina Calling che conosco personalmente) i suoni di questo disco sono esattamente gli stessi che ascoltavamo al mare durante le spensierate vacanze estive tra un anno delle scuole medie e l'altro. (In attesa che Soul Jazz, Now Again, Strut, qualcuno vi prego, ristampi questo manifesto politico, dichiarazione di intenti programmatica, patrimonio dell'umanita').

Proprio come Madlib, che, se e' vero quello che dice, pare addirittura non usi Internet e non abbia un indirizzo e-mail, Dam-Funk usa tecnologie che non vanno oltre la prima meta' degli anni '80. In buona sostanza Moog, drum machine primitive, vocoder, zero campionatori. Suoni che molti di noi hanno riscoperto grazie a questa superlativa, imprescindibile raccolta.

L'effetto sulla memoria e' devastante, distanze temporali che si annullano completamente. Se ti concentri rivedi il mondo con gli occhi innocenti di allora, recuperi ricordi, volti, emozioni che credevi di avere perso per sempre.

Magnifica black music che sa costantemente rinnovarsi, guardando al passato con devozione e ri-interpretandolo con grande rispetto.

lunedì, novembre 02, 2009

Se mi lasci non vale

L'esperienza centrale del mio fine settimana (che si e' estesa fino alla cena di Domenica sera, durante la quale la mostra e' stata oggetto di una discussione durata credo almeno un'ora) e' stata la retrospettiva che la sempre superlativa Whitechapel Gallery ha dedicato all'artista visuale e scrittrice francese Sophie Calle.

Alcuni anni fa, mentre si trovava a Berlino per lavoro, Sophie Calle ricevette una ben poco cerimoniale e-mail, 25 - 30 righe in tutto che sembrano scritte in fretta, con il quale il fidanzato le annunciava che la loro storia era finita per sempre.

The heart of the idea was that I didn't know how to interpret that letter. Do I answer back? Do I beg him? Do I disappear? So I asked other women to tell me what they read, speaking with their vocabulary and their professional point of view. The answer is made of the accumulation.

E cosi' la perdita si trasforma. In qualcosa di emotivamente parecchio complesso. Le amiche e conoscenti dell'artista che ricevono in copia la mail (alla fine saranno in tutto 107, tra le quali Laurie Anderson, Carla Bruni e Peaches) la interpretano a modo loro. La analizzano, la commentano, la cantano, la danzano, la recitano, la mettono in musica.

I had to be clear with myself that it was not revenge. The project became better than my life with him, so once I saw the work's possibilities I began to pray that he wouldn't come back, even though I was still very much in love. He said that he he didn't like to be the victim of the idea but that he respected it, which I thought was very generous. Actually we became very friendly because of that.

Le 107 risposte sono diventate un'installazione, fatta di disegni, scritti, video, fotografie, addirittura un SMS. Un percorso attraverso l'intero spettro delle possibili risposte emotive: dolore, ironia, indifferenza, isteria. Una cantante di fado prima prova ad interpretare l'e-mail, poi si interrompe. Non c'e' poesia e serve poesia per un fado. Una letterata va alla ricerca di possibili richiami letterari, e ci trova Henry Miller e i Beatles. Ci sono analisi semantiche, traduzioni, racconti, interpretazioni lessicometriche, ermeneutiche, psicanalitiche, etnografiche, riduzioni a grafici e a fattori primi della comunicazione. Simpatia, pochissima.

Il piano superiore della galleria ospita lavori meno recenti, uno dei quali e' stato ispirato dallo scritto di Paul Auster Personal instructions for SC on how to improve life in New York City, nel quale lo scrittore newyorkese suggerisce di sorridere molto agli sconosciuti, portare con se' panini da distribuire a persone affamate e prendersi cura di un angolo abbandonato della citta'. Sophie Calle segue le istruzioni. Si assume la responsabilita' di rendere accogliente e sempre in perfetto ordine una cabina telefonica e di instaurare relazioni amichevoli con i suoi utenti. E prende nota di tutto...

Fino al 3 Gennaio alla Whitechapel Gallery di Aldgate East, e molto consigliata da Engadina Calling.

venerdì, ottobre 30, 2009

Ma libera veramente mi piace ancor di piu' perche' libera la mente

Perche' arriva dalla gente. Nel doppio significato, to e from. La radio resta, fortunatamente, un mezzo povero, fatto di musica e parole, emozioni e significati. Con la radio puoi leggere, scrivere e cucinare. A volte, se ti concentri pero' e' meglio. Vi ho gia' citato, vero, quel consiglio che negli anni '30 la BBC recapito' ai suoi ascoltatori, via Radio Times?

