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Osservazioni e ascolti

venerdì 23 giugno 2006

Questo e' il post lieto e gioioso che vi ho promesso ieri. Pero' mi serve il vostro aiuto per scriverlo.

"Mi piacerebbe aprire un blog che parli di tutte le cose che rendono bella la vita" mi ha detto qualche giorno fa un'amica. Mi sono venute in mente le "Piccole gioie" di Hesse, quei semplici piaceri che rendolo la vita degna di essere vissuta.

Piaceri minimi, rifugi tranquilli. Fare colazione con una ciotola di mirtilli, sdraiarsi nell'erba ad osservare il cielo, rileggere passi di un libro che abbiamo amato, tornare in un luogo che sentiamo particolarmente nostro...

Il post di oggi e' un "microfono aperto". Ogni giorno passano da London Calling un centinaio di persone. Molti se ne vanno senza lasciare commenti. E invece mi piacerebbe che chiunque leggera' queste righe lasciasse un'idea da condividere con tutti gli altri lettori: una cosa da fare, una lettura consigliata, un disco, un cibo, un luogo, quello che volete, purche' sia per voi una piccola gioia.

Potete scrivere una riga o un trattato. Questo spazio e' vostro, fatene buon uso.

Allora, chi incomincia? Quali sono le vostre piccole gioie?

Io mi assento per qualche giorno, vi leggo quando torno.

Buona scrittura!

giovedì 22 giugno 2006

Cat Power l'ho vista dal vivo quattro volte.

La prima volta fu a al Cox 18, subito dopo la pubblicazione di "Moon pix". Sullo sfondo "La passion de Jeanne d'Arc" di Dreyer. Cat Power sale sul palco, farfuglia versioni assurde interrotte a meta', si schiarisce la voce in continuazione, sposta il microfono mille volte, si alza, si siede, biascica tra se' e se' e poi sospende il concerto. Io sono con Stefano, che la conosce personalmente. Lo seguo dietro il palco e vedo Chan seduta, in lacrime.

La seconda volta fu a Melbourne, qualche mese dopo. Chan con la sua chitarra suona in un caffe', davanti a una piccola folla che mangia e beve senza prestare troppa attenzione. Stessa storia: canzoni interrotte, lamentele perche' nulla e' come lei vorrebbe, concerto terminato a meta' di un pezzo, pubblico allibito.

La terza volta successe al Binario Zero, poco dopo "The covers record". Sono preparato al peggio, ma invece Chan sembra felice. Accetta le richieste del pubblico, comunica, suona, finisce il concerto.

La quarta volta e' stata ieri sera, nell'unica data europea del tour. Al Barbican, 5 minuti a piedi da casa. Cammino con Marco e Susanna su quei passaggi sopraelevati, prima di arrivare in riva al laghetto dove staziona una piccola folla di "belli e dannati". Entro nello splendido auditorium, il luogo piu' concettualmente distante da Cox 18 e dal caffe' di Melbourne che riesco a immaginare. Ad accompagnare Cat Power e' la Memphis Rhythm Band, dodici elementi: tre archi, due fiati, pianoforte a coda, organo Hammond, due coriste, chitarra, basso e batteria. Dopo due strumentali, sulle prime note di "The greatest" entra quel fascio di nervi in perenne movimento che e' Cat Power. La scaletta e' esattamente la stessa dell'album, quasi fino alla fine, quando la band esce e resta solo lei. Il numero e' quello che ben conosciamo, frammenti iniziati, sbocconcellati e lasciati nel piatto: "House of the rising Sun" degli Animals, una versione funebre di "Hit the road Jack", brani autografi resi irriconoscibili. Poi rientra la band, gran finale con una "Love & communication" che e' un crescendo che sembra non terminare mai, in un tripudio di cori, violini, fiati che rimbalzano sulle pareti. Chan che non se ne vuole andare, saluta e resta li', abbozza una versione per solo voce di "Ramblin' man" di Hank Williams, prima che uno della Memphis Rhythm Band salga sul palco a farle capire che e' ora di chiudere. Non convinta, dopo che le luci si sono accese e il pubblico sta sfollando, Cat Power ritorna, come a volersi far perdonare i concerti interrotti del passato. Standing ovation.

Eppure per me un concerto di Cat Power e' sempre un'esperienza abbastanza disturbante. Mi rifletto tantissimo in quella tensione a stento trattenuta, nelle mani torturate, nei piedi che non vogliono saperne di stare fermi, in quelle emozioni che si fanno strada senza che proprio abbiamo dato loro il permesso per farlo.

Domani un post lieto e gioioso pero', prometto.

[Un po' di frammenti in streaming di "The greatest" potete ascoltarli qui].

mercoledì 21 giugno 2006



Nel 1985, quando comprai "Bad moon rising" nell'unico negozio di dischi della sonnacchiosa cittadina dove sono cresciuto (dopo averlo ordinato e atteso per almeno una settimana) un cliente affezionato, proprio mentre uscivo tutto contento, mi scherni' dicendo "Meno male che ci sei tu che porti via queste porcherie".