Choose your programmes as carefully as you choose which theatre to go to. It is just as important to enjoy yourself in the home as in the theatre.

Listen as carefully at home as you do in a theatre or concert hall. You can't get the best out of a programme if your mind is wandering, or if you are playing bridge or reading, give it your full attention. Try turning out the lights so that your eye is not caught by familiar objects in the room. Your imagination will be twice as vivid.

Paradossalmente, per la mia esperienza di ascoltatore in Italia e qui, se si fa eccezione per le radio di Popolare Network, le radio piu' libere (nell'accezione del buon Finardi, che e' anche la mia e immagino la vostra se siete lettori di Engadina Calling) sono le emittenti periferiche delle reti statali. Sono le Radio 3, della BBC e della RAI, quelle che liberano davvero la mente.

Facendo eccezione per i programmi di Radio Popolare e Popolare Network (dovrei citarne la maggior parte e ne dimenticherei senz'altro qualcuno), i programmi della radio che preferisco (e consiglierei, senonche' probabilmente li ascoltate gia') sono:

1) Battiti, su RAI Radio 3, dal Lunedi' al Venerdi' a mezzanotte. Selezione eclettica di altre musiche, non troppo dissimile da Prospettive Musicali. Recentemente ha inaugurato una serie di concerti che si svolgono all'Auditorium Parco della Musica di Roma e vengono poi trasmessi a una settimana di distanza. Qui trovate i podcast del programma.

2) Fahrenheit, su RAI Radio 3, dal Lunedi' al Venerdi' alle 15. Sottotitolato I libri, le idee. Va in onda in un orario nel quale ho sempre qualche bega di lavoro da districare e lo perdo spesso, ma ho giurato a me stesso che il giorno che vado in pensione i libri dei quali parlano li leggo tutti. Bella la loro pagina, aggiornata in continuazione.

3) File urbani, su RAI Radio 3, il Sabato e la Domenica alle 9.45. L'idea di dedicare ogni puntata a una citta' non sara' originalissima, ma e' sempre sviluppata con competenza ed eclettismo (nella mia visione delle cose una caratteristica essenziale per rendere un programma musicale interessante, non scontato). Se chiudi gli occhi, le citta' le vedi. I podcast li trovate qui.

4) Late Junction, su BBC Radio 3, dal Martedi' al Giovedi' alle 23.15. Late Junction e' il programma migliore della radio, forse di tutti i tempi. E' pressoche' impossibile descrivere Late Junction. Senza Late Junction, Prospettive Musicali certamente non esisterebbe. Lo ascolto religiosamente da quando mi trasferii qui nel 2001, e ha influenzato enormemente non solo i miei ascolti, ma il mio rapporto con la musica, il mio modo di avvicinarmi ad essa. Lo definiscono, sul sito, A laid-back, eclectic mix of world music, ranging from the ancient to the contemporary, ma e' molto di piu'. Apre la mente. Trascende il tempo e lo spazio.

5) Percorsi, su RAI Radio 3, il Sabato e la Domenica alle 10.50. Un UFO. Non ho mai capito cosa sia Percorsi, ma tutte le volte che torno in Italia lo ascolto con curiosita', e non mi delude mai. Sono cicli di trasmissioni su argomenti diversissimi (una volta parlano di giardini, una volta di silenzio, una volta di centri sociali, una volta di poesia), sempre realizzati benissimo. La musica e' scelta con gusto per interrompere il flusso di parole e per farle decantare. Il sito contiene interi cicli di puntate.


[Post scritto ascoltando Radio experiment Rome, February 1981, di Robert Wyatt. Se una radio e' libera, ma libera veramente, invita Wyatt per una settimana, gli mette a disposizione uno studio di registrazione e gli permette di registrare quello che si sente di registrare. Il programma si chiamava Un certo discorso e lo ricordo molto vagamente. Ero troppo piccolo per sentire Radio 3. Le registrazioni di quelle sessioni le ha pubblicate quest'anno RAI Trade. Free form e sperimentali, bellissime. Ci sono pure interpretazioni dell'Internazionale e di un brano di Charlie Parker. E una foto, sul retro copertina, scattata dal mio amico Alessandro].