***

Nel 1990, quando usci' "Goo", io ero appena tornato dal servizio civile e per un breve periodo rimasi a casa dei miei genitori. "Goo" usci' in Aprile e ricordo bene la prima volta che lo suonai nella mia cameretta. Era appena inizato "Dirty boots" e mia madre entro' dicendo "C'e' una telefonata per te, e' una certa Simona" e avrebbe potuto dirmi "La tua vita sta per cambiare per sempre", ma in quel momento nessuno poteva saperlo (io pero' forse un po' lo intuivo). "Goo" fu la colonna sonora di quell'estate passata prima in giro per Svezia e Norvegia e poi in Sardegna, un'estate bellissima nella quale feci tutto quello che fino a quel momento avevo solo sognato che forse avrei fatto un giorno. I capelli che crescevano selvatici e aggrovigliati come le idee. Tutto che sembrava, ed era, finalmente possibile. "Dirty boots" erano i nostri sandali e libri pieni di sabbia dopo le notti passate in spiaggia.

L'anno dopo mi laureai, e ricordo che per giorni chiesi a tutti quelli che conoscevo di non venirmi a sentire il giorno della discussione della tesi. Ho sempre detestato le celebrazioni, il chiasso, la confusione. Non venne nessuno. Quasi. Appena uscito, Simona era li' ad aspettarmi e mi ricordo che mentre tutti andavano a festeggiare nei lussuosi caffe' di piazza Vittoria, noi comprammo un litro di latte e andammo a berlo direttamente dal cartone su un muretto del lungo Ticino. Aveva portato con se' il walkman e mentre bevevamo il nostro litro di latte mi disse: "So che non ti piace festeggiare, ma ti fara' piacere ascoltare questo". Mi calco' la cuffia nelle orecchie e quando schiaccio' play parti' "Dirty boots".

Il giorno che Simona mori', ascoltai "Goo" e piansi per tutta la durata del disco.

***

Nel 1999 partecipavo come inviato a un programma di Radio Popolare che si chiamava "Notturnover". Andava in onda alle 23.30 e raccontava la notte di Milano. Si trattava di parlare di quello che avevi fatto e visto, meglio se con una breve intervista. Una specie di blog collettivo ante-litteram. Una sera chiesi di poter intervistare Thurston Moore. L'intervista avvenne dietro le quinte del Tunnel, dove Moore aveva suonato insieme a Walter Prati e Giancarlo Schiaffini, in un progetto parallelo ai Sonic Youth. Thurston sembrava all'inizio un po' svogliato. Dopo l'intervista restammo insieme una mezz'ora, lui e io, prima che lo chiamassero per tornare in albergo. Quando successe, ricordo che mi disse: "Perche' non vieni anche tu, cosi' continuiamo a parlare?". La stessa voce di "Dirty boots" che mi chiede di andare con lui perche' gli interessava quello che ci stavamo dicendo. Non potevo credere alle mie orecchie.

***

Di "Rather ripped" la prima cosa che colpisce e' la splendida copertina di Christopher Wool, un artista newyorkese che alterna studio delle componenti del linguaggio e tele ispirate a Jackson Pollock. "Rather ripped" si apre con arpeggi quasi Byrds/ Flying Burrito Brothers, e capisci subito che sara' un disco rock piuttosto tradizionale, anche perfino gioioso in alcuni momenti. E romantico addirittura, come nella canzone dedicata da Kim a un ragazzo turchese. E poi ci sono le solite corse elettriche, i 5 minuti strumentali che aprono la canzone del vapore rosa prima che la voce si Thurston strascichi qualche lirica, ma giusto cosi'. E il meglio del meglio, le due tracce bonus non si capisce perche', che non credo siano presenti nelle versioni non inglesi dell'album. La prima, dedicata ai paesaggi spettrali di Helen Lundeberg, con quei poliritmi cosi' Joy Division/ A Certain Ratio, e la seconda, "Eyeliner", che si apre come "Lola" dei Kinks suonata in un giradischi che al posto della puntina ha un chiodo e prosegue come se la cantasse Iggy periodo "Raw power".

Io non riesco a scrivere nient'altro su questo album, ma se non ve ne procurate una copia state facendo del male a voi stessi.

martedì 20 giugno 2006


E' bello il fatto che "Professione: reporter" sia stato tradotto in inglese "The passenger". Nel tentativo, peraltro vano, di fuggire da se stesso, Nicholson si presenta agli appuntamenti presi dalla persona della quale cerca di assumere l'identita'. Non ne possiede la vita, la guarda passare proprio come un passeggero. E a me non piacciono i post introspettivi che un po' rattristano chi li legge, ma ecco volevo solo dire che a volte mi sento un po' cosi', e oggi e' proprio uno di quei giorni nei quali osservo passare la mia esistenza domandandomi che senso ha catapultarmi in questa girandola di impegni e incontri senza significato. Ho una gran voglia di rompere il finestrino e scappare di qui.

[Parlando per un attimo del film, io credo di sapere perche' dei tre film in lingua inglese di Antonioni "Professione: reporter" e' quello che mi piace meno. Perche' manca la musica. Sembra un'osservazione superficiale, lo so, ma pensateci bene. Manca proprio nel senso che se ne sente la mancanza. La parte "road movie" per esempio (l'ultima), chiede urgentemente di essere accompagnata da qualcosa che potrebbero benissimo essere i Can o i Neu. Magari per dare poi risalto al silenzio del famoso piano sequenza di 6 minuti che quasi chiude il film. Detto questo resta un capolavoro, solo meno capolavoro di "Blow-up" e "Zabriskie Point", quelli si' due film perfetti. Per chi non lo conoscesse, ho visto che in rete c'e' un sito molto ben fatto con il trailer e una bella galleria di immagini (solo non capisco perche' in bianco e nero, dato che si perdono i colori carichi del film). Lo trovate qui].

lunedì 19 giugno 2006

In questo caldo fine settimana ho riascoltato "A divina comedia ou ando meio desligado", il terzo disco dei Mutantes. E' un album complesso, specchio di quel 1970 nel quale venne pubblicato.

Caetano Veloso e Gilberto Gil sono in esilio a Londra, la repressione della dittatura si fa sentire onnipresente. I tre Mutantes reagiscono lasciandosi alle spalle le dolci atmosfere beatlesiane dei primi due lavori, e invece della psichedelia fiorita degli esordi si buttano su Big Brother and the Holding Company, Hendrix, Mothers of Invention, consumando quantita' industriali di LSD.

Il risultato e' un disco che si apre in modo abbastanza tradizionale (gli echi Jorge Ben/ Sergio Mendes di "Ando meio desligado"), prima di svelare la propria anima tormentata nelle laceranti "Ave Lucifer", "Meu refrigerador nao funciona" (sentite Rita Lee che rifa' Janis Joplin) e "Chao De Estrelas".

I momenti sereni (come l'arioso rock'n'roll da spiaggia "Preciso Urgentemente Encontrar Um Amigo" scritto da Roberto Carlos) sono solo intermezzi. "Haleluia" quasi conclude il disco in un'atmosfera "Hair"/ "Jesus Christ Superstar", prima di lasciare spazio a "Oh Mulher Infiel", anni '70 di tutt'altro genere, MC5 direi.

Avvicinarsi con cautela se avete amato i primi due dischi dei tre angeli di Sao Paulo, trasformatisi in soli due anni in sperimentatori chimici. Un disco difficile e importante: "A divina comedia" esprime in meno di tre quarti d'ora le contraddizioni di un decennio.

[Nello stesso anno i Mutantes avrebbero registrato un altro disco, uscito pero' postumo, Tecnicolor, che personalmente sconsiglio. A dire il vero, gli unici tre dischi fondamentali del trio brasiliano sono i primi: "Os Mutantes", "Mutantes" e "A divina comedia", che in Brasile vengono ristampati abbastanza frequentemente. Non ho mai ascoltato i dischi solisti di Rita Lee ma me ne hanno parlato parecchio male. Se invece preferite le raccolte, la Luaka Bop di David Byrne ha pubblicato qualche anno fa questa, che direi che contiene un po' tutte le tracce fondamentali dei Mutantes].

[Kurt Cobain li amava, Beck li ama e io li amero' per sempre i dischi dei Mutantes].

sabato 17 giugno 2006

Di Jean-Luc Moulene conoscevo le foto di oggetti, studi sul fenomeno del consumo contemporaneo e sul nostro rapporto con i prodotti: quelli che usiamo e quelli che usano noi.

Oggi pomeriggio dovevo passare dalle parti di Piccadilly, e per evitare la folla del Sabato mi sono addentrato in vie secondarie.

In una elegante ed esclusiva via di Mayfair che si chiama Duke Street, dove non ero mai stato, ho scoperto che ci sono parecchie gallerie private. Buttavo l'occhio dentro le vetrine mentre camminavo, senza trovare nessuna ragione per fermarmi. Fino a quando nella bacheca di una di queste gallerie, che si chiama Thomas Dane, ho letto il nome di Moulene.

Cosi' ho suonato, mi hanno aperto e sono salito in un appartamento da sogno, deserto, trasformato in esposizione di foto di questo francese piuttosto famoso a Parigi (ho scoperto che ha esposto al Jeu de Paume e pure al Louvre) ma sconosciuto altrove (almeno credo, adesso qualcuno di voi mi smentira', lo sento).

Le foto esposte sono per lo piu' nudi di grandi dimensioni (alcuni anche belli espliciti - per esempio un poliedro di carta appeso al soffitto, costruito con primi piani di vagine).