[PS del 2 Novembre: avrete letto dell'aggressione fascista di ieri mattina alla sede della radio con la quale collaboro. L'unico commento che riesco a esprimere, a parte la solidarieta' ai miei colleghi, appena inviata con una mail al mio direttore e amico Danilo De Biasio, e' che fare una radio libera ma libera veramente e' un lavoro importante, piu' importante che mai in questa Italia nera come la pece].

giovedì, ottobre 29, 2009

Sand giants

Sto iniziando a pensare che Imidiwan: companions sia il disco migliore dei Tinariwen. L'ho riascoltato parecchio in questi giorni, finendo per considerare il blues malinconico della formazione maliana come la colonna sonora piu' adatta a questi giorni autunnali.

E' un disco diversissimo dal precedente Aman iman, certamente meno ritmico, piu' melodico, quasi lirico. Le caratteristiche del loro stile restano intatte: lo schema chiamata e risposta delle parti cantate, i ritmi dispari scanditi dal battito delle mani, gli arabeschi chitarristici preziosi. Eppure e' una raccolta di canzioni tutte pervase da un comune senso di intima nostalgia, che alla fine resta la sua nota dominante.

Aman iman ti fa alzare dalla sedia per seguire i suoi contagiosi ritmi. Imidiwan: companions invece invita a startene rannicchiato sul divano a leggere un libro bevendo una buona tazza di te' speziato.

E' un disco che da' molto conforto e scalda l'anima, di infinita dolcezza, non a caso realizzato nel piccolo villaggio del co-fondatore di questo magnifico collettivo Tuareg, lontano dalle luci della ribalta. Ascoltandolo si respira un senso di ritorno alle piccole cose, di rituali minimi, di lenta quotidianita'.

Mi e' capitato raramente negli ultimi anni di ascoltare un disco che sento cosi' profondamente mio. Musica che non si impone immediatamente, anzi richiede dedizione: antidoto, necessario, allo spaesamento e alla velocita' di tempi moderni e urbani.

lunedì, ottobre 26, 2009

All is full of love

Sabato mattina. Primrose Hill e le sue bancarelle di verdure e pane artigianale. Ci arrivo attraversando il parco, con calma.

Ricordo di aver letto qualche giorno fa di questo museo appena aperto, dedicato all'outsider art, e decido di cercarlo. Arte prodotta da figure marginali della societa', lontanissime dalle luci abbaglianti delle art fairs, delle gallerie, delle aste.

Artisti untrained, che lavorano nelle loro case, nei loro giardini. Per i quali l'arte e' necessita' e terapia. Lavori fatti unicamente per se', per rappresentare il proprio mondo. Come passatempo, senza pressione ne' fretta, mettendoci tutto il tempo necessario. Settimane, mesi. Quando e' finito, e' finito. Senza alcuno scopo altro che l'espressione, la rappresentazione. Con materiali poveri, trovati. Filo di ferro, spago, cocci.

Poi un giorno qualcuno rovista nelle loro cantine, sui loro solai, e trova questi lavori, fantastici. Concepiti in realta' esclusivamente per se', non per essere mostrati.

Ne esistono collezioni. Il primo collezionista di outsider art mi risulta sia stato Jean Dubuffet. La chiamo', ingenerosamente, art brut, e a Losanna c'e' un magnifico piccolo museo che raccoglie i lavori che gli appartennero.

Il giorno prima che lo visitassi, ci era passato Nick Cave, che lascio' un bell'autoritratto nel registro all'ingresso.

E Nick Cave e' tra i selezionatori dei lavori di questa versione inglese del Musee de l'Art Brut, che hanno chiamato Museum of Everything. Lo trovate in una vietta secondaria di Primrose Hill, di fianco alla biblioteca. Non lo vedete subito, si fa cercare per un po'. Dovete chiedere in giro, come ho fatto io. Fa parte dell'esperienza.

Non e' un museo come siamo abituati a intendere il termine, infatti. E' una casa, con annesso un laboratorio per la lavorazione dei formaggi. Divenne studio di registrazione (ci registrarono pure i Radiohead), prima di venire abbandonato.

La collezione che oggi quello spazio ospita e' arte delicata, profonda, gioiosa. Rigenera, riconnette con un significato primitivo, giocoso, leggero e purissimo di arte, antitetica rispetto all'enfasi commerciale espressa dalla tanto celebrata Pop life.