Lo scatto qui sopra direi che e' il migliore della mostra. Visto nella sua reale dimensione esprime tutto il senso di liberta' del mondo. Il vento e i raggi del sole che accarezzano questo corpo statuario in riva a un mare che non vediamo, ma del quale sentiamo la brezza e il profumo.

Il sito della galleria e' questo.

giovedì 15 giugno 2006


I walk down Portobello road to the sound of reggae
I'm alive
I'm alive vivo muito vivo feel the sound of music
banging in my belly.
(da "Nine out of ten")


L'ho raccontato l'altro giorno nella versione radiofonica di questo blog e lo scrivo anche qui. Il momento piu' memorabile della settimana e' accaduto Lunedi' attorno a quest'ora, quando nel sotterraneo di Sounds of the Universe ho visto davanti a me una copia sigillata, pubblicata nel 1989, di Transa di Caetano Veloso, anno di grazia 1972.

L'ho rigirata per un po' tra le mie mani perche' credevo di vivere un sogno. Avevo fatto fare delle ricerche da Virgin e HMV e risultava cancellato dal 2001. Neanche una copia era disponibile in nessuno dei negozi di queste catene in tutto il Regno Unito.

Ho sognato per mesi di vedere questa copertina rossa materializzarsi davanti a me, e finalmente eccola, a mia disposizione in quel sotterraneo polveroso, in cambio della tutto sommato modica somma di 9 sterline e 99 pence.

Arrivato a casa, mi sono accorto che quello che ho scritto un paio di giorni fa a proposito dell'attesa che e' sempre piu' appagante della realizzazione, presenta le sue belle eccezioni. Perche' Transa e' ancora meglio di come lo avevo immaginato.

Transa e' uno dei dischi incisi a Londra da Veloso durante il suo esilio dal Brasile. E' un album fondamentalmente cupo, profondissimo. Una cosa che colpisce dal primo ascolto e' come nei momenti di massima concitazione, Veloso passa da cantare in inglese alla madrelingua portoghese, che evidentemente per lui e' sempre rimasta quella dei sentimenti.

Una traccia come "Nine out of ten" e' l'irripetibile incontro di un maestro della bossanova con i ritmi giamaicani che ascoltava a Ladbroke Grove in quegli anni. "You don't know me" inizia dolce come il miele e diventa acuminata come cocci di vetro. "Triste Bahia" e' riflessa sulla superficie di lacrime di ricordi.

Lo ascolto e lo riascolto. Mi capisce e io capisco lui.

Qualche frammento (molto lo-fi) lo potete ascoltare qui.

mercoledì 14 giugno 2006

A me post come quello di ieri costano un sacco di energia. Mi domando sempre se faccio bene a scrivere certe cose su di me e non trovo una risposta. Mi spiego meglio, i post di London Calling sono scritti spesso tra un pezzo di conversazione con un collega, due telefonate che mi parlano di due campagne diverse di nessuna delle quali ho piu' che un vago ricordo, una mail urgente alla quale rispondere. Ogni due righe mi devo interrompere. E contemporaneamente non avrei tempo la sera di stare in casa a scrivere. Cosi', se avete gentilmente deciso di visitare il mio blog regolarmente, un po' vi dovete accontentare.

Pero' scrivere cosi' ha i suoi vantaggi (per voi intendo). Per esempio, se scrivessi la sera, con il tempo per pensare lucidamente a quello che leggerete, non scriverei mai il "famigerato terzo paragrafo". C'e' una sorta di automatismo psichico che terrei a freno.

Adesso ci provo, con un bel post minestrina calda che tutti quelli della mia eta' ingurgiteranno direttamente dalla tazza a sonore slinguate, tipo alani dopo una corsa di 5 chilometri (magari con l'acqua gli alani, non con la minestrina), mentre tutti gli altri si ritrarranno schifati e andranno a cercare confessioni eccitanti altrove.

Tutto questa intro senza alcun senso per dire che Robin Guthrie dal vivo fa pieta'. Non che davvero faccia schifo, per carita', lui il suo lavoro lo fa bene e la chitarra riverberata e' proprio la stessa dei dischi dei Cocteau Twins (quelli che per altro giacciono in edizione di vinile nei nostri scaffali senza che la superficie venga sfiorata da una puntina da almeno 15 anni). E' che c'e' un istante preciso, in ogni canzone, nel quale ti aspetti proprio di sentire "quella voce" che esce dalle tenebre a regalare luce a tutto l'esistente fuori e dentro di te. E invece Liz Fraser se ne sta a casa sua bella tranquilla, casomai fa una qualche comparsata insieme ai Massive Attack ma probabilmente al pensiero di suonare sulla musica di Robin le viene l'orticaria.

E tu rimani li' ad aspettarla tutto il tempo e alla fine ti senti un innamorato deluso e quando esci e ti trovi nella folla di Brixton ti viene da cercare un cestino per buttare il mazzo di rose che avevi comprato per l'appuntamento e cercare di togliertela dalla mente.

[Per altro non e' vero che eravamo proprio tutti quarantenni nostalgici. Tipo che io mi sono messo a parlare con due fanciulle ventenni come un nonnetto con la pipa che raccontava loro gli anni '80. E ho pure introdotto in quella circostanza, con un certo doveroso tatto, la discussione che abbiamo fatto Lophelia, Auro, Prema e io a proposito di eta', solo per intuire che a loro di Nizan non frega davvero nulla e che sono felici dei loro 20 anni e non farebbero certo cambio con 30. C'e' da dire che loro i 30 non li hanno ancora vissuti, quindi e' come se noi parlassimo dei 50, possiamo solo immaginare come saranno. Magari saremo felicissimi e non rimpiangeremo affatto gli anni del blog ("Ma ti ricordi quante cavolate scrivevamo? Ma che scemi eravamo a 40 anni?"). Insomma, game over, e comunque noi i 40 li abbiamo superati anche se non li dimostriamo, e a 30 e' difficile che si torni, dico cosi', ve lo ricordo e lo ricordo anche a me].

[Comunque mi hanno detto che anche Robin e' un blogger, e cosi' stamattina sono andato a cercare il suo blog. Che trovate qui].

[Adesso non fatevi davvero l'idea che io vada agli appuntamenti con mazzi di rose pero'. Di solito arrivo pure un po' in ritardo e infatti ho elaborato per l'occasione una frase standard che e' "Scusami, scusami tanto, mi faccio sempre aspettare come una bella donna. E dire che non sono nemmeno un uomo bellissimo". Di solito la persona si mette a ridere e l'incidente e' risolto. L'importante e' ricordarsi che la frase fa ridere solo la prima volta, io sono capace di dimenticarmi se l'ho gia' detta o no].

martedì 13 giugno 2006

Ieri nel tardo pomeriggio il mio amico Andrea e io siamo andati a vedere United 93 nel mio cinema locale e ne parlo solo per dire un paio di cose. La prima e': non andate a vedere un film inutile come questo, che non aggiunge nulla alle versioni ufficiali, per altro smentite da ogni ricostruzione indipendente. L'unica ragione minimamente valida potrebbe essere il fatto che il film conferma l'umanita' dei componenti dei commando suicidi e, ma questa forse e' una cosa non voluta dal regista, la violenza innata che i maschi Americani succhiano insieme al latte materno (invece di cercare un dialogo con il dirottatore che guida l'aereo, una volta entrati in cabina di pilotaggio non fanno altro che ucciderlo barbaramente facendo precipitare il velivolo).

La seconda cosa che volevo dire e' che mi sono reso conto di quanto l'attesa di un evento negativo mi faccia stare decisamente peggio dell'evento stesso. Cioe', nella prima quasi ora di film, prima che il dirottamento accadesse, ogni volta che la scena tornava nella cabina dell'aereo sentivo il mio cuore che accelerava terribilmente. Poi, dopo che il commando ha preso il controllo, mi sono in qualche modo calmato e rassegnato.

Il problema, pensavo poi ieri sera, e' che la stessa cosa mi accade anche "in versione positiva". Cioe' negli ultimi anni l'attesa che sbocci un amore e' per me sempre stata una sensazione piu' intensa della "realizzazione" dell'amore stesso. Dopo, in qualche modo, "mi rassegno", il mio cuore accelera ma meno, le mani non sudano piu' come prima, il film mi sembra gia' un po' visto e gradualmente ma inesorabilmente perdo interesse. Fino a quando la piantina che ho smesso di innaffiare avvizzisce e muore.

[Invece di United 93, guardate questo].

lunedì 12 giugno 2006

L'avete visto "Gimme shelter"? I Flying Burrito Brothers con il mio adorato Chris Hillman (parente di una mia amica londinese californiana ho scoperto qualche giorno fa) che cerca di suonare di fronte alla rissa che accade proprio davanti a lui. Grace Slick dei Jefferson Airplane che si rifugia di fianco alla batteria, spaventata. Mick Jagger che ripete sconsolato, dopo aver dovuto interrompere "Sympathy for the Devil" due volte, “Brothers and sisters, brothers and sisters … who’s fighting and what for?”. E poi la sua espressione grave quando rivede la famosa scena dell'accoltellamento.

Ma chi avra' avuto la brillante idea di affidare il servizio d'ordine agli Hell's Angels? Dicono gli Stones in persona, ma io faccio fatica a credere a questa cosa.

Comunque il film va visto assolutamente perche' e' il manifesto di un'epoca. Non e' assolutamente un film musicale, e' piu' simile a un trattato sociologico. Le cineprese indugiano piu' sul pubblico che sui musicisti.