Gli autori, per vivere facevano tutt'altro. Per questo mantennero sempre un linguaggio e uno stile incontaminati e incompromissori. Non ne avevano bisogno, di compromessi.

Lo spazio, stanze strette ai piani superiori e poi una grande area indivisa al piano terra, e' bellissimo. L'arte sacra (espressione di una fede purissima) e' tutta concentrata in uno spazio a parte, che puo' ricordare la cripta di una chiesa, sonorizzato da canti gospel presi da chissa' quali 78 giri. Alcuni lavori devono essere visti con piccoli cannocchiali, essendo stati esposti molto in alto. Per altri servono lenti di ingrandimento, necessarie per cogliere intricati dettagli.

Alla fine della visita arrivi in una stanza con un tavolone, dove una nonna vende torte fatte in casa e te', servito in vecchie tazze di porcellana decorate. Mi metto a parlare con il curatore, felice che il corrispondente di una radio italiana si interessi a loro. La simpatica ragazza spagnola che lo aiuta, dopo la bella chiacchierata che facciamo mi chiede se posso lasciarle la mia e-mail, dice che le piacerebbe non perdere i contatti. Alcuni visitatori escono sorridendo.

Londra, si', ma irriconoscibile. Saluto ed esco, commosso.


[Avviso ai naviganti. Questo post lo racconteremo a Radio Popolare, Marina Petrillo e io, Venerdi' 30 Novembre a mezzogiorno, all'interno di Alaska. La puntata sara' poi ascoltabile e scaricabile qui in streaming].

venerdì, ottobre 23, 2009

Sympathy for the devil

Candidato autorevolissimo a disco dell'autunno di Engadina Calling. Il secondo album solista di Hope Sandoval affonda le radici nel Paisley Underground (ricordiamo che Hope sostitui' Kendra Smith negli Opal, ex Clay Allison, del chitarrista dei Rain Parade David Roback, prima che il duo si rinominasse Mazzy Star).

A quell'esperienza si vanno ad aggiungere il suo amore per il folk inglese di Pentangle (in passato la chanteuse californiana ha collaborato con Bert Jansch) e Fairport Convention. E per atmosfere shoegaze via Portishead (e forse la presenza del batterista dei My Bloody Valentine mi fa sentire anche quello che non c'e').

Disco meravigliosamente oscuro: piu' implicita di Alela Diane, meno drammatica di Marissa Nadler, Hope Sandoval ha inciso un capolavoro minore che ascolteremo ancora per molto tempo, cercando di svelarne i segreti.

mercoledì, ottobre 21, 2009

I dischi so' piezz' e core

Erma Franklin era la sorella piu' grande di Aretha. Decisamente meno fortunata della regina del soul, nel 1962 incise un album per la Epic del quale avevo spesso letto senza mai riuscire a metterci sopra le mani.

Adesso per fortuna la londinese Shout, sussidiaria della nostra amata Cherry Red dedicata alla riscoperta del soul degli anni '50 e '60, ha pensato di ristampare alcune tracce di quell'album, originariamente intitolato Her name is Erma, all'interno una raccolta che include i suoi singoli per la Epic (alcuni dei quali rimasterizzati da vinili d'epoca essendo andati perduti i master originali) e una serie di registrazioni effettuate per la Shout americana nel 1967.

A parte la delusione per le tracce mancanti, la raccolta, che si intitola Piece of her heart e' fantastica. Inizia con le tracce del 1967 e va a ritroso, alla scoperta delle radici gospel e blues della soul music (Aretha e Erma erano figlie di un pastore e a cantare impararono in chiesa).

Contiene naturalmente il singolo Piece of my heart, che era stato originariamente offerto a Van Morrison e sarebbe stato portato al successo da Janis Joplin (e che venne usato circa 20 anni fa per una pubblicita' dei Levi's, ricordate?), ma la vera sorpresa sono i singoli Epic, compresa una versione magnifica di The man I love.

Al contrario di Aretha, Erma venne presto dimenticata e lavoro' parecchi anni all'IBM, prima di dedicarsi a una charity che aiutava bambini disagiati e lasciare questa terra ancora piuttosto giovane.

Dolce soul music esce dalle casse del mio stereo nella notte autunnale. Per stare bene non mi serve altro.