E se volete leggervi prima qualcosa, questo e' cio' che fa per voi.

domenica 11 giugno 2006

With Icon we were trying to create music that you could get lost in - an intensity of sound that was hypnotic, ritualistic. That goes back to our love of things like Can, who'd play for thirty minutes and you'd be completely lost in the same revolving patterns of sound.
- Steve Severin

Stamattina sono giunto a una conclusione che probabilmente non interessera' nessuno, ma io sono alcuni anni che ci sto pensando. Il disco migliore di Siouxsie & the Banshees e' "Join hands". Lo so che tutti dicono che e' "Ju ju", ma sbagliano. "Ju ju" non possiede il respiro gotico sepolcrale di "Join hands". In "Ju ju" il bianco e nero di "The scream" si era ormai stemperato nei colori decisamente troppo vivaci di "Kaleidoscope". E poi ditemi se "Spellbound" ha la stessa capacita' di ipnotizzare di "Icon" e "Playground twist" (che secondo me le aveva scritte William Blake, e Siouxsie si e' limitata a cantare il manoscritto d'epoca ritrovato nella soffitta del nonno). E se in "Ju ju" c'e' una Sister Ray rivisitata, un dramma morale bergmaniano stravolto da Jim Morrison in acido che vortica insieme ai dervisci rotanti, come e' "The lords prayer".

Se li ascoltate uno dopo l'altro come ho fatto io stamattina vedrete che mi darete ragione.

[Una galleria sterminata di foto di Siouxsie la trovate qui].

venerdì 9 giugno 2006


Per inaugurare il fine settimana, vi faccio dono di questo bel Basquiat. Si intitola "Peel quickly" e ieri sera me lo sono trovato davanti al primo piano della Whitechapel Gallery. La mia anima si e' tuffata in tutti quei colori e ne e' uscita rigenerata dopo aver giocato con quelle maschere cosi' piene di musica.

Nel press folder ho trovato un breve saggio che conteneva questa bella citazione di Dubuffet:

Art does not lie down on the bed that is made for it; it runs away as soon as one says its name; it loves to be incognito. Its best moments are when it forgets what is called.

Ecco perche' Basquiat mi piace cosi' tanto.

Passate un buon fine settimana pieno di sole e di colori.

giovedì 8 giugno 2006


Feel so much you can’t stand it
feel the love that lives inside it
realize that life is but a minute
until I finally found you in it.
(da "But I did not")

Questo e' il terzo post che dedico a Howe Gelb in pochi mesi. Non che vi debba dire qualcosa che non ho ancora scritto. E' solo che a me capita che nei confronti di "'Sno angel like you" provo un'attrazione che e' puro innamoramento. Davvero. Non e' un disco, e' proprio qualcos'altro. Dialoga direttamente con la mia anima, e io mi limito a stare ad ascoltarli Howe Gelb e la mia anima che si raccontano cose che nemmeno capisco completamente. Pero' mi stupisco e mi commuovo fino alle lacrime, come non mi capitava da anni ascoltando musica.

Musica leggera come una piuma, gospel laico che e' puro invito al cielo, elevazione attraverso il rito pagano di ballate folk rock che si trasformano per magia in spiritualita' che scuote e accarezza.

Musica che nasce da una serenita' contagiosa, della quale ho bisogno piu' che di ogni altra cosa in questo momento.

Il sito di Howe credo di averlo gia' indicato un po' di volte, in ogni caso e' questo. Qui invece trovate una recensione di una data del tour inglese pubblicata qualche giorno fa sull'Independent.

mercoledì 7 giugno 2006


Qualche giorno fa ho visto questa foto appesa nel caffe' della Photographers' Gallery (del quale ho parlato ieri mattina a Zoe, per chi ha avuto la pazienza di ascoltare), e me ne sono innamorato.

Ha evocato in me i boschi delle colline dove sono cresciuto. Ho sentito il suono dolce del vento di primavera, e mi sono visto bambino mentre correvo con i calzoncini corti tra quell'erba incolta.

E mentre ero perso in quella foto, ho sentito distintamente il pulsare geometrico di quel basso, il glockesnpiel gentile, le gocce elettriche di quella chitarra, e poi quella voce:

Into the heart
of a child
I stay awhile
oh, I can go back

Into the heart
of a child
I can smile
I can go there.

La foto e' di Marketa Othova'.

martedì 6 giugno 2006


How brave you are
and how come I have strayed so far
and why everything came apart.
(da "Snow in the Sun")

Qualcuno di voi ricorda "Skank bloc Bologna" lo strepitoso, irripetibile singolo di esordio degli Scritti Politti, anno di grazia 1978? Era una sorta di suono liquido amniotico, sul quale galleggiava la voce mielosa di questo ragazzo soft-spoken, appassionato lettore di Wittgenstein e Derrida, che viveva in una comune di Camden.

Skank e' un ritmo reggae dance hall, bloc sta per congregazione di persone e Bologna e' proprio la citta' emiliana. A un certo punto del brano che da' il titolo a quel memorabile singolo, Green Gartside canta "Something she doesn't know - the Skank Bloc Bologna/ Keeping us all alive - something in Italy". Pare che nello squat di Camden dove vivevano, gli Scritti Politti seguissero giorno per giorno le gesta del Movimento che in quegli anni apri' Radio Alice e occupo' spazi sociali. Per Gartside, il Movimento avrebbe dovuto portare a una rivoluzione culturale che avrebbe coinvolto anche l'Inghilterra. Ancora recentemente, nel fondamentale "Rip it up and start again", Simon Reynolds equipara l'impatto culturale del Movimento bolognese alla forza d'urto del punk in Gran Bretagna.

Sono passati quasi trent'anni da allora, ci pensate? Le speranze di Gartside, che erano anche le nostre, si sono sciolte come neve al sole. Anche gli Scritti Politti non esistono piu', se non come nome dietro il quale si protegge il timido cantautore di Hackney.

"White bread black beer" e' un disco che accarezza la nostra quotidianita' come un raggio di sole. La voce di Green Gartside e' rimasta la stessa, un classico della canzone d'autore inglese quasi come quella del suo amico Robert Wyatt. E le canzoni del nuovo album comunicano una dolcezza calda e serena che intenerisce. A partire da "Boom boom bap" ("I love you still/ I always will") che definisce l'atmosfera di tutto il disco, passando per le contemporanee "The sweetest girl" che questa volta si intitolano "No fine lines" e "Windows wide open", fino alle beatlesiane e inglesissime "Snow in the Sun", "Dr. Abernathy" e "Mrs. Hughes". Quest'ultima e' una delle canzoni pop dell'anno, credetemi sulla parola (anzi no, perche? Ascoltatela per tutta l'estate con tutte le finestre aperte!).

Green Gartside non abita lontano da me, credo che un giorno vedra' entrare nel suo pub locale (dove passa molto tempo, dice) un italiano curioso in cerca di aneddoti. Che condividero' con voi, promesso.

It was an open house on Carol Street. There were a lot of people squatting there: Dutch anarchists, public schoolboys from Brighton, artists, musicians. We put our address on the first Scritti singles, so people who bought it would just turn up and hang out.
(da un intervista pubblicata su Time Out London di questa settimana).

PS: E "Songs to remember"? Con il reggae gentile di "Asylum in Jerusalem", il soul hip-hop bianco come la neve di "Lions after slumber" e poi, sul finale, tutto il miele del mondo di "The sweetest girl". E l'ape in rilievo, su quella copertina semplice, tutta bianca con una sottile riga azzurra.

lunedì 5 giugno 2006



E va bene, dato che gli ultimi due post dove parlavo di musica non li ha commentati quasi nessuno, siore e siori London Calling goes nazional popolare.

Ho sempre sognato di parlare di "Sex & the city" e di "Desperate housewives", ma non avendone mai vista una puntata (non avendo mai vinto il pregiudizio che vivere da soli e comprare un televisore e' la cosa piu' triste che possa succedere, ancora piu' triste del funerale di Ian Curtis per dire) e' un po' difficile.

Ma insomma qualche film nazional popolare lo vedo anch'io, specie se lo danno allo "Screen on the Green" di Islington, che si paluda di questa immagine di cinema d'essai e ogni tanto ficca in programmazione filmetti che si vergognerebbero di programmare pure al multisala Medusa di Voghera.

Tipo questo "Friends with money" che ha aperto il Sundance, e che per chi come me non ha mai visto una puntata di "Sex & the city" e "Desperate housewives" e' proprio come uno si aspetterebbe le suddette due serie.

Non voglio parlarvi del film, ma di un microistante di come mi sono sentito io, un nanosecondo esploso in dimensione di un post. Cioe' ero li' sulla mia poltrona e a un certo punto ho pensato "Basta, basta, ti prego regista, finisci il film proprio adesso, su questa frase, su quegli sguardi. Consegnali per sempre alla mia memoria e alla memoria collettiva del XXI secolo, perche' questo preciso istante rendera' il film eterno, un colpo di genio come 'Hello hello' ghignato da Lydon all'inizio di 'Public Image' o i Dinosaur Jr. che intitolano un disco 'You're living all over me'".

C'e' questa scena dove lei (Jennifer Aniston, la ex di Brad Pitt, ve l'ho detto che oggi stiamo sul nazional popolare) e' a letto con lui (che non vi dico chi e' perche' altrimenti se andate a vedere il film vi ho rovinato la sorpresa). E lei gli chiede perche' lui ha detto una certa cosa, irrilevante ai fini di questo post. E lui la guarda con sguardo troppo sincero le risponde qualcosa tipo: "Sai, perche' ho dei problemi". E lei lo guarda in un modo altrettanto troppo sincero e gli prende una mano tra le sue, in un modo che sono 41 anni che aspetto che qualcuno mi prenda una mano tra le sue proprio cosi'. Poi gli dice, con una sincerita' che sono sicuro Jennifer Aniston ha preso direttamente dentro la sua anima, "Anch'io ho dei problemi". E in quella frase c'era tutta l'apertura spirituale che puo' instaurarsi tra due esseri umani, l'auto-ammissione che non siamo perfetti e non li saremo mai e pero' la disponibilita' di prendere mani tra le nostre mani, e dare e ricevere amore anche se non siamo perfetti, o forse perche' non siamo perfetti. Perche' siamo noi, con tutte le nostre debolezze grandi e piccole, dubbi grandi e piccoli, problemi grandi e piccoli.

In quel preciso momento, mentre tenevo le dita incrociate e pensavo con convinzione e intensita' "se adesso il film prosegue io esco", lo schermo e' diventato nero e sono partiti i titoli di coda.

domenica 4 giugno 2006

Ela e' minha menina
elu sou o menino dela
ela e' o meu amor
e eu sou o amor todinho dela.
- Jorge Ben, A minha menina

E' un fine settimana estivo qui a Londra. Ascolto il primo disco dei Mutantes con tutte le finestre spalancate ad accogliere il sole.

Caetano Veloso chiamo' angeli questi tre ragazzi di Sao Paulo. Mischiavano bossa nova e Beatles del periodo psichedelico. "Os Mutantes", pubblicato originariamente nel 1968, e' un classico garage psichedelico al pari di "Psychotic reaction" dei Count 5 e di "I had too much to dream last night" degli Electric Prunes. Solo ancora piu' originale.

Una manciata di brani autografi e un po' di cover di Gilberto Gil, Caetano Veloso, Jorge Ben. E Rita Lee, la loro cantante e flautista, che riprende "Le premier bonheur du jour" di Francoise Hardy con una dolcezza che porta in estasi.

Sara' il mio disco dell'estate, e spero anche il vostro.

Musica gentile, che accarezza la mente e strappa sorrisi.

Gli angeli esistono.

venerdì 2 giugno 2006


Posso tornare a parlare di un album del quale ho gia' scritto e al quale ho dedicato un quarto d'ora di Prospettive Musicali un paio di domeniche fa?

"Stepping out of line" degli Au Pairs costa niente (2 CD, 2 ore e mezza di musica pressoche' tutta eccellente a 8.99 - se lo prendete qui a Londra da Sister Ray come ho fatto io, oppure da amazon.co.uk) e non puo' proprio mancare nella vostra collezione, anche se possedete gia' i loro due album.

In questi giorni sto ascoltando in continuazione una traccia demo intitolata "No more secret lives" e mi sto domandando com'e' possibile che un brano cosi' bello sia rimasto in qualche cassetto senza vedere la luce per 23 anni. E' una traccia perfetta, sospesa tra l'intransigenza declamatoria di "Playing with a different sex", un sensuale e gentilmente danzabile ritmo in levare, cori femminili che avrebbero anticipato di quindici anni Le Tigre, un sax che si inserisce dolcemente tra le pieghe del suono. Qualcosa che riassume e contemporaneamente precorre i tempi.

Le liriche degli Au Pairs mettevano a nudo, analizzandoli, abusi familiari, difficolta' relazionali, dipendenza da psicofarmaci (che pare fosse un problema enorme nell'Inghilterra di quegli anni, cfr. "Rip it up and start again" di Simon Reynolds). Si sciolsero dopo il secondo album e oggi Lesley Woods e' un'affermata avvocato di Birmingham. Ad ascoltare i demo del 1983, contenuti in questa fondamentale raccolta, ci si rende conto che abbiamo perso un terzo disco davvero importante.

Procurarsi "Stepping out of stone" significa fare giustizia di un gruppo visionario e irripetibile, inspiegabilmente dimenticato.

Storia, foto, discografia e un MP3 del gruppo li trovate qui.

giovedì 1 giugno 2006



We have accidentally made a record that is not a response to music that we love or a reaction against music that we hate. Finally, there are no more enemies, and there are no more heroes... just sound.
- Wayne Coyne, 1999.

Stamattina facendo colazione ho riascoltato "Soft bulletin" e mi ha troppo emozionato ancora una volta. C'e' quell'inizio, "Race for the prize", che mi mette proprio di buon umore. E' un brano che devo riascoltare piu' spesso, una di quelle cose che da' il ritmo giusto alla mattina.

Cosi' sono andato a leggere sul sito dei Flaming Lips le note scritte da Wayne Coyne a proposito di quel disco, e mi sono reso conto che nasce da una conquistata, consapevole pacificazione. Non vedere piu' ne' eroi ne' nemici e' una faticosa conquista. Se ci pensate, significa *essere diventati i propri eroi*, non cercare piu' al di fuori, ma invece dentro noi stessi, quei punti di riferimento che ci permettono di realizzarci completamente.

Per questo "Soft bulletin" e' un disco bello e importante. Perche' segna un traguardo al quale tendere, e perche' anticipa tutta la gioia che proveremo quando l'avremo pienamente realizzato.